L’economia sommersa in Italia vale quasi 200 miliardi di euro. Ecco quanto pesa sul debito pubblico
Indagine Censis-Confcommercio: 108 miliardi di evasione fiscale e 77 miliardi di lavoro irregolare. Sottratto alla collettività il 9% del Pil. Se tutti pagassero tasse e contributi, il debito pubblico potrebbe scendere al 166% del Pil
L’economia sommersa in Italia vale 197,6 miliardi di euro, pari al 9,2% del Pil nazionale: evasione fiscale, lavoro irregolare e case affittate senza contratto sottraggono alla collettività una somma equivalente all’intera produzione dell’Emilia-Romagna o a più di un anno di spesa sanitaria. È quanto emerge da un rapporto realizzato da Censis e Confcooperative sul “costo dell’irregolarità per l’economia italiana” e basato sull’anno fiscale 2024.
L’indagine individua tre grandi tipologie di “nero”. La prima e più corposa è quella dell’evasione fiscale: si stimano 108,2 miliardi di euro (dato in crescita del 21,6% rispetto al 2019) nascosti da imprese, professionisti e lavoratori autonomi che dichiarano al fisco meno di quanto guadagnano davvero, evadendo imposte su produzione, redditi e Iva.
Tra il 2019 e il 2023 l’evasione tributaria e contributiva si è attestata fra i 99 e i 103 miliardi di euro l’anno, per circa il 90% legata a mancati versamenti fiscali, in particolare Iva (30 miliardi) e Irpef di autonomi e imprese (oltre 36 miliardi). La propensione media all’evasione sul totale delle entrate tributarie è pari al 17,4%: in pratica, ogni 100 euro di gettito atteso, quasi 17 non arrivano mai allo Stato. Il picco si registra sull’Irpef dei lavoratori autonomi e delle imprese, dove la propensione all’evasione sale al 60,6%.
Il secondo ingranaggio dell’economia sommersa è rappresentato dal lavoro irregolare: i rapporti di lavoro non registrati o dichiarati solo in parte valgono complessivamente 77,2 miliardi di euro (+4% dal 2019). Censis e Confcommercio calcolano, per il 2024, 2,7 milioni di occupati irregolari, dato in calo del 2,1% rispetto al 2019 (contro un +5,4% dell’occupazione regolare).
Chi lavora in nero guadagna quasi la metà: in media 9,2 euro lordi l’ora, a fronte dei 17,8 euro di chi lavora regolarmente. Il divario più ampio si registra nell’industria in senso stretto, dove si sfiora una perdita del 53,5% (20,2 euro contro 9,4 euro l’ora).
Infine, la terza componente del gettito sottratto al Fisco è riconducibile ai 12,2 miliardi di euro (cifra stabile rispetto al 2019) tra affitti in nero, mance non dichiarate in ristorazione, alberghi e servizi alla persona.
“Il sommerso è un moltiplicatore di diseguaglianze, che colpisce prima di tutto chi lavora senza tutele”, osserva Maurizio Gardini presidente di Confcooperative: “Ogni euro che sfugge alla fiscalità generale è un euro in meno per la sanità, per le pensioni, per i servizi che tengono insieme il Paese: un macigno che si scarica sul debito pubblico e sulle prossime generazioni. Il contrasto al sommerso è una priorità da affrontare per la coesione sociale ed economica dell’Italia” [LEGGI ANCHE: In Italia quasi 9 milioni di contribuenti non versano un euro di Irpef].
Solo fra il 2021 e il 2023 la somma dei mancati introiti fiscali e contributivi ha raggiunto i 313 miliardi di euro, una cifra superiore di 88 miliardi all’intero ammontare delle risorse del Pnrr destinate all’Italia (225 miliardi). Secondo le simulazioni dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, un miglioramento strutturale della compliance fiscale potrebbe portare il rapporto debito pubblico/Pil, entro il 2041, dal 136,7% del 2024 entro una forbice compresa fra il 115,9 e il 118%.