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L’economia italiana va a rilento, e il Coronavirus può solo peggiorare le cose

Stime di crescita economica lente o in contrazione. Tutte ancora senza aver fatto i conti con il Coronavirus. Per l’analista Canegrati “se il deficit sale ancora potrebbe esserci il downgrade del rating”

Di Maurizio Carta
Pubblicato il 24 Feb. 2020 alle 06:49 Aggiornato il 24 Feb. 2020 alle 07:39
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Per l’Italia non si prospetta un anno di grandi numeri, quantomeno stando a quello che le varie istituzioni prevedono per il Belpaese. La speranza, chiaramente, è sempre quella di sbagliarsi. Sono previsioni deboli o al ribasso per la nostra economia, e ciò che più fa riflettere è che sono tutte al netto di quelle che potrebbero essere le conseguenze del Coronavirus.

I più ottimisti sembrano essere quelli di Via XX Settembre, sede del Ministero dell’Economia, che ancora non rivedono le stime di crescita, invariate allo 0,6% per il 2020, chiaramente fatte mesi fa e ancora al netto – come tutte le stime – degli effetti dell’epidemia nata in Cina.

Eppure tutti, ma proprio tutti , hanno “abbassato il tiro” per l’anno in corso. La Commissione Europea pronostica lo 0,3%, e posiziona lo stivale come fanalino di coda. L’Ufficio Parlamentare di bilancio ha portato l’asticella a un più cauto 0,2%.

Il Fondo Monetario Internazionale e Bankitalia appaiono i più ottimisti, con una crescita pronosticata dello 0,5%. Nessuno sconto da Oxford Economics, che prevede una stagnazione, con la crescita allo 0,0%, mentre per la banca giapponese Nomura, ci sarà addirittura una retromarcia, con una contrazione dello 0,1%.

Da ultimo anche il centro studi della Banca ABN Amnro prevede una contrazione dello 0,1% per l’anno in corso. L’Italia appare debole, ma ci sono comunque delle “eccellenze” in cui primeggia: la pressione fiscale e il debito.

Sulla prima – come riportano i dati lavorati da Ambrosetti – ha il record fra i paesi Ue con il 64,8%, davanti alla Francia (62,7%) e al Belgio con il 58,4%.

La meno ‘avida’ nei confronti dei cittadini appare la Danimarca, ultima  con  con il 24,5%. La media europea è invece del 40,6%. Sul debito, nell’Eurozona, l’Italia è il secondo Stato dopo la Grecia se proporzionato al Pil, con un rapporto del 136%.

Anche secondo l’agenzia di rating tedesca Scope, l’Italia avrà una crescita economica debole per il 2020. La crescita dovrebbe rimanere “anemica” allo 0,25%, dicono dalla Germania. Scope ha rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita da una precedente stima dello 0,6%.

“La produzione industriale è stata molto debole a dicembre con una contrazione del 4,3% su base annua, forse la goccia che fatto traboccare il vaso delle stime molto più ottimistiche corrette al ribasso” affermano da Berlino ed evidenziando come “il divario di prestazioni dell’Italia con l’area dell’euro continua ad aumentare”.

La stessa agenzia ha affermato che in caso di shock economici esterni, la Romania e la stessa Italia sarebbero i paesi più vulnerabili.

“Uno degli ostacoli principali che limitano la crescita è in effetti l’instabilità politica e la mancanza di un’agenda di crescita orientata al lungo termine”, ha commentato Giulia Brainz, analista di Scope.

Piuttosto netto il commento di Emanuele Canegrati – senior analyst di BP Prime – che ha spiegato a  TPI: “Il peggioramento del quadro macroeconomico italiano, con un Pil previsto in calo dello -0,1% nel 2020, al netto degli effetti del Coronavirus che potrebbe essere quantificabile in circa un ulteriore punto percentuale in meno, avrà degli effetti pesanti sui saldi di finanza pubblica e sul debito”.

L’analista del broker londinese aggiunge poi che “il rapporto deficit/Pil potrebbe infatti salire oltre il 2,5%, soglia oltre la quale potrebbe scattare il downgrade delle agenzie di rating e una possibile manovra correttiva richiesta dalla Commissione Europea, che lo scorso anno la chiese con un rapporto al 2,4%”.

