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Guerra ibrida, Siher, Italia in Piazza: cosa sappiamo finora dei tumulti di Milano

Immagine di copertina
Foto AGF

Due giorni di vandalismi e saccheggi a margine delle manifestazioni contro il carovita. Ma i fermati sono adolescenti, in gran parte minorenni, slegati da qualsiasi appartenenza politica

C’è stata una regia dietro i tumulti a Milano del 17 e 18 ottobre? Secondo il ministro della Difesa Guido Crosetto, sì. Quarantotto ore dopo i disordini, il ministro attribuiva quei fatti a una «guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre nazioni ricorrendo a strumenti non convenzionali che si chiamano TikTok, social, YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e in qualche modo reagisca». «La mia più grande preoccupazione oggi – ha aggiunto Crosetto – è la capacità che hanno alcune nazioni, dopo aver studiato con gli algoritmi le menti dei nostri giovani, di conoscere molto meglio di noi come influenzarli».

Al momento (questo giornale è andato in stampa il 3 novembre) l’ipotesi delle ingerenze straniere non ha trovato riscontri ufficiali. Ciò che è emerso, invece, come rivelato da Repubblica, è che il 15 ottobre, due giorni prima che nel centro di Milano esplodesse il caos, durante una riunione del Comitato di analisi strategica antiterrorismo, i Servizi segreti e la Polizia di prevenzione avevano avvertito il Viminale dei rischi di violenza nelle piazze italiane. Gli apparati avrebbero segnalato, in particolare, due account sui social impegnati nell’organizzare le mobilitazioni del 17 in diverse città del Paese. Uno dei due account sarebbe quello di Italia in Piazza, movimento che peraltro nelle settimane successive abbiamo scoperto essere estraneo alle violenze.

I gruppi sui social
Il movimento Italia in Piazza nasce nei primi giorni di ottobre. Secondo quanto affermano alcuni dei suoi referenti – che hanno rilasciato diverse interviste sotto anonimato – la scintilla da cui parte tutto scatta su TikTok, nella sezione “Commenti” di un video che documenta le proteste in Francia. Qualcuno la butta lì: «Perché non facciamo qualcosa anche in Italia?». La proposta raccoglie adesioni. Poche ore dopo viene aperto un gruppo su WhatsApp e a cascata arrivano anche l’account su Instagram, quello su TikTok e la community su Telegram. 

Tra i promotori dell’iniziativa, circa una quindicina, gli unici nomi pubblicamente emersi finora sono quelli di Ludovica Calvitti e Aura Asara, due studentesse universitarie di Roma. La neonata rete di attivisti – composta principalmente da giovani sotto i 30 anni – decide di convocare per sabato 17 ottobre manifestazioni in tutta Italia per protestare contro il carovita. Nel volantino che promuove la mobilitazione si fa però anche una raccomandazione: «No caos, no violenza, sì protesta pacifica».

Il 10 ottobre Italia in Piazza pubblica su Instagram il suo Manifesto, in cui si parla di una «manifestazione apartitica» e «pacifica». Segue un elenco di questioni ritenute problematiche per il Paese, dai morti sul lavoro all’emigrazione dei giovani, dagli stipendi bassi ai tagli alla sanità pubblica, dalle «scuole senza strutture» al caro-affitti, fino al tema sicurezza. «Non importa chi siamo, in cosa ci identifichiamo, quale sia il nostro orientamento sessuale o quali divinità preghiamo», si legge nel documento: «A unirci è il fatto che non lasceremo che ci rubino ciò che ci spetta di diritto». 

Cinque giorni dopo, lo stesso account Instagram condivide un video insieme al Fronte Rivoluzione Italiano (Fri), un movimento presente sul social dall’inizio di settembre, che dichiara di essersi costituito con l’obiettivo di «dare voce a chi vuole partecipare, discutere e incidere sul futuro dell’Italia» e che a sua volta promuove le manifestazioni del 17. Nel video, il rapper e attivista Dias Akhmetkaliyev (nome d’arte babydr4co), tra gli animatori del Fri, fornisce alcuni aggiornamenti pratici sull’organizzazione dei cortei.

