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Home » Esteri

Iran, 17enne manifestante ucciso dalle forze di sicurezza: “Gli hanno sparato a bruciapelo”

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Aumenta il numero delle vittime minorenni uccise dalle forze di sicurezza in Iran nell’ambito della repressione delle proteste che vanno avanti da settimane nel Paese in seguito all’omicidio della 22enne Mahsa Amini, massacrata dalla “polizia morale” di Teheran perché non indossava correttamente il velo. Lo scorso 8 ottobre Abolfazl Adinezadeh, un adolescente di appena 17 anni, è stato freddato con un colpo di fucile a bruciapelo nella città di Mashhad: lo riporta l’edizione in farsi della Bbc, che spiega come il giovane avesse saltato la scuola per unirsi alle proteste antigovernative. Il suo certificato di morte mette nero su bianco le cause del decesso: danni al fegato e ai reni causati da proiettili, che sarebbero stati almeno 24, secondo quanto riferito dal padre: “Che crimine aveva commesso per sparargli così tante volte?”.

I genitori non sapevano quale sorte fosse toccata al ragazzino: soltanto il giorno successivo hanno ricevuto una telefonata dal ministero dell’Istruzione che gli chiedeva di andarlo a prendere alla stazione di polizia locale: lì hanno scoperto che era morto. Gli agenti avrebbero intimato al padre di non parlare con la stampa dell’accaduto. Inoltre, i familiari hanno ricevuto pressioni per ammettere pubblicamente che il 17enne fosse membro dei Basij, la forza paramilitare coinvolta nella repressione delle proteste: la versione delle autorità di Teheran sarebbe appunto che le persone in rivolta nelle piazze iraniane abbiano ucciso diversi uomini delle forze di sicurezza dispiegate per tenere sotto controllo i disordini.

Stando alle fonti della Bbc, alcuni agenti in borghese erano presenti anche durante i funerali di Adinezadeh, per evitare manifestazioni di rabbia contro il regime. Dall’inizio delle proteste, secondo l’Ong Iran Human Rights, i morti sono oltre 230, tra cui almeno una trentina di minorenni. La più giovane Asra Panahi, massacrata a mani nude nella sua scuola ad Ardabil perché si era rifiutata di intonare un coro in favore del leader spirituale Ali Khamenei.

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