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Il liberalismo sociale di Amartya Sen: Mattia Baglieri ne parla a TPI

Dottore di ricerca al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, Mattia Baglieri ha ripercorso il pensiero economico di Amartya Sen, premio Nobel per l'Economia nel 1998, nel volume Amartya Sen. Welfare, educazione, capacità per il pensiero politico contemporaneo

Di Azzurra Meringolo
Pubblicato il 4 Gen. 2020 alle 15:15 Aggiornato il 4 Gen. 2020 alle 17:12
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Immagine di copertina

Il liberalismo sociale di Amartya Sen: Mattia Baglieri ne parla a TPI

Economista, filosofo e accademico indiano, Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998, ha sviluppato un approccio radicalmente nuovo alla teoria dell’eguaglianza e delle libertà. Sen si è sempre mostrato critico nei confronti del concetto di Pil, considerato come unico indicatore di ricchezza economica, sostenendo che la ricchezza sia principalmente rappresentata dall’umanesimo dei valori e dall’impegno dei governi nel promuovere benessere e capacità individuali. Il pensiero dell’economista indiano è stato analizzato da Mattia Baglieri, Dottore di ricerca al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, nel libro Amartya Sen. Welfare, educazione, capacità per il pensiero politico contemporaneo. L’autore ne ha parlato a TPI.

Nel suo volume lei scrive che Sen ha un approccio etico alle discipline economiche. In che cosa consiste?

L’economista Premio Nobel Amartya Sen, nonostante abbia scritto numerose opere di carattere econometrico e di matematica finanziaria, è principalmente uno storico dell’economia, per quanto il suo pensiero sia ben poco conosciuto in questo settore. Egli ha l’obiettivo principale di un’indagine sulle radici moderne del capitalismo in quello straordinario laboratorio filosofico-politico che è stato l’Illuminismo, tanto di matrice continentale, quando di marca anglosassone, studiando il pensiero di autori come François Quesnay, Robert Malthus, Jeremy Bentham, John Stuart Mill e, soprattutto, Adam Smith, ovverosia il Padre dell’economia come “scienza dello statista e del legislatore”.

È nell’ambito di questo contesto storico che origina l’alleanza dell’economia con l’etica e la morale che, a dire di Sen, mai andrebbero disgiunte dall’agire economico individualistico, giacché solo con lo sguardo rivolto al benessere comune, le società possono dirsi avanzate. Ancora nel 2013 ad Atene, in dialogo con l’economista del Massachusetts Institute of Technology Acemoglu Daron, Amartya Sen sottolineava come le policies neoliberiste cui la Grecia è stata costretta per rientrare nei parametri economici europei siano state eccessivamente dure sotto il profilo della tenuta del sistema istituzionale, a partire dalle politiche di welfare e di spesa pubblica, fortemente ridimensionate soprattutto sul fronte sanitario e previdenziale.

Quest’anno, per esempio, si celebreranno i 30 anni degli Human Development Report adottati dalle Nazioni Unite per misurare lo sviluppo umano. Quale è stato il contributo di Sen, considerando che l’autore è critico del concetto di PIL quale indicatore unico di ricchezza economica?

Il liberalismo che Sen ha in mente è un liberalismo individualista. Alcuni autori, come il filosofo Giovanni Giorgini, lo hanno definito un “liberalismo eretico” perché Sen si richiama moltissimo alla teoresi economica marxiana, il che non è assolutamente comune negli autori di formazione anglosassone come Sen. Parlare di “liberalismo individualista” significa che secondo Sen il progresso delle società nel loro insieme deriva sempre da un ampliamento delle opportunità di sviluppo assegnate a ciascun singolo individuo, mentre Sen è fortemente critico verso gli autori comunitari e multiculturalisti come Charles Taylor e Will Kymlicka che sostengono che i diritti di gruppi specifici debbano essere prioritari rispetto ai diritti delle donne e degli uomini che compongono la comunità internazionale.

Insieme all’economista pakistano Mahbub Ul-Haq, nel 1990, quindi esattamente trent’anni fa, Sen ha introdotto per le Nazioni Unite un nuovo algoritmo, lo Human Development Index, che non tiene soltanto in considerazione il Prodotto pro-capite, ma anche il numero di anni di scolarità di cui in media gli uomini e le donne godono all’interno di ciascun singolo Stato, così come l’aspettativa di vita alla nascita. L’ONU, attraverso il Dipartimento sullo Sviluppo Umano, chiede inoltre annualmente a ciascun paese la redazione di Rapporti nazionali che studino anche la distribuzione delle risorse economiche nelle aree interne. Pensiamo all’Italia, paese del G8 e ottava quanto a Prodotto Interno Lordo, ma addirittura ventiseiesima per quanto riguarda l’indice di sviluppo umano. Ci sono parecchie posizioni da recuperare!

Parlando della sua India caratterizzata da una crescita economica a turbo Sen parla di una gloria incerta. Che cosa non lo convince?

