Internet prometteva di connetterci. L’IA ci isolerà?
Più connessi, più soli. Internet ha messo in contatto milioni di individui lontani tra loro. Oggi però i chatbot conversazionali aprono una nuova fase: la relazione non è più tra umani, ma tra umano e macchina. L’IA dialoga, consola, ascolta. Ma può anche favorire l’isolamento sociale. E l’empatia è solo un’illusione
Quando Internet ha iniziato a diffondersi nelle case di milioni di persone, la premessa era chiara: abbattere le distanze, favorire gli incontri, creare nuove comunità. Il web avrebbe dovuto rendere il mondo più piccolo e le persone più vicine e connesse tra loro. A distanza di oltre trent’anni, la questione è ancora piuttosto complessa da analizzare: la rete, infatti, se da un lato ha effettivamente permesso a individui lontani di comunicare, collaborare e costruire relazioni che sarebbero state impossibili nell’era analogica, dall’altro ha contribuito a trasformare profondamente il modo in cui socializziamo, sostituendo il contatto diretto con forme di interazione mediate dagli schermi.
Oggi, con l’Intelligenza artificiale, ci troviamo già di fronte a una nuova fase: quella dei chatbot conversazionali, sempre più sofisticati, che sono in grado di dialogare, consolare, suggerire, ascoltare e persino simulare empatia.
Se per alcuni si tratta di uno strumento utile e rivoluzionario, diversi studiosi e psicologi hanno iniziato a porsi un inquietante quesito: l’Intelligenza artificiale arriverà a isolarci sostituendo le relazioni sociali? E quali potrebbero essere le conseguenze? Ma soprattutto: si tratta di vera socialità?
Interlocutore digitale
L’avvento dei social network ha cambiato il concetto stesso di relazione. Le piattaforme di messaggistica e social quali Facebook, Instagram e TikTok hanno permesso a milioni di persone di connettersi contemporaneamente, ritrovando persone che nella “realtà” si erano perse di vista, facendo nuove conoscenze e semplificando il modo di comunicare e confrontarsi.
Social e app hanno avuto un impatto significativo nelle nostre vite, portando con sé pro e contro. Secondo numerosi studi, infatti, l’aumento delle connessioni digitali non si è necessariamente tradotto in una maggiore soddisfazione relazionale.
I chatbot, tuttavia, introducono un elemento nuovo. Se i social media mettono in comunicazione esseri umani, i sistemi di intelligenza artificiale permettono di instaurare una relazione con una macchina. Un rapporto che, almeno in apparenza, può portare dei vantaggi: il chatbot, infatti, è disponibile sempre e comunque, non interrompe, non giudica, non si stanca e non pretende nulla in cambio.
Per dare una portata del fenomeno, questi sono i numeri che vantano alcune delle aziende che offrono questo tipo di servizi: Replika ha 25 milioni di utenti, My AI di Snapchat 150 milioni, Xiaoice di Microsoft 660 milioni. Numeri aumentati in maniera esponenziale negli ultimi anni, che non tengono conto di altri chatbot multifunzionali, quali ChatGPT o Claude.
Per chi soffre di solitudine, ansia sociale o difficoltà relazionali, questi strumenti possono diventare rapidamente una presenza costante nella vita quotidiana. Alcune persone li utilizzano per sfogarsi, altre per chiedere consigli, altre ancora semplicemente per conversare. In molti casi l’interazione è innocua e persino benefica.
Secondo un sondaggio realizzato dall’Università di Stanford, su mille studenti che utilizzano Replika, una trentina di ragazzi ha affermato che dialogare con il chatbot li ha aiutati ad allontanare pensieri negativi e addirittura suicidi. Non è chiaro, però, quali potrebbero essere gli effetti nel lungo periodo, soprattutto per i più giovani e fragili, specialmente nel momento in cui il rapporto con l’assistente virtuale inizia a competere con le relazioni umane reali.
Senza conflitti
Le relazioni umane, che siano di tipo amicale, lavorativo, familiare o sentimentale, sono complesse poiché richiedono ascolto, compromessi, capacità di gestire incomprensioni e conflitti provocando gioia ma anche frustrazione. Un chatbot è esattamente l’opposto: tende ad adattarsi alle nostre esigenze comunicative, a differenza di un amico o un confidente che può essere stanco, distratto o in disaccordo con noi. Questo, di conseguenza, potrebbe alimentare una sorta di “comfort relazionale” che riduce la motivazione a investire nei rapporti reali e, al contempo, incentiva un rapporto basato su comprensione e accondiscendenza.
In un’epoca caratterizzata da ritmi sempre più frenetici e crescente fragilità dei legami sociali, l’Intelligenza artificiale può sembrare la soluzione più immediata, comoda e confortevole.
