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Yemen: 3 morti nei raid dell’Arabia Saudita contro gli Houthi. I ribelli avanzano nel nord e sulla costa del Mar Rosso

Immagine di copertina
Il principe ereditario dell'Arabia Saudita, Mohammed bin Salman. Credit: Jumeau Alexis- Pool/SIPA / AGF

Riad ha lanciato oltre una cinquantina di attacchi aerei nelle zone conquistate dai miliziani filo-iraniani in risposta ai raid missilistici che ieri avevano provocato almeno 13 feriti nel regno arabo. Dall'inizio del mese gli scontri hanno provocato oltre 125mila sfollati in Yemen. Intanto lo stop al greggio saudita spaventa i mercati e le diplomazie internazionali tentano una corsa contro il tempo per arginare la crisi

Almeno tre persone, compresi due minori, sono rimaste uccise nei raid aerei condotti oggi dall’Arabia Saudita nelle zone dello Yemen controllate dai ribelli Houthi in risposta ai raid missilistici che ieri avevano provocato almeno 13 feriti nel regno arabo.
L’escalation tra i miliziani filo-iraniani e la coalizione internazionale a guida saudita che sostiene il governo riconosciuto del premier Shaya Mohsen al-Zindani ha aggravato sia la crisi umanitaria in Yemen che il rialzo dei prezzi del petrolio a livello internazionale a seguito della paralisi di un oleodotto vitale per l’Arabia Saudita e delle preoccupazioni per la libertà di navigazione nello Stretto di Bab el-Mandeb.
Dopo aver conquistato una serie di posizioni strategiche, i ribelli continuano infatti ad avanzare nel nord, nel sud-ovest e lungo la costa del Mar Rosso, proseguendo l’offensiva contro le truppe regolari del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale, sostenute da Riad, che deve fare i conti con gli attacchi di missili balistici e droni lanciati dai miliziani filo-iraniani nel sud del regno.
Il conflitto, riacceso dalla guerra scatenata lo scorso 28 febbraio da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, rischia di soffocare ancora di più le forniture globali di petrolio.

L’offensiva sul campo e il dramma dei civili
Almeno tre persone, tra cui due minori, sono state uccise e altre due sono rimaste ferite oggi in Yemen, secondo il ministero della Salute di Sana’a controllato dagli Houthi citato dall’agenzia di stampa ufficiale dei ribelli Saba, nei raid compiuti dalla coalizione a guida saudita nei distretti di Dhubab e Maqbanah della provincia sud-occidentale di Taiz.
Nelle ultime 24 ore, secondo fonti citate dall’emittente qatariota al-Jazeera, confermate dal portavoce militare dei ribelli Yahya Saree, Riad ha lanciato oltre una cinquantina di raid aerei sulle aree conquistate dai miliziani filo-iraniani nei governatorati di Lahj, Taiz, al-Jawf, Marib e Hajjah in risposta agli attacchi di ieri degli Houthi contro la base aerea Re Khalid a Khamis Mushait e le città di Abha e Taif, che hanno provocato almeno 13 feriti, e altri raid sulle zone meridionali del regno. Per tutta la notte infatti, la Protezione civile saudita ha emesso e poi ritirato gli allarmi anti-aerei nelle province di Gedda, Taif, Jazan, al-Ula, Abha e persino a Yanbu, principale porto petrolifero sul Mar Rosso dove transitano milioni di barili di greggio al giorno. D’altra parte, i vertici militari sauditi avevano assicurato nella notte che avrebbero fronteggiato “con fermezza” gli attacchi lanciati dallo Yemen “per proteggere la sovranità del regno”, impegnandosi ad adottare “tutte le misure operative necessarie per scoraggiare questo approccio ostile ed estremista”. Per tutta risposta, questa mattina i miliziani filo-iraniani hanno lanciato nuovi attacchi contro le città saudite di Abha e Khamis Mushait.
Nelle ultime settimane la mappa del potere in Yemen ha subito una serie di violenti scossoni. Questi attacchi dal cielo non hanno finora preso di mira il cuore istituzionale degli Houthi nella capitale Sana’a, pesantemente bombardata dalla coalizione a guida saudita dall’inizio della guerra nel 2015 fino alla tregua stabilita nel 2022, ma hanno prevalentemente colpito le linee del fronte a sostegno delle truppe regolari yemenite. L’escalation segue di pochi giorni il successo ottenuto lo scorso fine settimana dagli Houthi, che al termine di un’offensiva lampo si sono impadroniti dello storico porto di Mokha, del grosso della fascia costiera occidentale del Mar Rosso e delle isole di Zuqar e Mayyun e dell’arcipelago delle Hanish, blindando la presa sullo Stretto di Bab el-Mandeb, snodo nevralgico per i traffici diretti da e verso il Canale di Suez.
Attualmente, le forze armate fedeli al governo riconosciuto a livello internazionale stanno tentando una complessa controffensiva per riconquistare le posizioni perdute lungo la costa, dove almeno 8 soldati dell’esercito regolare sono rimasti uccisi soltanto ieri. In queste ore, però, la massima attenzione è concentrata sulla regione settentrionale di Marib,  ultima vera roccaforte governativa nel nord dello Yemen, nonché principale snodo energetico del Paese. Al contempo, si continua a combattere anche nella provincia occidentale di Taiz, lungo la costa del Mar Rosso. Qui la coalizione a guida saudita ha bombardato le postazioni degli Houthi, mentre altri raid hanno centrato i miliziani e i loro mezzi nelle aree di Dhubab e al-Khokha, sempre sul litorale. I ribelli, attraverso l’agenzia di stampa ufficiale locale Saba, segnalano anche nuovi bombardamenti sauditi contro un complesso nel distretto di Khadir, nel governatorato di Hodeidah.
Dall’inizio di settembre, secondo l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite, gli scontri hanno costretto almeno 125mila persone, circa 18mila famiglie, ad abbandonare le proprie case, mentre almeno duemila yemeniti hanno già attraversato il Mar Rosso per rifugiarsi a Gibuti. Il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale ha puntato il dito contro i ribelli. “Continueremo a lavorare per porre fine al colpo di Stato e ripristinare l’autorità dello Stato nel governatorato di Hodeidah e in tutto il Paese”, ha dichiarato il primo ministro Shaya Mohsen al-Zindani. “Quello che sta accadendo sulla costa occidentale è una ripetizione del modello della milizia Houthi di soggiogare le comunità locali attraverso uccisioni e sfollamenti”.

