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Afghanistan Papers: nell’inchiesta del Washington Post, interviste e rivelazioni sugli errori commessi dagli Usa in 18 anni di guerra

Tre anni di lavoro, migliaia di pagine di note, appunti e interviste ai più alti funzionari dell'esercito. Tutti gli errori di valutazione degli Usa in Medio Oriente, analizzati dai più alti funzionari delle amministrazioni Bush e Obama: "Che cosa stavamo facendo in quel Paese? Non è mai stato del tutto chiaro"

Di Carmelo Leo
Pubblicato il 10 Dic. 2019 alle 15:55 Aggiornato il 10 Dic. 2019 alle 16:04
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Afghanistan Papers: inchiesta e rivelazioni del Washington Post sulla guerra e sugli errori degli Usa

Un’inchiesta del quotidiano americano Washington Post, denominata Afghanistan Papers, getta nuove luci e parecchie ombre sulla guerra che da ormai 18 anni si sta combattendo in Medio Oriente. Un lavoro durato tre anni, con oltre duemila pagine di note, trascrizioni, appunti e 400 interviste governative a generali e diplomatici, che mettono in evidenza tutti i grandi errori degli Usa in quella che all’indomani dell’11 settembre 2001 venne definita una “operazione di pace”.

Quella che viene fuori è una storia diversa da quella che è stata raccontata finora: la guerra in Afghanistan con tutte le bugie, le statistiche manipolate e gli errori di valutazione degli Stati Uniti rivelati proprio da funzionari e alleati.

Gli Afghanistan Papers partono da un presupposto: gli Usa avevano “giustificato” l’invasione con l’obiettivo di distruggere al-Qaida, rovesciare i talebani e impedire nuovi attacchi terroristici. “Entro sei mesi – scrive il Washington Post – gli Stati Uniti avevano realizzato il loro obiettivo. I leader di al-Qaida e dei talebani erano morti, catturati o nascosti. Ma poi il governo degli Stati Uniti ha commesso un errore fondamentale che ripeterà ancora e ancora nei successivi 17 anni”.

Ma quale è stato l’errore secondo il materiale raccolto dal quotidiano? Aver trasformato la missione originale in un “conflitto impossibile da vincere senza una facile via d’uscita”, tramite “strategie di guerra fatalmente imperfette basate su ipotesi errate su un Paese che non capivano”. Di conseguenza, gli stessi comandanti militari a un certo punto non hanno più saputo rispondere a domande come “Chi è il nemico? Chi sono gli alleati?”. Semplicemente perché la missione originale è stata oscurata da un clima di incertezza, nascosto a sua volta da una propaganda che parlava di continui “progressi”, anche durante l’amministrazione di Donald Trump.

In più, tutti i funzionari e i comandanti direttamente coinvolti sul campo hanno dichiarato di non aver mai potuto manifestare i propri dubbi sulla missione. E così, nel tempo e sfruttando gli errori di valutazione americani, i talebani in Afghanistan sono diventati più forti che mai.

Afghanistan Papers: gli errori di Bush e Obama

I funzionari intervistati negli Afghanistan Papers appartengono sia all’amministrazione di George W. Bush, sia a quella di Barack Obama. Con strategie diverse, rileva il WP, i due presidenti hanno commesso gli stessi errori iniziali.

Nel caso di Bush, dopo le prime rapide vittorie militari il leader dei conservatori decise di mantenere alcune truppe Usa in territorio afgano a tempo indeterminato. L’obiettivo era quello di mettere alla porta sospetti terroristi. Ma nel frattempo lo stesso Bush ordinò l’invasione dell’Iraq, mettendo l’Afghanistan sullo sfondo e favorendo il ritorno dei talebani.

Per quanto riguarda Obama, il leader dei democratici decise di fare il contrario del suo predecessore. Aiuti per il governo afgano, una campagna di contro-insurrezione con l’utilizzo di migliaia e migliaia di truppe e poi un graduale disimpegno dei soldati americani sul campo.

Nonostante la politica estera di Obama abbia garantito il ritorno a casa di tutte le truppe statunitensi, l’ex inquilino della Casa Bianca è stato criticato dai suoi funzionari, all’interno degli Afghanistan Papers, per l’eccessiva dipendenza da un governo afgano molto debole e corrotto e per il suo tentativo di far finire la guerra a tutti i costi.

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