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Indebolito, svalutato, ma ancora invidiato: ecco perché il dollaro resta il Re delle valute

Il “greenback” è ancora la moneta di cui tutti si fidano. Come influenza le nostre vite e perché la sua supremazia è destinata a durare ancora per lungo tempo

Di Maurizio Carta
Pubblicato il 16 Set. 2020 alle 16:20 Aggiornato il 16 Set. 2020 alle 16:50
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Immagine di copertina

Perché il dollaro è ancora la valuta Regina e come influenza le nostre vite

Non lo è de jure, ma sicuramente lo è de facto. Il dollaro, piaccia o no, è la valuta di riferimento globale. Si paga in dollari il petrolio, il gas, i metalli preziosi, i debiti di quei Paesi a cui il mercato non crede. Ultimamente però, il dollaro sui mercati sta facendo dei passi indietro. Indebolito, svalutato, si è apprezzato, però nei confronti di quelle valute dei paesi emergenti come Turchia e Argentina, giusto per dirne due, mettendole abbastanza nei guai. Con un’alta esposizione in dollari, il loro debito diviene più costoso.

Con altre valute ha perso, negli ultimi tempi, diverso terreno. Fra le big come l’Euro, il giapponese Yen o la Sterlina britannica. Una super politica accomodante da parte della Fed, attraverso bassi tassi d’interesse (denaro a basso costo) e con l’immissione di dollari nel sistema (“stampare” direbbe qualcuno, in realtà in cambio la Fed compra titoli sul mercato) ne ha aumentato a dismisura la quantità in circolazione portandolo al deprezzamento. La massa monetaria di dollari in circolazione è aumentata, a dismisura. Ma perché la supremazia del dollaro rimane indiscutibile? Dobbiamo fare qualche passo indietro per capire perché, proprio la banconota verde, sia ancora la Regina, quella che dirige l’orchestra dei mercati.

Quando il dollaro è diventato la Regina delle valute

La reputazione, la sua forza, la sua affidabilità ha richiesto del tempo, con l’incoronazione definitiva nel 1944 a Bretton Woods, nel New Hampshire, negli Stati Uniti. In base tale accordo, i paesi avevano stabilito che le loro banche centrali avrebbero mantenuto dei tassi di cambio fissi tra le loro valute e, appunto, il dollaro.

Qualora il valore della valuta di un paese fosse diventato troppo debole rispetto al dollaro, la banca centrale avrebbe acquistato la sua valuta sul mercato dei cambi per influenzarne il valore e stabilizzarlo. Ma facciamo ancora un passo indietro. Prima di Bretton Woods, la maggior parte degli Stati seguiva il gold standard. Che cosa significa?

In estrema sintesi, ogni paese garantiva che avrebbe riscattato/cambiato la propria valuta per il suo valore in oro. Ma dopo dopo Bretton Woods, ogni Stato sottoscrittore ha accettato di riscattare/cambiare la propria valuta in dollari statunitensi, e non più in oro. Si, ma perché proprio in dollari americani? Il motivo è che gli Stati Uniti all’epoca detenevano circa i tre quarti di tutto l’oro mondiale e nessun’altra valuta aveva abbastanza oro per sostenerla in sostituzione. (Andare in banca e chiedere il corrispettivo in oro).

Il valore del dollaro fu quindi stabilito a 1/35 di oncia d’oro. Bretton Woods, quindi, ha permesso al mondo di passare lentamente da un funzionamento gold standard a uno standard in dollari Usa (questi ultimi con l’oro come collaterale di sostegno). La crescente massa di dollari richiesti nel mondo, però, con il tempo, salì, e nei forzieri della FED non c’era abbastanza oro per avere controvaluta in dollari.

Tutti gli Stati chiedevano dollari, ma l’oro da cambiare iniziava a esser troppo. Il piano di svalutazione, portando il cambio da 1/35 a 1/42, nel tempo non diede i risultati sperati, creando una corsa alle riserve auree degli Stati Uniti a Fort Knox, mentre il mondo richiedeva dollari in rapida svalutazione (per via dei tanti dollari in giro nel mondo) in cambio dell’oro. Nel 1971, quindi, sotto il Presidente Nixon, è stato sganciato del tutto il valore del dollaro da quello dell’oro ponendo fine al sistema di Bretton Woods.

Il dollaro oggi, un pò di numeri

Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, il dollaro è la valuta più popolare, non solo solo per fama, ma anche per quantità. Alla fine del primo trimestre del 2020 rappresenta ben oltre il 60% di tutte le riserve di valuta delle banche centrali, come evidenziano le tabelle del FMI. Ciò la rende – come detto in precedenza – de facto la valuta globale, anche se chiaramente non esiste un’intestazione simile.

