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Il governo regala altri 3.7 miliardi ad Alitalia: un condono che umilia tutti gli imprenditori onesti

Di Elisa Serafini
Pubblicato il 12 Ott. 2020 alle 08:21 Aggiornato il 12 Ott. 2020 alle 12:02
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Immagine di copertina
Credit: Emanuele Fucecchi

Immaginiamo di poter cancellare, in un giorno, alcuni dei nostri più gravi errori finanziari. 
Abbiamo accumulato debiti? Vengono cancellati. Abbiamo fatto un investimento errato? Arriva un bonifico poco dopo, a compensazione del danno. 
Sarebbe bello, invece non è possibile, perché l’economia funziona secondo meccanismi semplici, ma chiari: domanda, offerta, rischio, costi. 
Queste dinamiche valgono per tutti i mercati, per imprenditori, cittadini, imprese, ma non per per Alitalia. 
La compagnia di bandiera, da poco trasformatasi in una Newco col un nuovo nome (“Ita”), si trova oggi a vivere l’ennesimo salvataggio, anche se sarebbe più corretto utilizzare un termine diverso, come “condono”.

Un condono si verifica quando un cittadino ottiene l’annullamento di una pena: una condizione normalmente giustificata da atti di misericordia e di efficientamento delle politiche pubbliche. In questo caso, però, il condono si trasforma in un vero e proprio privilegio che segna una profonda disparità e disuguaglianza tra il sistema delle corporazioni e della managerialità para-statale, e quella del mercato. 
Una condizione conosciuta molto bene dagli imprenditori italiani, che in questo periodo devono affrontare un’emergenza economica con pochi e insufficienti strumenti di sostegno. Il sostegno alla nuova Alitalia invece c’è e ha l’aspetto di 3.7 miliardi, assegnati ad una realtà che ha dimostrato scarsa capacità manageriale e sostegno a pessime scelte politiche.

Una differenza di trattamento, quella tra Alitalia e “comuni mortali”, che è costata procedimenti dell’Antitrust e che, però, continua a non scoraggiare i governi di tutti i colori e di tutti i partiti, che vanno avanti a riempire la compagnia di sussidi. Considerando tutti gli importi “investiti” dallo Stato in Alitalia, avremmo potuto garantire circa 120mila euro per ogni dipendente licenziato, e si tratta di una stima che non considera il patrimonio dell’azienda. 
Oggi “Ita”, ovvero la nuova Alitalia, avrà un nuovo management con stipendi che potranno andare oltre il tetto fissato per le società pubbliche (240mila euro all’anno), e che non potremo nemmeno conoscere, poiché sarà slegato dal consiglio di amministrazione.

Con i costi del salvataggio, veicolato tramite la creazione della nuova società, il governo si preclude la possibilità di attuare politiche fiscali o industriali di pari valore a beneficio dell’intero Paese. La nuova “Ita”, celebrata da ministri e membri del Governo, non sarà quindi un’azienda di cui tutti i cittadini italiani si sentiranno orgogliosi. Molti di loro percepiranno questa iniziativa come l’ennesimo simbolo di politiche assistenziali, diseguali, ingiuste, volte a tutelare corporazioni e gruppi organizzati a scapito di produttori, giovani e classe lavorativa. Alitalia non è stata salvata nemmeno questa volta: il condono ha un costo pubblico, e lo pagheremo tutti.

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