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Attese infinite per i tamponi e contagi in crescita: tanto ci costa il No al Mes

Per salvare la sanità servono i 36 miliardi del Mes: il Recovery Fund non arriverà prima di giugno 2021

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 13 Ott. 2020 alle 15:33
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Medici in reparto Credits: ANSA

Solo una piccola parte dei fondi del programma europeo Sure arriverà entro la fine di quest’anno. Per vedere le prime risorse del Recovery Fund bisognerà attendere almeno fino a giugno del 2021, se non oltre, visto che la prima emissione di bond non dovrebbe iniziare prima di quella data. E questo anche se l’Europarlamento e il Consiglio Ue dovessero smettere di litigare e nel prossimo vertice europeo fissato per il 15-16 ottobre trovare un accordo a tempo di record nella difficile trattativa sul bilancio Ue. Intanto però i contagi crescono e si allungano le code dei drive-in per i tamponi. In poche parole: la sanità si avvicina a un nuovo collasso e i soldi non bastano. L’Italia ha il fiato corto per ripartire in questa corsa. Ecco perché, al di là delle polemiche politiche, adesso servirebbero urgentemente i 36 miliardi del Meccanismo europeo di stabilità (Mes).

Il Recovery Fund? Se ne parla nell’estate 2021

L’Italia si aspetta di ottenere dal Recovery Fund 209 miliardi di euro tra contributi a fondo perduto, poco meno di 90 miliardi di euro e prestiti a tassi agevolati. Si tratta di mettere assieme un programma di intervento serio e credibile, senza perdere tempo e facendosi trovare pronti alla scadenza che fissa Bruxelles. Ma i trattati sono finiti in un cul-de-sac. Lo scontro sul bilancio europeo e la difesa dello Stato di diritto in Europa è la dimostrazione che i soldi del Recovery plan potrebbero arrivare ben oltre la primavera. Senza quell’accordo la procedura per concedere all’Italia i primi 65 miliardi a fondo perduto non può nemmeno iniziare.

Per fare un recap dell’ultima tesissima settimana: tutto è iniziato quando il presidente della commissione Bilanci all’Eurocamera, Johan van Overtfeldt, si è detto “deluso” dalla proposta di compromesso inviata dalla presidenza di turno tedesca del Consiglio. A suo dire, “nonostante i sei dialoghi trilaterali, il Consiglio non si è mosso e non c’è niente di nuovo nella sua proposta”. Poche ore dopo è arrivata la reazione della Germania, che tramite un tweet del portavoce della Rappresentanza del Paese Sebastian Fischer ha definito “deplorevole” il fatto che il Parlamento “oggi abbia perso l’occasione di portare avanti i negoziati sul bilancio Ue per il 2021-2027”. Insomma, i negoziati per arrivare a un accordo sul bilancio Ue 2021-2027 e il piano Next Generation Eu (di cui il Recovery fund è il principale pilastro) si sono interrotti bruscamente. E le risorse pensate per risollevare i Paesi membri dall’emergenza Coronavirus – che gli europarlamentari chiedono di aumentare – ora rischiano seriamente di arrivare in ritardo.

Gli schieramenti per il Mes

Ci sarebbero le risorse del Fonda Salva stati, ma lì il nodo è tutto politico: l’Italia ha bisogno come non mai di tornare ad investire in sanità dopo anni di tagli, e secondo il ministro della Salute Roberto Speranza andrebbero stanziati non meno di 25 miliardi di euro, ma ideologicamente i Cinque Stelle dicono che per i nostri bisogni è più che sufficiente il Recovery Fund, dimenticando però che a differenza di quest’ultimo, i prestiti del Salva-Stati potrebbero arrivare in pochi mesi. Da subito, ovvero nel secondo trimestre 2021, si potrebbe aspirare ad ottenere solamente un acconto pari al 10 per cento, all’incirca 20 miliardi di euro.

