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Ucciso perché felice

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Stefano Leo, ucciso a Torino da Said Machaouat

Il commento di Giulio Cavalli sull'omicidio a Torino di Stefano Leo

L’ha ucciso perché tra i tanti che il 23 febbraio stavano ai Murazzi Stefano Leo gli “sembrava felice”. Potrebbe essere l’inizio di un romanzo e invece è la fine, di sconvolgente banalità, di un ragazzo che ha commesso il peccato mortale di sorridere troppo di fronte a qualcuno (Said Machaouat, 27 anni) che per uscire dalla depressione ha pensato bene di trascinare un felice nel gorgo della morte, come se potesse essere un balsamo di tutte le sue sfortune.

Del resto Said Machaouat in poco tempo aveva perso tutto. Prima la moglie (pluridenunciato per maltrattamenti in famiglia) e poi anche il lavoro da cuoco. Ritrovatosi da solo in mezzo alla strada ha ammesso di non riuscire a reggere “che il mio bimbo di quattro anni chiama papà l’amico della mia ex compagna”, quel figlio che non riusciva più a vedere da tempo.

E quindi? Quindi ha ucciso Stefano Leo seguendo la vendetta verso chi aveva ciò che a lui mancava: la felicità. E ha ragione il procuratore capo Paolo Borgna nel dire “un movente sconvolgentemente banale che fa venire i brividi alla schiena”: se essere felici diventa una colpa allora c’è qualcosa di perverso, nell’aria.

Eppure, senza volere per forza collegare le due cose né voler tirare conclusioni affrettate è innegabile che la bile per i realizzati, i preparati, i soddisfatti, genericamente i felici, sia una delle matrici di questo tempo.

C’è talvolta la sensazione che in un Paese sempre più incapace di costruire speranza per il futuro (vuoi per la congiuntura economica, vuoi per la drammatica situazione occupazionale, vuoi per la mancanza di stabilità, vuoi perché i ricchi sono sempre più ricchi mentre la classe media ormai si è drammaticamente impoverita o vuoi perché il Decreto Sicurezza creerà in poco tempo centinaia di migliaia di invisibili) l’unico rimedio per trovare pace sia nell’augurare fallimento anche a tutti gli altri, considerandosi così più fortunati nell’avere un nutrito numero di disperati a farci compagnia piuttosto che riuscire a battersi per un futuro per se stessi e per gli altri, per tutti.

È un odio atavico che sembra essere riuscito dalle fogne e attacca diverse persone (non tutti omicidi, per fortuna, bastano quelli che godono con la bava alla bocca per il taglio delle pensioni o per una scorta tolta a qualcuno che non sopportano) e rende la disperazione degli altri l’unica speranza possibile. E non è una novità: la guerra tra poveri e disperati è da sempre l’habitat naturalmente più comodo per lasciare indisturbati i potenti. E così sta accadendo. Purtroppo.

“L’ho ucciso perché mi sembrava felice”: l’inquietante confessione sull’omicidio di Stefano Leo ai Murazzi di Torino

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