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Le Winx compiono 18 anni, il creatore a TPI: “Così ho ideato la storia delle fatine moderne”

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Colloquio con Iginio Straffi che ha dato vita alle cinque eroine colorate, conquistando il pubblico dei più giovani. L'intervista sul nuovo numero di The Post Internazionale - TPI, in edicola da venerdì 13 maggio

È un successo tutto Made in Italy quello di Winx Club che compie 18 anni. Diventa, infatti, maggiorenne il fenomeno mondiale delle fatine create da Rainbow che non conosce limiti e continua ad accompagnare bambini e ragazzi in tutto il mondo. Le eroine colorate sono nate dalla penna del genio visionario Iginio Straffi. L’artista ha iniziato la sua carriera in Italia come scrittore e disegnatore in diverse riviste e case editrici, è stato tra i fumettisti di Nick Raider di Sergio Bonelli Editore. Successivamente, Straffi si è dedicato all’animazione in Francia e in Lussemburgo dove ha lavorato in diversi lungometraggi di animazione. Poi, con le Winx, tutto è cambiato. Distribuito in oltre 150 Paesi, Winx Club conta 8 serie animate televisive, due serie animate originali coprodotte con Netflix, tre lungometraggi animati, e tantissimi live show e musical internazionali. Era il 28 gennaio del 2004 quando andò in onda la prima puntata della serie italiana. Da allora niente si è più fermato. Anzi.

Come è nata l’idea di cinque fatine?

«Dall’osservazione del mercato del momento, per cercare di colmare delle lacune tematiche. Ci siamo resi conto che non c’erano eroine femmine. Quasi tutto il mercato del cartone animato era ad esclusivo appannaggio di eroi maschi. Abbiamo pensato di realizzare una storia con delle fate moderne che fossero delle donne senza principi azzurri che dovevano salvarle, erano (e sono) donne forti e determinate che sanno cosa vogliono. Volevamo delle donne al servizio di cause positive: aiuto dei più deboli, rispetto dell’ambiente, solidarietà, ecologia, amicizia e tanto altro. Erano – e sono – un gruppo multiculturale, sono fatine di ogni etnia. Tutto anticipando i tempi».

Essere all’avanguardia è stata la chiave del successo mondiale?

«Forse. Ciò che ora è scontato e banale non lo era all’epoca. Abbiamo anticipato i tempi e questo, sicuramente, ci ha ripagato. Il successo non è stato solo per la serie ma anche per i prodotti derivati che, in diversi Paesi, sono andati a ruba. In Francia e Olanda, per esempio, c’era la lista d’attesa per avere una bambola delle Winx. Lavoravo da tre anni alla scrittura e poi, nel 2004, la prima puntata è andata in onda. Ho curato tutto fin dall’inizio, ho scritto la storia con la descrizione dei personaggi e le ambientazioni. Sentivo che poteva essere qualcosa di importante».

Merito un po’ della creatività italiana?

«Certo, abbiamo una cura diversa nei particolari. Gli artigiani italiani si fanno riconoscere nel mondo per la cura della perfezione e per la meticolosità nei dettagli. Questa ci ha portato ad eccellere, anche se, a volte, non è accompagnata dalla capacità di promuoverci. Altrimenti, la nostra economia e l’export volerebbero. Altri Paesi, per esempio, hanno prodotti di qualità inferiore ai nostri ma una grande capacità di vendersi e promuoversi. Un’altra chiave del successo delle Winx è stato il fatto che abbiamo adattato tutto ad ogni Paese, anche le musiche e le canzoni: le abbiamo fatte proprie del posto dove veniva vista la serie. Abbiamo riadattato una decina di brani per ogni serie e tradotto un centinaio di canzoni in circa 25 lingue».

Ci sono stati casi in cui la nazionalità originale del prodotto non era chiara?

«Sì, all’inizio. Molti pensavano che le Winx fossero un prodotto americano. Almeno, questa era la percezione che si aveva. Qualcuno ha anche pensato che fossero giapponesi. Ma in pochi sapevano che era un prodotto tutto italiano. Ora non c’è più alcun dubbio».

La pandemia ha dato una frenata al vostro lavoro?

«In parte. Tutti noi abbiamo lavorato in smart working ma siamo andati avanti anche se con piccoli ritardi nelle consegne. Abbiamo avuto sicuramente delle perdite nell’oggettistica e nei gadget perché con i reparti di beni non necessari chiusi i nostri prodotti non si potevano comprare. Abbiamo invece registrato aumenti nelle visualizzazioni sulle piattaforme e, di conseguenza, un consumo di più ore dei prodotti televisivi».

Come l’ha vissuta personalmente?

«Come tutti. Andando al lavoro e soffrendo per le restrizioni imposte da un governo che sembrava non avesse il polso della situazione. Ricordo ancora le scene della polizia che rincorreva la gente che faceva sport in spiaggia, all’aria aperta. All’inizio c’era anche una certa isteria dovuta alla poca conoscenza del virus e alla confusione anche tra gli esperti. Con il governo Draghi invece mi sento più sicuro. Secondo me, non ha sbagliato un colpo. Poi, quando è arrivato il vaccino abbiamo tutti tirato un sospiro di sollievo. L’unica cosa che non tollero sono le manifestazioni di chi è contrario al vaccino: liberi di non farlo, ma con i loro assembramenti nelle manifestazioni non possono mettere in pericolo la salute di tutti gli altri cittadini».

Come vede il tutto tra dieci anni?

«Immagino che produrremo altre serie Winx, ma anche altri cartoni. Tutto per conquistare il pubblico di bambini che si rinnova continuamente. E poi altri orizzonti, come la serie live action originale prodotta da Netflix Fate: the Winx Saga. Una sfida ambiziosa che ha portato già alla conferma di una seconda stagione, a riprova del potenziale del brand Winx, orgoglio italiano in tutto il mondo. Una sfida che ha conquistato la fascia di spettatori tra i 18 e i 30 anni. La prima stagione ha registrato 58 milioni di utenti unici ed è stata una delle serie più viste nel 2021. Questo ci ha riempito di orgoglio. Con i social media, poi, siamo in contatto con milioni di follower in tutto il mondo. Abbiamo anche in cantiere la realizzazione di film con budget importanti. Quindi sempre tanto lavoro».

Chi vede come attrici protagoniste?

«Per Bloom, Stella, Flora, Aisha, Musa e Tecna penso a giovani attrici adolescenti che non devono essere già famose, ma che soprattutto devono avere ottime capacità attoriali e che cresceranno come le protagoniste della nostra storia. Ma un sogno ce l’ho: avere Hellen Mirren nel ruolo della preside Faragonda. Sarebbe sicuramente perfetta per quel ruolo, sembra fatto apposta per lei».

Ha mai pensato di scendere in politica?

«No, non attivamente anche se mi è stato chiesto diverse volte. Potrei però essere un buon consigliere di governo. Potrei portare le mie esperienze e le mie competenze lavorative a disposizione del mio Paese. È da trent’anni che giro il mondo per lavoro. Naturalmente, parlo del settore della cultura, dell’intrattenimento ma, anche, della promozione dell’Italia nel mondo».

Quindi non ministro o ambasciatore?

«Direi di no. Meglio consigliere di qualche ministro o ministero. Ci metterei la faccia. In Italia sono pochi i politici che fanno ciò che dicono. Solo nell’ultimo anno questo è stato fatto. Veniamo, invece, da una politica che, negli ultimi venti anni, ha avuto solo buoni propositi e mai il coraggio di fare scelte».

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