Sempre scorrendo i dati del FMI, quella che più si avvicina al dollaro è l’Euro, che rappresenta circa il 20% delle riserve in valuta estera delle banche centrali. La possibilità che l’Euro potesse procedere verso la possibilità di insediare in qualche modo il dollaro (almeno lontanamente) è stata stroncata dalla crisi dell’Eurozona circa un decennio fa, che ha messo a nudo le difficoltà di un’unione monetaria guidata però da entità politiche separate e indipendenti. Oggi l’Euro è infatti la moneta di 19 Stati che hanno ognuno una propria indipendenza fiscale e politica.

Inutile sottolineare che, la forza dell’economia statunitense è il vero supporto del valore del dollaro: è questo il motivo principale per cui il dollaro è la valuta più popolare e utilizzata. Alla fine del 2019 gli Stati Uniti avevano 1.759 miliardi di valore di banconote in dollari in circolazione (dati Fed). Si stima che circa la metà di tale valore sia in circolazione all’estero. Nel mercato Forex – trading sulle valute per intenderci – il dollaro domina indiscusso. Quasi il 90% (arrotondato per eccesso) del trading sul forex coinvolge il dollaro Usa alla fine del 2019 secondo i dati della Bank of International Settlements, la cui sede è a Basilea e che ha lo scopo di promuovere la cooperazione fra le banche centrali.

Il dollaro, la crisi del 2008 e l’importanza di detenerlo

Quasi il 40% del debito mondiale, al giorno d’oggi, è emesso in dollari. Di conseguenza, le banche estere hanno bisogno di molti dollari per poter continuare a operare.  Ciò è diventato evidente durante la crisi finanziaria del 2008.  Secondo la Fed, le banche non-americane avevano 27 trilioni (27.000 miliardi) in valore di passività internazionali denominate in valute estere. Di questi, 18 trilioni erano dollari americani.

Per ovviare a tale richiesta, la Federal Reserve statunitense ha dovuto aumentare la sua linea di swap in dollari. Fu l’unico modo per impedire alle banche mondiali di rimanere senza il famoso “greenback”. Ma cosa sono gli swap in dollari? Sintetizzato al massimo, sono nient’altro che delle linee di fornitura di dollari che la Fed effettua con altre banche centrali in cambio delle loro valute per poterle fornire dei dollari necessari.

La crisi finanziaria, inoltre, ha reso il dollaro ancora più ampiamente utilizzato. Sempre secondo la Bank of International Settlements, nel 2018, le banche di Germania, Francia e Regno Unito detenevano più passività denominate in dollari che nelle proprie valute. La forza del dollaro è la ragione per cui i governi sono disposti a detenere il “greenback” nelle loro riserve di valuta estera, come detto prima.

Ad esempio, Cina e Giappone, grandi partner commerciali degli Usa, acquistano le valute dei loro principali partner di esportazione, cosicché detenendo dollari e operando nel mercato dei cambi attraverso la banca centrale, cercano di mantenere le loro valute più “economiche” (che valgono meno sul mercato dei cambi) in confronto al dollaro, in modo che le loro esportazioni abbiano un prezzo più competitivo.

Che cosa dicono gli esperti

Per Bepi Pezzulli – direttore del think tank Italia Atlantica, investment manager ed esperto di capital markets  – “Il deprezzamento del dollaro è un movimento largamente pilotato. Prima della pandemia il dollaro si era apprezzato di oltre il 30% in termini nominali e reali (corretto per l’inflazione) dal 2011. Data l’enormità del deficit estero Usa, e i bassi tassi di interesse che non permettono di finanziarlo con l’afflusso di capitali, la svalutazione del dollaro ripristina la competitività commerciale americana. E questo era uno degli obiettivi dichiarati del Presidente Trump. E dopo la politica reflazionistica Usa inaugurata dal Governatore Jerome Powell è un atto chiaro di governo del tasso di cambio”.

“Ma il dollaro è anche un’arma geopolitica” prosegue Pezzulli. “Le sanzioni commerciali, finanziarie e tecnologiche contribuiscono al ruolo degli Usa nel mondo. Poiché le tensioni con Cina e Russia sono strutturali è presumibile che i nemici strategici abbiano innescato una diversificazione degli assets denominati in dollari che possono essere sanzionati o confiscati”.

Sulla possibilità che possa essere sostituita da un’altra valuta, Pezzulli mostra scetticismo. “Per quanto riguarda il ruolo del dollaro come moneta di riserva, mi viene in mente un semplice principio enunciato da Mohamed El-Erian: è difficile sostituire qualcosa con niente. In questo momento, non c’è altra valuta che possa o voglia riempire i panni del dollaro. L’ordine economico internazionale si sta frammentando perché manca – sorprendentemente – una risposta globale coordinata di fronte a crisi globali” sottolinea l’esperto italo-britannico.