Il Prof. Canegrati si sofferma poi su quelle che potrebbero essere le future mosse da parte dell’esecutivo Conte riguardo il peggioramento dei saldi di finanza pubblica.

“Questo potrebbe comportare la necessità, da parte del Governo italiano, di effettuare manovre fiscali restrittive in una fase del ciclo economico sfavorevole. Quello che è certo è che, con oltre 40 miliardi di clausole di salvaguardia da bonificare nei prossimi due anni, gli spazi di manovra per l’esecutivo sembrano essersi azzerati. A meno di non voler alzare l’IVA con il rischio di provocare una recessione da consumi come appena avvenuto in Giappone”,  ha sottolineato Canegrati.

Anche Mazziero Research – noto istituto economico-finaziario – prevede un passo indietro per il 2020, con una contrazione dello 0,1%.

Il loro report stima anche la continua crescita del debito con una spesa di soli interessi oltre i 60 miliardi di Euro, l’ammontare di due finanziare per intenderci.  Un’autentica palla al piede che limita i movimenti di politica fiscale adeguata.

Maurizio Mazziero – fondatore del noto istituto – ha spiegato a TPI: “Ogni anno in Italia si spendono tra i 60 e i 70 miliardi in interessi, una spesa di fatto improduttiva che pesa oltre il 3,5% del PIL. Una somma ingente che è determinata dall’enorme peso del debito pubblico (oltre 2.400 miliardi) che a sua volta deve essere finanziato dall’emissione continua di titoli di Stato”.

“Un elevato debito – prosegue Mazziero – significa per gli investitori un maggiore rischio e questo determina interessi maggiori che devono essere riconosciuti per rendere appetibili questi titoli”.

Il fondatore dell’istituto milanese si sofferma poi sulla durata media e su cosa questo significhi nei periodi di turbolenze sui mercati.

“Una vita media dei titoli di Stato di quasi 7 anni provoca un effetto trascinamento nel corso degli anni anche quando le condizioni di emissione sono favorevoli. In pratica sono sufficienti tensioni temporanee sui mercati per subire le penalizzazioni dei titoli emessi in quei periodi anche negli anni seguenti.”

Guardando al futuro, e su quale potrebbe essere la giusta strada da percorrere, Mazziero appare molto realista.

“È impossibile abbassare velocemente questa spesa, ma può essere fatto negli anni abbassando il debito pubblico con piccoli passi progressivi che potrebbero anche richiedere 20 o 30 anni; forse proprio per questo nessun Governo inizia a farlo perché i risultati in termini di consenso sarebbero nulli o controproducenti”.

“Eppure – prosegue il numero uno dell’istituto – abbassare il debito non è una cosa impossibile, perlomeno nel rapporto rispetto al PIL: è sufficiente far crescere la spesa non oltre il valore dell’inflazione o meglio non farla crescere affatto. Un rimedio che oggi appare irraggiungibile a causa di bassa inflazione e crescita intorno allo zero, ma che avrebbe potuto essere messo in atto nei momenti favorevoli creati dalle politiche espansive della BCE guidata da Mario Draghi”.

“Certamente il debito non potrà abbassarsi varando finanziarie come quella di quest’anno in cui a fronte di misure per quasi 33 miliardi, oltre 16 miliardi sono costituiti da nuovo deficit e parte delle entrate vengono previste con misure aleatorie come la lotta all’evasione. Siamo di fronte a manovre finanziarie che costringono al perpetuarsi delle clausole di salvaguardia che andranno poi disinnescate per non subire un aumento dell’Iva che potrebbe minare ancor di più la crescita” ha proseguito Mazziero.

L’analista in conclusione, si sofferma sulla cecità delle politiche adottate dagli ultimi governi. “Certamente la vita non è facile per il Ministro delle Finanze, ma parliamoci chiaro, manovre di questo tipo, come quelle fatte da tutti i Governi che si sono avvicendati nell’ultimo decennio, presentano una visione di breve termine, un tirare a campare e quando ciò avviene un Paese ha davanti a sé solo una strada: quella del declino”, ha concluso Mazziero.

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