Università, nessuno decide (neanche il ministro): caos sulle regole anti-Covid

A poche settimane dal previsto ritorno nelle aule si continua a parlare di banchi girevoli, mentre studenti e docenti attendono indicazioni su come ripartire in sicurezza

Di Luigi Santarelli
Pubblicato il 31 Lug. 2020 alle 17:58 Aggiornato il 31 Lug. 2020 alle 17:59
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Credit: ANSA

Gaio Pompeo Trimalcione è un personaggio della letteratura latina creato da Petronio. Pur non essendo un uomo colto, Trimalcione sfoggia con grande orgoglio la sua biblioteca, da gran vanitoso qual è. Mi sono accorto negli anni di assomigliare non poco a Trimalcione, non tanto nella vanità – si spera – quanto nella quasi maniacale attenzione nel conservare una biblioteca ben fornita da mostrare all’occorrenza. Chi ne possiede una di bell’aspetto sicuramente ne avrà apprezzato l’utilità come sfondo delle proprie videoconferenza nell’era coronavirus. Spesso mi distraggo osservando i libri sui ripiani. File e file di volumi universitari su cui ho passato ore e ore. E mi viene da pensare. Cosa ne sarà, ora, dell’università?

Così come in altri Paesi in Italia continua il dibattito su questo aspetto della ripartenza, quello di chi studia. Tanto si parla – giustamente – di scuola, meno di università. In un momento di forte crisi come quello che il Paese sta attraversando risulta certamente poco utile guardare al proprio orticello ripetendosi «e io?» e gridando all’ingiustizia. Ciò che è utile invece è ragionare seriamente di come tornare in aula a settembre. L’impressione è che anche stavolta si sia scelto di non scegliere. Il ministero dell’Università e della ricerca guidato da Gaetano Manfredi ha dato libertà d’intervento ai singoli atenei, e di conseguenza ai rettori, che proprio Manfredi aveva guidato da presidente della CRUI, la Conferenza dei rettori italiani. E qui si ripropone l’intoppo, con i rettori che in molti casi hanno scelto di affidarsi ai presidi delle facoltà, se non addirittura ai responsabili dei più piccoli dipartimenti. A pensar male, sembrerebbe che nessuno abbia voglia di assumersi alcun tipo di responsabilità. E da una gestione dell’emergenza come questa deriva una risposta quanto mai frammentaria dalle università, ciascuna lasciata al proprio destino.

Da Sassari a Torino, ognuno per sé

Ci risiamo. Non se ne esce, la battaglia nord-sud prosegue anche in tempo di Covid-19. Se non nella gestione dell’emergenza, quanto meno nella chiarezza d’intenti. Marcello studia a Milano, dalla Cattolica si è trasferito da poco alla Bocconi. “Negli ultimi giorni è stato tutto più chiaro. L’ateneo ha chiesto a tutti gli studenti se avessero intenzione di tornare a frequentare le lezioni in aula o – per gravi motivi – di continuare a seguirle a distanza”. Già, perché il principale problema da risolvere è la capienza delle aule, notevolmente ridotta in seguito alle nuove disposizioni per limitare la diffusione del contagio. “Si potranno fare tutte le lezioni in presenza se il numero degli studenti non dovesse superare il 50% della capacità delle aule”. Se così non fosse le classi alterneranno una settimana in presenza e una online”. Non il massimo, dirà qualcuno.

Da apprezzare quanto meno la chiarezza, ma è la Bocconi, c’era da aspettarselo. È sufficiente rimanere a Milano, però, per capire quanto il mondo dell’università sia nel pallone. “Ci sarà la possibilità di continuare con la didattica a distanza – racconta Gianmarco -, ma pare che si potrà comunque anche tornare in aula. Per il momento non si sa ancora nulla”. Gianmarco studia al Politecnico di Milano, e ammette di non sapere cosa farà da qui a settembre. La situazione non è migliore al Politecnico di Torino, come racconta Marta: “Stanno arrivando molte voci di corridoio, ma non è chiarissimo cosa faremo. Probabilmente si tornerà a fare qualcosa in presenza, forse dei laboratori, forse qualche lezione, forse andremo di sabato”. Tra i dubbi di studenti, docenti e personale, le uniche certezze sono i disagi che inevitabilmente andranno affrontati. Il primo e più importante riguarda le strutture, la capienza delle aule. “Saranno occupate al massimo per il 25% della loro normale capienza” racconta Francesca, studentessa all’università di Trento. Numeri per cui tre studenti su quattro non potranno entrare in aula per mancanza di posti. Percentuale che alla Sapienza di Roma sembra salire al 33%. E c’è il problema dell’areazione, per cui oltre alla riduzione dei posti si potranno utilizzare solamente aule con delle finestre adeguate. Dall’altra parte del mare, invece, la pandemia da Covid-19 sembra quasi non essere mai arrivata. “In Sardegna già a giugno sono ricominciati gli esami in sede” racconta Andrea, studente dell’università di Sassari. “Se tutto va bene a settembre sarà tornato tutto più o meno alla normalità”. Un timido ottimismo che muore non appena si oltrepassa il confine di regione.

Aiutati che Dio ti aiuta

Si diceva dell’autonomia lasciata ai dipartimenti. Come in ogni ateneo, ciascuno di essi ha spazi diversi, di conseguenza ognuno di loro si organizzerà a proprio modo, talvolta senza nessuna linea comune di azione. Una cosa che sembra certa è che sarà in ogni caso garantita a tutti la possibilità di continuare a fare lezione online. Nella disomogeneità d’intervento c’è però tutta l’incapacità di un paese di comprendere l’importanza di investire sul futuro. Un futuro che passa necessariamente – anche – dall’università. E mentre ci sono forti dubbi sulle iscrizioni di settembre, le future matricole ancora non sanno a cosa andranno incontro. Nessuno si aspetta una soluzione lampo. Il mondo d’altronde è investito da uno tsunami che non sembra essersi placato. Certo è che se remassimo tutti perlomeno nella stessa direzione riusciremmo forse a non farci travolgere dall’onda.

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