Ma perché fioccano le critiche? I “no” al Mes derivano dal fatto che sia M5s che l’opposizione non credono che questi finanziamenti siano slegati da condizionalità. E questo nonostante le ripetute dichiarazioni delle istituzioni europee e dei nostri partner europei. La battaglia, in pratica, è fra chi vorrebbe portare a casa i soldi facili del Mes e chi invece ne teme le conseguenze politiche.

Tra i favorevoli al Mes il segretario Pd Nicola Zingaretti. Con lui le Regioni, il partito di Matteo Renzi, Luigi Di Maio e l’ala realista dei Cinque Stelle. La parte del “No” è guidata invece dal premier Giuseppe Conte, il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri, colleghi Pd come Dario Franceschini e Roberto Speranza. Ma, al di là del timore per la tenuta della maggioranza, il ministro dell’Economia deve evitare l’ulteriore esplosione del debito. Ecco perché al Tesoro puntano tutto sui 65 miliardi a fondo perduto a cui avrà diritto l’Italia. Qualunque altro prestito è nuovo disavanzo, persino l’uso dei fondi Mes per rendicontare spese già effettuate o comunque messe a bilancio.

Per i governatori regionali, che hanno da spendere otto euro su dieci in sanità, il sì al Mes ha un valore simbolico. Speranza ha un obiettivo in più: aumentare il volume complessivo dei fondi. Gualtieri deve invece sottolineare che con i rendimenti sotto all’1 per cento il Mes permetterebbe di risparmiare 250 milioni di euro l’anno rispetto a normali emissioni di obbligazioni.

Perché il Mes adesso ci serve

La questione “Mes sì-Mes no” è stata ridotta in questi mesi a un dibattito ideologico, più che a un’analisi dei costi-benefici. E ora, con i contagi che risalgono vertiginosamente, le ore di coda ai drive-in per i tamponi, i reparti Covid tornati a riempirsi, le terapie intensive che in alcune regioni arrivano a livelli pericolosi e la parola lockdown che torna minacciosa alle porte di un lungo inverno, quei soldi per la sanità servono più che mai per reggere l’urto di una seconda ondata.

Si è perso tempo, troppo tempo, nel discutere delle “condizionalità”, dei timori di essere soggetti alla “sorveglianza rafforzata”, ai possibili “aggiustamenti macroeconomici” e alle “misure correttive precauzionali”. Memori degli effetti che il Fondo salva-Stati aveva prodotto in Grecia qualche anno fa. È vero, il Paese che fa richiesta del Mes deve sottoscrivere una lettera di intenti o un protocollo d’intesa che viene negoziato con la Commissione europea. In genere vengono richieste riforme specifiche, mirate ad eliminare o quantomeno mitigare l’effetto dei punti deboli dell’economia del paese richiedente: si va dal consolidamento fiscale (cose come i tagli di spesa, l’aumento delle tasse o le privatizzazioni) a riforme strutturali per stimolare la crescita ed aumentare la competitività, sino a riforme del settore finanziario. Ma questa volta siamo davanti a una linea di credito varata per effetto del COVID-19, chiamata infatti “Pandemic crisis support”. In essa l’unica condizionalità posta per la richiesta del prestito è l’uso delle risorse, volte a coprire spese sanitarie “dirette e indirette”.

Circa 36 miliardi di euro per ospedali e ambulatori, diagnostica e ricerca farmaceutica. Le possibilità di impiego sono ampie, lo aveva sottolineato il segretario generale del Mes Nicola Giammarioli: “Ad esempio, va dai vaccini alla ricerca passando per la riorganizzazione della sanità e la ristrutturazione degli ospedali, ai contributi per le case di riposo fino ad un ammodernamento del sistema sanitario sul territorio e dei medici di base”.

Se a fine luglio l’Italia avesse chiesto un prestito ricorrendo al Pandemic crisis support, avrebbe affrontato un costo negativo del -0,12 per cento per un prestito a 10 anni e del -0,26 per cento per un prestito a 7 anni. In pratica, avrebbe ricevuto dal Mes più soldi di quanto avrebbe dovuto restituire. Un’opportunità da non perdere per un paese come l’Italia in pericolo di fronte alla seconda temibile ondata del Covid-19.

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