Se già osserviamo una forbice tra PIL e sviluppo umano nel nostro Paese, ebbene il caso dell’India è certamente più eclatante: settima come PIL al mondo, ma solo centotrentunesima secondo la misurazione seniana dello sviluppo umano. Per le donne l’indice di sviluppo umano, studiato comparativamente tra i generi, è notevolmente più basso, soprattutto quanto a risorse economiche possedute dalle donne e a possibilità di studiare. L’ultimo libro di Sen, The country of first boy, sottolinea proprio il fatto che gli uomini indiani abbiano da sempre una posizione di vantaggio rispetto alle donne, principalmente in ambito politico ed economico. Un altro libro, proprio Una gloria incerta, scritto con l’economista e antropologo Jean Drèze nel 2013, prende a prestito un verso dei Due gentiluomini di Verona di William Shakespeare dedicato alla stagione primaverile per sottolineare le ambiguità dello sviluppo indiano: è vero che, grazie all’irrobustimento del regime democratico, in India – a differenza, ad esempio, della Cina – dopo la fine della seconda guerra mondiale non ci sono più state carestie, ma è altrettanto vero che oggi sono sorti partiti identitari a ideologia estremista induista (Hindutva) che stanno minando dall’interno le relazioni con le minoranze religiose, soprattutto musulmane. Ecco perché lo sviluppo indiano è assai incerto, per quanto portentoso.

Oggi, inoltre, è esemplificativo il caso del Kashmir, una regione in cui dall’agosto scorso vige un forte accentramento imposto dalla capitale Delhi, dato che il Premier indiano Modhi ha revocato lo Statuto speciale di cui lo Stato federato del Kashmir godeva sin dal ‘48. Da più di tre mesi la rete internet è bloccata e i giornalisti non possono raccontare sul campo quanto sta accadendo. Lo stesso Amartya Sen è intervenuto sulla prima rete nazionale induista per criticare fortemente il governo indiano rispetto alle restrizioni imposte sullo Stato kashmiro e rispetto alla militarizzazione della regione, tacciando senza mezzi termini il governo Modi di un approccio neoimperialista simile a quello della madre patria britannica ai tempi dell’India coloniale.

Sen è così legato a Tagore che invita la storiografia a indagare il “lato Tagore” della storia indiana. In che cosa consiste?

Nel suo libro L’altra India, del 2014, Sen studia le origini della democrazia indiana nel pensiero dei Padri fondatori della propria nazione, ovverosia Gandhi, Tagore e Nerhu. Sebbene egli si sia dedicato a ricostruire le strette relazioni intellettuali tra Gandhi e Tagore, possiamo dire con certezza che il cosiddetto “lato Tagore” della storia indiana sia, a suo dire, maggiormente applicabile al presente globale rispetto al pensiero gandhiano, pur così fondamentale per l’indipendenza dalla Gran Bretagna in modo non eccessivamente violento. Laddove Gandhi appariva profondamente convinto che gli indiani non avrebbero mai potuto rinunciare alla propria forte appartenenza confessionale (per quanto in un clima di pluralismo religioso), possiamo affermare che Tagore fosse maggiormente aderente ad una politica laica di tipo moderno e progressista. Al contrario, Gandhi è sempre stato particolarmente critico verso il progresso e il periodo storico che egli criticava maggiormente era proprio l’Illuminismo, un periodo in cui sono stati introdotti concetti quali il progresso e il meccanicismo politico.

Quando nel ’34 la regione del Bihar fu scossa da un forte terremoto, ad esempio, Gandhi ebbe a sostenere che il sisma rappresentasse una punizione divina contro i comportamenti malvagi degli abitanti della regione, una constatazione del tutto scellerata secondo Tagore. Nell’Università di Visva Bharati, vicino a Calcutta, Tagore, inoltre, si dedicò a costruire un grande campus progressista, mettendo a sistema le idee educative dei più importanti studiosi internazionali di inizio Novecento, come John Dewey, Maria Montessori e Leonard Elhmirst.

Come Sen ha contrastato la teoria dello scontro di civiltà di Huntington?

Il filosofo neoconservatore Samuel P. Huntington rappresenta per Sen il principale obiettivo polemico da diversi anni, per quanto egli ravvisi l’origine dei pericoli del neoconservatorismo americano già molti anni prima di Huntington, ovvero negli anni Settanta e Ottanta, con le pubblicazioni economiche di Milton Friedman e quelle politologiche di Allan Bloom: si tratta delle cosiddette letture “virtue-inculcating” che sostenevano che l’America sarebbe tornata grande con il taglio della spesa pubblica e un forte approccio proibizionista nei confronti del dilagare delle droghe, unito al ritorno dello stigma verso le fasce meno abbienti della società americana.

Gli esiti della retorica repubblicana sono fortemente visibili ancora oggi. Se, secondo Sen, le politiche proposte da Huntington, e realizzate dai mandati Bush, si sono rivelate riduzioniste rispetto alla descrizione della storia globale, allo stesso modo la cosiddetta nozione introdotta da Huntington di “scontro di civiltà” presuppone che l’identità personale di ciascun individuo sia ascrivibile alla sola religione e cultura di appartenenza, incapace di essere affascinato da influenze e contaminazioni di culture diverse e di apprezzare le tante sfaccettature che, a dire di Sen, caratterizzano la vita di ogni uomo. Ecco, allora, perché il pensiero seniano può essere utile nel momento in cui riteniamo corretto impostare un dialogo, e non già una contrapposizione, tra le diverse espressioni culturali: in questo senso sarebbe bene ripercorrere la storia delle società occidentali e non occidentali per rendersi conto di come da sempre l’arte, la letteratura e la stessa politica, siano manifestazioni di un ventaglio di reciproche relazioni di incontro e non solo di scontro.

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