L’incubo dell’oro nero
La strategia degli Houthi non si limita infatti alla sola conquista di territori nella Penisola. I ribelli hanno di fatto preso il controllo delle più importanti rotte marittime della zona, sfruttando il blocco navale proclamato a luglio contro l’Arabia Saudita e la sua flotta di petroliere e la conquista del grosso della costa del Mar Rosso e delle isole strategiche nello Stretto di Bab el-Mandeb. Una manovra la cui importanza a livello internazionale è amplificata dal blocco di fatto dello Stretto di Hormuz nel quadro della guerra in corso tra Stati Uniti e Iran, che sta già paralizzando il commercio petrolifero mondiale.
A tremare di fronte a questa polveriera è l’economia mondiale. I contratti futures sull’indice Brent, punto di riferimento per le quotazioni petrolifere in Europa, sono arrivati a oltre 108 dollari al barile, mentre quelli sullo statunitense WTI restano superiori ai 103 dollari al barile. I rialzi sono stati alimentati, in particolare, da un attacco lanciato il 10 settembre dall’Iraq contro l’oleodotto saudita East-West. L’interruzione delle attività dell’infrastruttura, decisa da allora in via “precauzionale” dal ministero dell’Energia di Riad, ha messo a rischio fino al 4% dell’approvvigionamento mondiale di greggio. Non si tratta infatti di una condotta qualsiasi. Lunga 1.200 chilometri e capace di trasportare fino a cinque milioni di barili al giorno dai giacimenti orientali fino al porto di Yanbu, l’oleodotto permetteva a Riad di bypassare lo Stretto di Hormuz,  dove il traffico navale è ormai crollato a meno di dieci transiti giornalieri mentre prima del conflitto tra Usa e Iran ammontava a circa un quinto del greggio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello globale.

Il valzer delle diplomazie
Davanti a un’escalation che potrebbe determinare una potenziale asfissia del mercato petrolifero globale, cominciano a muoversi anche le cancelliere internazionali. La presidenza egiziana ha fatto sapere che il capo dello Stato Abdel Fattah al-Sisi riceverà oggi al Cairo il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Sul tavolo dell’incontro ci sarà inevitabilmente l’analisi della rovente situazione regionale, dettata proprio dall’avanzata degli Houthi sullo Stretto di Bab el-Mandeb e dagli attacchi dallo Yemen contro il regno arabo, che mettono a rischio il traffico nel Canale di Suez, la principale fonte di valuta estera per l’Egitto.
Al contempo, da Washington arriva un segnale politico forte. Il presidente Donald Trump ha infatti scelto di nominare Wesley Hunt, deputato repubblicano del Texas, come nuovo ambasciatore degli Stati Uniti a Riad. L’incarico era rimasto vacante da quando, nel gennaio del 2025, l’inquilino della Casa bianca aveva inaugurato il suo secondo mandato. Veterano dell’esercito statunitense, Hunt ha prestato servizio sia in Iraq che in Arabia Saudita, scegliendo di non ricandidarsi alla Camera dei Rappresentanti dopo la sua fallita corda per un seggio al Senato. Ora però la sua nomina dovrà superare l’ostacolo dell’approvazione proprio nella Camera alta del Congresso statunitense. Se ce la farà si ritroverà a fare i bagagli per Riad in uno dei momenti più delicati e fragili della storia recente della regione e del mondo.

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