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La strage dei vecchi ai tempi del Covid-19

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Credits: ANSA

Che la vecchiaia sia una grande e irrisolta questione sociale lo abbiamo riscoperto tragicamente in questi mesi, in cui un virus subdolo e aggressivo sta mietendo le sue vittime soprattutto fra quelli che un tempo, con una solennità che oggi apparirebbe piuttosto ridicola, venivano chiamati vegliardi. Beninteso, accanto alla vecchiaia anagrafica, biologica e burocratica (l’età del pensionamento), c’è anche la vecchiaia psicologica, la “senilità” raccontata da Italo Svevo nel suo romanzo omonimo. Ma dalle sofferenze della vecchiaia psicologica ci si può riprendere. Più difficile è riprendersi da quelle dell’invecchiamento biologico, anche se la medicina e la chirurgia moderne spesso fanno miracoli.

Ecco, dall’epidemia da Covid-19, con le sue stragi nelle residenze per anziani e in cui la sorte di un contagiato ottantenne – non nascondiamocelo – talvolta è dipesa (ponendo i medici di fronte a drammatici dilemmi etici) dalle diverse risorse organizzative e finanziarie del sistema sanitario, le generazioni della terza e quarta età rischiano di uscire devastate. D’altro canto, l’emarginazione dei vecchi, in un’epoca in cui il progresso tecnico è impetuoso, è un dato di fatto impossibile da ignorare. Un progresso talmente rapido da lasciare indietro chi si ferma per strada, o perché non ce la fa più o perché preferisce sostare per tornare in se stesso, dove – come diceva sant’Agostino – “abita la verità”.

Ma ad accrescere l’emarginazione del vecchio concorre altresì un fenomeno che è di tutte le epoche: l’invecchiamento culturale. Il vecchio, come ha scritto Jean Améry nel libro “Rivolta e rassegnazione. Sull’invecchiare” (Bollati Boringhieri, 2013), tende a restare fedele al corpo dei principi interiorizzati nel corso della giovinezza e della maturità; o a restare affezionato a quelle abitudini che, una volta formate, è penoso cambiare. Sia chiaro, sarebbe sbagliato generalizzare. Per fortuna, non mancano le eccezioni. Ci sono uomini e donne che hanno superato la veneranda soglia dei novanta anni e la cui vitalità intellettuale dimostra che l’età che conta è quella della mente. In una società dove la retorica del giovanilismo ha assunto perfino aspetti grotteschi, c’è da rallegrarsene.

Certo, l’anziano (termine a cui spesso si ricorre perché più neutro) resterà un corteggiatissimo consumatore, e per questo media e spot pubblicitari continueranno a veicolarne un’immagine felice e sorridente mentre consuma una bevanda gustosa o si diverte in una vacanza esotica. Rappresentazioni tanto più ipocrite quanto più la vecchiaia è non solo l’altra faccia del preoccupante declino demografico dell’Italia, ma è già l’aspetto più critico di un sistema di welfare basato prevalentemente sui trasferimenti monetari (entro un decennio, si prevede che da noi ci sarà un pensionato per ogni lavoratore occupato).

Come ha scritto Norberto Bobbio in un libro che costituisce una specie di testamento spirituale (“De senectute“, Einaudi, 2006), il vecchio virtuoso e sapiente di una certa tradizione retorica e il vecchio disperato per l’avvicinarsi della morte sono due atteggiamenti estremi. Tra questi due estremi vi sono molti altri modi di vivere la condizione senile: la rassegnazione, l’indifferenza, l’ostinazione di chi rifiuta di vedere le proprie rughe e si camuffa con la maschera dell’eterna giovinezza; oppure la ribellione, attraverso l’incessante sforzo di continuare il lavoro di sempre; o, al contrario, il distacco dagli affanni quotidiani e il raccoglimento nella riflessione e nella preghiera. La vecchiaia, in ogni caso, non può essere scissa dal resto della vita precedente: è la prosecuzione dell’adolescenza, della gioventù, della maturità. Perché, come recita una poesia di Dylan Thomas: “La giovinezza chiama la vecchiaia attraverso gli anni spossati: / ‘che hai trovato?’, le grida, ‘che hai cercato? / ‘Quello che tu hai trovato’, risponde la vecchiaia, lacrimando: / ‘Quello che tu hai cercato”.

Leggi anche: 1. L’usura ai tempi del Coronavirus / 2. Framania, chi era costei? 

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