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Home » Cronaca

Anatomia di una generazione ignorata tra stress, isolamento sociale e crisi economica: ecco la mappa del malessere giovanile in Italia

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Manifestazione in piazza il 30 ottobre 2026 a Torino durante lo sciopero generale di studenti e lavoratori, indetto dall’USB. Credit: Selene Daniele / AGF

Le rilevazioni dell’Iss, dell’Istat e di Telefono Azzurro convergono su un punto: tra adolescenti e giovani crescono alcuni segnali di sofferenza psicologica

Ansia, umore basso, autolesionismo e ritiro sociale non sono lo stesso fenomeno, né si misurano allo stesso modo. Ma le rilevazioni dell’Iss, dell’Istat e di Telefono Azzurro convergono su un punto: tra adolescenti e giovani crescono alcuni segnali di sofferenza psicologica, e il divario di genere penalizza soprattutto le ragazze. La rilevazione Hbsc 2022 dell’Iss, condotta nelle scuole, registra la frequenza di alcuni segnali: difficoltà a dormire, mal di testa o di stomaco, nervosismo, irritabilità, sentirsi giù di morale. Non sono diagnosi di ansia o depressione, ma possibili indicatori di stress psicosociale. Almeno due di questi sintomi, più di una volta alla settimana, sono riferiti dal 48 per cento dei ragazzi e dal 74 per cento delle ragazze tra 11 e 15 anni. Nel 2018 erano rispettivamente il 43 e il 62 per cento. Tra le quindicenni la quota sale all’84,7 per cento; tra i coetanei maschi è al 51,6. Nello stesso arco di tempo, la percentuale di adolescenti che definisce «eccellente» la propria salute è scesa dal 35 al 31 per cento. L’Istat invita a leggere questi numeri senza schiacciarli su una formula clinica. Il suo indice di salute mentale misura stati connessi anche ad ansia e depressione: nel 2024, tra i 14 e i 24 anni, valeva in media 73,3 punti per i ragazzi e 67,2 per le ragazze. Il divario di genere era di 3,4 punti nel 2019 ed è arrivato a 6,1 nel 2024. Le giovani donne, dopo il minimo toccato nel 2021, non hanno ancora recuperato il livello pre-pandemico. È un dato che restituisce una frattura, non una sentenza individuale. Il ritiro sociale è più difficile da contare perché non ha un unico termometro nazionale. Uno studio pubblicato nel 2025, basato su due campioni rappresentativi di studenti delle superiori, segnala tuttavia un cambiamento netto tra il 2019 e il 2022: il tempo libero trascorso da soli passa dal 16,2 al 21,9 per cento; chi dichiara di non vedere mai gli amici dal 5,6 al 9,7 per cento. Non prova che una generazione si sia ritirata dal mondo, ma indica che la socialità in presenza si è assottigliata proprio nel passaggio tra pandemia e ritorno alla normalità. Neppure il digitale va trasformato nel colpevole universale. L’Istat rileva che nel 2024 l’uso problematico dei social riguarda l’11,1 per cento degli utenti tra 15 e 17 anni e il 10,5 per cento di quelli tra 18 e 24; tra le adolescenti di 15-17 anni sale al 15,5 per cento, contro il 7 per cento dei coetanei. Tra le ragazze di 14-19 anni che usano i social almeno più volte a settimana, l’indice di benessere psicologico si ferma a 66,8 punti, contro 75,5 di chi li usa meno o non li usa. È un’associazione, non una prova di causa: sono anche i ragazzi più fragili a poter cercare online una compensazione. I casi più gravi impongono ancora più cautela. Telefono Azzurro non misura la prevalenza nazionale dell’autolesionismo, ma intercetta la domanda di aiuto: nel 2024 la linea 1.96.96 ha gestito 1.859 casi e il 114 Emergenza Infanzia 3.178. Nel suo bilancio sociale segnala l’aumento di autolesionismo, disturbi alimentari e problematiche di salute mentale tra i giovani. L’Istat, dal canto suo, registra l’aumento dei suicidi in fasce d’età molto giovani: tra i 15-19enni i decessi sono passati da 71 nel 2019 a 94 nel 2021; tra i 20-24enni, da 112 a 141 fra il 2019 e il 2022. Numeri piccoli rispetto alla popolazione, proprio per questo da non usare come slogan, ma sufficienti a chiedere ascolto e cura. La generazione che protesta non porta in piazza una patologia. Porta anche il costo psichico dell’incertezza: una casa che non arriva, uno studio che rischia di diventare un lusso, lavori intermittenti, guerre e un clima che smette di essere sfondo. I dati non autorizzano scorciatoie né allarmi facili. Chiedono però che il benessere mentale entri nelle politiche per la scuola, l’abitare, il lavoro e i servizi territoriali; prima che il disagio venga chiamato, ancora una volta, fragilità individuale.

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