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“Il virus e la crisi climatica hanno unito il mondo”: intervista al filosofo Emanuele Coccia

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Credit: © Idriss Bigou-Gilles / Hans Lucas

“Ora l’uomo deve imparare a vivere con i vegetali. Come fa con cani e gatti”. Sul nuovo numero di TPI, in edicola da venerdì 26 novembre, il colloquio con l'autore del celebre libro "La vita delle piante. Metafisica della mescolanza"

“Non basta piantare gli alberi, la loro vita va seguita”. Emanuele Coccia, filosofo e docente di Scienze sociali all’Ecole des Hautes Etudes di Parigi, commenta così l’accordo raggiunto durante il G20 e la Cop26 di Glasgow, con alcuni Paesi che hanno deciso di piantare mille miliardi di alberi entro il 2030. Coccia, autore del celebre libro “La vita delle piante. Metafisica della mescolanza” (Il Mulino, 2016) ha recentemente pubblicato un nuovo scritto, intitolato “Filosofia della casa. Lo spazio domestico e la felicità” in cui descrive le abitazioni come entità morali.

Ma in che modo la vita degli alberi va “seguita”? Secondo Coccia, occorre approdare “a un nuovo immaginario della città, fatta non solo di uomini e pietre, ma anche di rapporti con tutti i non umani”. Si tratta di “un lavoro prima di tutto culturale. Si potrebbe affidare a ogni cittadino la responsabilità di un animale o di una pianta. O dare lo status di città solo a luoghi che ospitano tot alberi e tot animali. Dobbiamo imparare che ogni volta che entriamo in contatto con un essere vivente ne trasformiamo le condizioni di esistenza”.

Una visione ben diversa da quella attuale, in cui per la maggior parte degli esseri umani gli animali sono potenziali braciole e le piante legna da ardere. “Donna Haraway, ecologista femminista, invita a non guardare la natura come semplicemente utile o selvaggia”, sottolinea il filosofo. “Potremmo spiegare così l’antropocene: dato che l’uomo ha fatto di tutto il pianeta il suo enorme appartamento, dovrebbe iniziare a trattare tutti i non umani, come tratta i cani e i gatti”. Infatti, l’uomo ha con il cane un rapporto di affetto e di simbiosi tale per cui alla fine ognuno dei due perde la propria identità” e  “tra gli umani e tutti i non umani si dovrebbe creare lo stesso spazio emotivo”.

Coccia dedica quindi una riflessione al tema delle case, che secondo lui “non corrispondono sempre al nostro universo affettivo, alle nostre relazioni reali”. E propone un nuovo modo per costruire  “città e abitazioni assecondando i corridoi di intimità” costruiti attraverso i social network.
Continua a leggere l’articolo sul settimanale The Post Internazionale-TPI: clicca qui

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