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Gruppo Menarini: “Siamo un’azienda orgogliosamente italiana, vogliamo contribuire al rilancio del Paese”

Perché un'azienda che realizza il 77% del suo fatturato all'estero decide di investire ben 150 milioni di euro nella realizzazione di un nuovo impianto in Italia, scartando soluzioni più favorevoli sul piano economico? Il Presidente Eric Cornut e Lucia Aleotti, azionista e membro del Board, lo spiegano in questa intervista a TPI

Di Giorgio Del Re
Pubblicato il 6 Giu. 2020 alle 17:00 Aggiornato il 7 Giu. 2020 alle 12:56
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Immagine di copertina
Eric Cornut, presidente del Gruppo Menarini, tra i fratelli Lucia e Alberto Giovanni Aleotti, azionisti e membri del Board

“Siamo sempre molto attenti a sottolineare i problemi e le mancanze, ma dobbiamo anche dirci che in Italia ci sono tanti imprenditori che nel momento di difficoltà sono pronti a rimboccarsi le maniche e fare qualcosa di importante. E con questo termine intendo riferirmi a tutti: dal più piccolo al più grande, da chi assumerà una sola persona a chi deciderà di fare operazioni straordinarie. È questo lo spirito che ci serve per far ripartire l’Italia”.

Sono parole decisamente significative quelle di Lucia Aleotti, che come il fratello Alberto Giovanni è azionista e membro del board del Gruppo Menarini. Ma altrettanto significativi sono i fatti, visto che il leader italiano del settore farmaceutico proprio oggi ha annunciato un maxi-investimento di 150 milioni di euro per la costruzione di un nuovo stabilimento da 40mila metri quadrati nell’area fiorentina. Scelte industriali di questa rilevanza vengono necessariamente assunte a valle di un percorso di riflessioni non scontate, nelle quali entrano in campo diverse variabili. Questo vale soprattutto per un’azienda abituata a ponderare le decisioni e crescere in maniera graduale.

“È una caratteristica insita nel nostro DNA”, spiega a TPI Lucia Aleotti. “Nostro padre Alberto ha dato all’azienda un’impronta precisa, che continuiamo a trasmettere al nostro interno, e che consiste nel muoversi lungo due direttrici: la ricerca e l’internazionalizzazione. Soprattutto attraverso quest’ultima oggi siamo nelle condizioni di fare investimenti di questa rilevanza. La storia di Menarini è impregnata di una filosofia basata sulla crescita ponderata: prima in Italia, poi nei Paesi europei più simili al nostro, quindi la Germania, poi l’Est europeo, nel 2011 il salto in Asia e oggi ci sentiamo pronti e solidi per un nuovo passo in avanti”. Il riferimento è all’offerta di acquisto che Menarini ha recentemente annunciato sulla biotech Stemline, che consentirebbe al colosso fiorentino di espandersi sia sul piano geografico – aggiungendo gli Stati Uniti alla sua già vasta presenza internazionale – sia in un settore fondamentale come l’oncologia.

Per un’azienda che realizza all’estero il 77% del proprio fatturato, sarebbe stato naturale pensare una location diversa per il nuovo stabilimento, soprattutto per via di una contingenza decisamente favorevole: “In un momento come questo, c’erano veramente molti Paesi disposti ad aprirci le porte, dandoci agevolazioni fiscali e altri incentivi”, ci spiega il Presidente Eric Cornut. Tuttavia, gli azionisti hanno incoraggiato una decisione fatta più con il cuore che come risultanza di un calcolo di opportunità: “A un certo punto della discussione che stavamo sviluppando, c’è stato un vero e proprio scatto emotivo” – continua Cornut – “L’orgoglio di essere un’azienda italiana ci ha spinto a dare un segnale di fiducia nei confronti del nostro Paese, a partecipare al suo rilancio”.

Lucia Aleotti lo definisce “lo stabilimento del miracolo”, spiegando di aver chiesto agli ingegneri e ai tecnici coinvolti nel progetto di fare il massimo non solo in termini di tecnologia e di bellezza, ma anche di velocità. L’auspicio è che sia pronto già nel 2023, creando così 250 posti di lavoro in modo diretto, più altrettanti nell’indotto diretto. Ulteriori benefici occupazionali si legheranno all’indotto indiretto, ovvero quello che inizierà a produrre effetti già con l’inizio dei lavori e l’arrivo delle prime macchine da costruzione in cantiere. La voglia di guardare al futuro è tanta, seppure con le giuste cautele imposte dalla contingenza. Eric Cornut definisce “soddisfacenti” i risultati del 2019, che hanno visto Menarini crescere del 3,2%, sfiorando quota 3 miliardi e 800 milioni di fatturato, nonostante la scadenza del brevetto di un farmaco importante come Adenuric (febuxostat).

Questo perché il 2020 è caratterizzato da “una certa volatilità, dovuta soprattutto al fatto che durante il lockdown in molti Paesi è calata la frequentazione dei medici. Penso che torneremo alla normalità, ma è prematuro dire quando accadrà. Quindi rimaniamo prudenti, anche se le nostre squadre hanno fatto un bellissimo lavoro e quindi usciamo dal 2019 con una dinamica di forza”. Avendo sedi operative a Singapore e soprattutto a Wuhan, epicentro mondiale della pandemia, Menarini si è dovuta adeguare prima di altre aziende europee alle esigenze imposte dal lockdown, ma questo ha rappresentato un vantaggio quando l’epidemia si è manifestata anche nel Vecchio Continente: “Siamo passati allo smart-working senza interrompere la produzione, che d’altronde nel nostro settore è un lusso che non ci si può permettere”, continua Cornut. “Quando si ha un’attività nel settore farmaceutico, è molto importante la gestione del rischio, perché sussiste l’obbligo di evitare discontinuità nella fornitura dei prodotti ai pazienti e ai medici che ci danno fiducia”.

Pur non potendo prevedere un impatto devastante come quello del Covid-19, Menarini è riuscita a tenere fede al proprio impegno, oltretutto convertendo parte della propria produzione per donare gel igienizzante ai medici in prima linea. Un’attività di fondamentale importanza, che oltretutto sta continuando a venire implementata a titolo gratuito. “Essere la prima azienda del settore comporta una certa responsabilità: in un momento estremamente critico per il nostro Paese, abbiamo voluto contribuire in maniera concreta. Anche di questo sono molto fiero, così come tutti i nostri dipendenti”, spiega Cornut.

La continuità nella produzione dei farmaci viene spesso data per scontata, ma proprio nel corso della pandemia se ne è apprezzata appieno l’importanza, come spiega Lucia Aleotti: “A fronte di alcune forniture sanitarie che sono mancate nel corso del lockdown, ci sono molti più farmaci dei quali non abbiamo dovuto mai nemmeno preoccuparci. Dobbiamo davvero fare tesoro di questa esperienza, per sottolineare l’importanza di un settore forte come quello che abbiamo in Italia, grazie al quale i cittadini hanno a disposizione i farmaci. L’industria farmaceutica va vista come un settore strategico, da tenere localizzato in Italia”. Da qui l’idea, decisamente originale, di dare un nome al nuovo impianto che Menarini ha deciso di costruire nel fiorentino: “Dalla prossima settimana tutti i nostri dipendenti parteciperanno a una sorta di concorso di idee per sceglierne il nome. Certo: non è una cosa abituale dare un nome a uno stabilimento, ma in questo modo vogliamo dare un segnale forte: il nome si dà a un bambino e questo stabilimento, proprio come un bambino, nascerà e poi diventerà grande”.

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