Non è dato sapere quanto seguito raccolgano gli appelli alla protesta provenienti da questi account. Gli unici numeri certi sono quelli relativi alle iscrizioni online. Ad oggi Italia in Piazza conta circa 5.300 follower su Instagram, un migliaio su TikTok e 2.500 membri nella chat su Telegram, mentre il Fri ha 23mila follower su Instagram e 6.100 membri su Telegram.

Due pomeriggi di caos
Nel pomeriggio del 17 ottobre si stendono cortei di protesta in quindici città italiane. A mobilitarsi non sono però solo i seguaci di Italia in Piazza e del Fronte Rivoluzione Italiano: ci sono anche collettivi studenteschi, centri sociali e sindacati di base.

A Milano la manifestazione parte alle 15 da piazza Duomo: secondo la Questura ci sono 5mila persone. Poco dopo si registrano i primi scontri con la Polizia – lanci di sassi, manganellate – ma la situazione sembra ancora sotto controllo. A un certo punto alcuni gruppi di giovanissimi incappucciati si sfilano dal corteo e iniziano a vandalizzare le vie centrali: vetrine distrutte, negozi saccheggiati, piccoli incendi appiccati qua e là. Agiscono pressoché indisturbati sotto gli occhi spaventati di passanti e lavoratori. Le stesse forze dell’ordine spiegheranno poi di essersi trovate in difficoltà nel fronteggiare piccole bande in azione contemporaneamente in diversi punti della città. Alla fine della giornata il bilancio è di 72 fermati.

Passano 24 ore e – inaspettatamente per tutti, inclusi Polizia e Carabinieri – il copione si ripete. Intorno alle 17 di domenica piccoli gruppi di adolescenti iniziano a seminare il caos nel centro di Milano: spaccano vetrine e pensiline dei tram, buttano a terra motorini e cestini, entrano nei negozi e rubano vestiti, scarpe, cibo. Su 271 ragazzi portati in questura, 220 sono minorenni. 

Nei giorni seguenti, i tumulti nel capoluogo lombardo tengono banco nel dibattito politico e mediatico. Italia in Piazza prende le distanze dalle violenze: «Gli incappucciati non eravamo noi», «Spaccare vetrine o cercare lo scontro isolato con la Polizia non aiuta nessuno». Anche il Fri si dissocia: «Chiunque incitasse alla violenza è stato allontanato dal nostro gruppo».

Le risultanze investigative confermano: gli autori dei disordini sono ragazzini non riconducibili ad alcun movimento politico. Si sobillano a vicenda, anche sui social, ma agiscono in ordine sparso, senza un piano, senza un coordinamento.

Il caso Siher
Alle 19.58 di domenica 18, poche ore dopo il secondo pomeriggio di disordini, viene aperto su Instagram un nuovo account: Movimento 17 ottobre. Nella descrizione si legge: «Siamo quelli delle piazze, quelli che vedono l’unica violenza nel manganello degli sbirri». Dalla pagina social – e dal canale aperto parallelamente su Telegram – parte la convocazione per una «mobilitazione permanente», ogni sabato in otto città italiane, «contro il governo dei padroni». 

Il giorno 20 arriva il primo comunicato: «Non ci rappresenta nessuno, ci rappresentiamo da soli. Siamo giovani che hanno deciso di smettere di aspettare». 

Sabato 24, mentre le questure di tutta Italia si preparano a un nuovo pomeriggio di tensioni, viene fermato in zona Corvetto, a Milano, Youssef Siher, 30 anni, bresciano di origini marocchine, laureato in Scienze politiche alla Statale. È il fondatore del Movimento 17 ottobre. 

La Procura meneghina gli contesta i reati di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, ma quattro giorni dopo il Gip ne ordina la scarcerazione per mancanza di gravi indizi di colpevolezza. Divampano le polemiche. Benché l’account su Instagram sia stato creato la sera del 18 ottobre, Siher viene additato – anche da importanti esponenti di governo – come «la mente» dei tumulti avvenuti nei pomeriggi del 17 e 18. 

Intanto, vandalismi e saccheggi non se ne sono più visti, il che può far pensare si sia trattato di tumulti isolati. Ma nel Paese le proteste vanno avanti, trainate da studenti e autotrasportatori. Il carovita, invece, continua a pesare. E quello di certo non è attribuibile alle ingerenze straniere.

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