Non a caso la psicologa statunitense Sherry Turkle, che da anni studia il rapporto tra esseri umani e tecnologie, ha più volte sottolineato come la tecnologia rischi di offrire «l’illusione della compagnia senza le richieste dell’amicizia». Un’affermazione formulata diversi anni fa e che oggi risulta più attuale che mai.
«Le persone sole possono subire danni psicologici a causa del vuoto morale che si crea quando i loro contatti sociali primari sono progettati esclusivamente per soddisfare i loro bisogni emotivi», hanno scritto i professori di filosofia Dan Weijers e Nick Munn su The Conversation. «Se una persona trascorre la maggior parte del suo tempo con intelligenze artificiali adulatrici, probabilmente diventerà meno empatica, più egoista e forse più violenta».
Come gli animali domestici
L’aspetto più sorprendente, e al tempo stesso preoccupante, dei chatbot è dato dalla loro capacità di simulare comportamenti empatici. I sistemi di intelligenza artificiale, infatti, possono riconoscere emozioni espresse nel linguaggio, rispondere con toni rassicuranti e adattare il registro comunicativo al contesto.
Ma si tratta realmente di empatia? La risposta è no. I chatbot ovviamente non provano emozioni, ma elaborano informazioni e generano risposte statisticamente plausibili. Eppure, nonostante questo, il cervello umano tende naturalmente ad attribuire intenzioni, emozioni e personalità agli oggetti con cui interagisce. È lo stesso meccanismo che porta molte persone ad affezionarsi agli animali domestici, ai personaggi virtuali o persino agli assistenti vocali.
Quando un chatbot risponde in modo convincente, l’utente può sviluppare un coinvolgimento emotivo autentico, anche se il sistema dall’altra parte non prova nulla.
La “sycophancy”
La tendenza dell’IA ad assecondare l’utente, anche quando ciò porta a risposte inaccurate o fuorvianti, è noto come «sycophancy».
Questo fenomeno, che si manifesta attraverso la conferma di convinzioni errate, il rafforzamento di opinioni senza averle esaminate criticamente, l’adattamento delle risposte per ottenere approvazione dall’utente invece che per essere accurate, è stato oggetto di una recente ricerca condotta dalla Stanford University, in collaborazione con University of Oxford e Uk AI Security Institute. Dallo studio è emerso che un prolungato dialogo con chatbot progettati per validare continuamente l’interlocutore può modificare le aspettative di una persona nei confronti delle relazioni umane, influenzando il modo in cui viviamo il confronto e le complessità delle interazioni sociali.
Il pericolo per i giovani
Questo rappresenta un pericolo soprattutto per bambini e giovani che, oggi, stanno crescendo in un ambiente tecnologico radicalmente diverso da quello delle generazioni precedenti.
Per la prima volta nella storia, un minore può instaurare una conversazione con un’entità non umana: un fenomeno che rischia di influenzare il modo in cui vengono sviluppate competenze fondamentali come l’ascolto reciproco, la negoziazione, la gestione dei conflitti e la tolleranza alla frustrazione.
Secondo gli psicologi, le relazioni umane non sono essenziali solamente per il benessere emotivo, ma anche per lo sviluppo cognitivo e sociale: imparare a convivere con persone diverse da noi richiede uno sforzo che nessun chatbot può replicare. Se i giovani dovessero abituarsi a parlare con interlocutori che danno loro sempre ragione o che si adattano alle loro esigenze, potrebbero trovare sempre più difficoltà a confrontarsi con la complessità delle relazioni reali.
Tra rischi e opportunità
Giudicare l’Intelligenza artificiale come mero rischio e solo esclusivamente come una minaccia sarebbe superficiale. I chatbot possono facilitare l’accesso alle informazioni, offrire supporto educativo, aiutare persone con disabilità comunicative e persino contrastare forme di isolamento temporaneo. In alcuni contesti, ad esempio lavorativi e professionali, possono funzionare come strumenti complementari alle relazioni umane, non come sostituti.
La vera sfida, quindi, è nel riuscire a mantenere chiara questa distinzione: un assistente virtuale può essere un supporto prezioso, ma non può sostituire l’esperienza di una conversazione tra amici, l’affetto di una famiglia, la complicità di una coppia o il senso di appartenenza a una comunità.
Le tecnologie, da sole, difficilmente determinano il destino della società, a meno che non lo si voglia. Il tema, dunque, riguarda ancora una volta gli umani e il modo in cui sceglieremo di integrare le nuove tecnologie nelle nostre vite.
La differenza tra un futuro distopico e uno ordinario dipenderà dalla nostra capacità di ricordare una verità semplice: essere ascoltati da una macchina può essere utile, ma essere compresi da un altro essere umano rimane un’esperienza diversa. Perché la tecnologia può aiutarci a comunicare. Ma la connessione, quella vera, continua a nascere tra esseri umani.