Per Emanuele Canegrati – senior analyst del broker londinese BP Prime – “molte volte abbiamo sentito dire che il dollaro sarebbe stato sostituito come ‘Re delle valute’ da altre valute, ma dopo decenni di tentativi la verità è che esso è ancora il leader incontrastato dei mercati forex”.

“Certamente la sua forza, che dipende poi dalla leadership economica, politica e militare degli Stati Uniti, viene continuamente messa in discussione dai mutamenti geopolitici e geoeconomici che la globalizzazione ha comportato e continua a comportare, dal momento che l’Asia sta prepotentemente sfidando il primato economico e politico di Washington, con lo yuan usato dalla People Bank of China come vera e propria arma commerciale contro lo storico rivale. Eppure, ad oggi, è ancora impensabile ipotizzare che la valuta cinese sia in grado di sostituire il biglietto verde nel primato valutario”.

Sul fronte dei rischi, Canegrati, elenca quelli che sono i principali fattori di rischio. “Il dollaro è a rischio, invece, per almeno due fattori, che nel futuro potrebbero facilmente esacerbarsi: la preoccupante crescita del debito pubblico americano e lo sviluppo delle valute digitali. Quanto al primo fattore, la crisi del 2020, che sta avendo effetti devastanti sulla economia Usa, ha comportato un aumento esponenziale delle passività del Tesoro, con il debito pubblico salito, in valore assoluto, alla cifra monstre di 26,7 trilioni di dollari lo scorso agosto, per effetto di una aumento senza precedenti di deficit pubblico, indispensabile per finanziare il maxi piano di intervento all’economia da parte dell’amministrazione Trump”.

“Un intervento che ha richiesto da parte della Federal Reserve un’operazione di monetizzazione del debito di dimensioni mai viste prima. E le monetizzazioni del debito, si sa, storicamente sono sempre state foriere di svalutazione e di perdita di fiducia nella valuta domestica” spiega Canegrati.

“Quanto al secondo fattore” – prosegue l’economista – “è un fatto ormai noto che le principali banche centrali globali stiano pensando, ormai da tempo, all’introduzione di proprie valute digitali, denominate CBDC. La leadership mondiale su questo tipo di asset è detenuta proprio dalla Cina, che rispetto agli Stati Uniti è parecchio avanti nel processo di digitalizzazione valutario. Un vantaggio che potrebbe tradursi anche in una futura leadership valutaria”.

L’influenza del dollaro si sente poi nella vita di tutti i giorni, come spiega Carlo Alberto De Casa – capo analista di ActivTrades – che ne sottolinea le ricadute nella quotidianità. “Il dollaro influenza la quotidianità ed una serie di prezzi, talvolta anche senza che ce ne rendiamo conto. L’esempio più lampante è chiaramente quello della benzina, in quanto il petrolio ed i suoi derivati sono denominati in dollari. Al tempo stesso tutte le bollette, come quella dell’elettricità o del gas, più in generale, risentono in qualche maniera dell’andamento del cambio euro dollaro”.

De Casa cita anche un altro esempio, quello dell’oro: “Al tempo stesso il valore del cambio ha un impatto sugli acquisti in gioielleria. Anche oro e argento, come tutte le commodities, ossia le materie prime, sono denominati in dollari per oncia. Questa è l’antica unità di misura del sistema britannico ed equivale a 31,103476 grammi. L’investitore europeo che volesse conoscere il valore di un grammo d’oro in Euro, dovrà pertanto dividere il prezzo di un’oncia d’oro in dollaro per 31,103476 e successivamente per il cambio euro/dollaro”.

“In linea di massima va poi ricordata la correlazione negativa (ossia inversa) fra l’andamento del dollaro ed il valore delle materie prime. Questo fa sì che l’effetto dollaro su queste variazioni tenda ad essere mitigato” sottolinea De Casa. “La forza del dollaro, generalmente misurabile con il Dollar Index, ha poi un effetto anche sugli acquisti dei beni o delle merci in arrivo da oltre Oceano, come parte dei prodotti tecnologici o alcuni brand di autovetture” conclude De Casa.

Per concludere, quella del dollaro e della sua supremazia, diretta e indiretta, è frutto di un lungo percorso che viene da lontano. Protagonista dei mercati, delle relazioni internazionali, degli equilibri geopolitici. Arriverà un giorno il tramonto del dollaro? Probabile, ma mettetevi comodi, perché sarà un tramonto molto lungo.

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