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Il business delle pubblicazioni “predatorie”: riviste chiedono più di 3mila euro per pubblicare articoli sul Coronavirus

La giungla delle pubblicazioni scientifiche a pagamento non si ferma neanche davanti alla pandemia di Covid-19

Di Anna Ditta
Pubblicato il 1 Lug. 2020 alle 07:41
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La prestigiosa rivista scientifica Nature ha pubblicato ieri lo studio condotto a Vo’ Euganeo da Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di medicina Molecolare dell’Università di Padova, e da Ilaria Dorigatti, del Mrc Centre for Global Infectious Disease Analysis dell’Imperial College di Londra. L’indagine, intitolata “Suppression of a Sars-CoV-2 outbreak in the Italian municipality of Vo’”  si è concentrata su uno dei primi focolai di Coronavirus in Italia. A garantire sulla qualità del lavoro, oltre ai curricula degli autori, è anche il prestigio di una rivista scientifica certamente tra le più famose del mondo.

Nei mesi dell’esplosione della pandemia, tuttavia, le pubblicazioni scientifiche sul Covid-19 sono state numerosissime e non sempre la qualità e il valore delle ricerche veniva garantita dalle riviste su cui erano pubblicate. Anzi, esistono riviste che hanno fatto della pubblicazione degli studi scientifici a pagamento un vero e proprio business e che non si sono fermate neanche durante l’emergenza Coronavirus, arrivando a chiedere il corrispettivo in sterline di quasi 3.300 euro agli autori di studi sul Covid-19, come TPI ha potuto documentare.

La pratica delle pubblicazioni predatorie (predatory publishing) è un fenomeno già noto, legato al sistema Open Access, che garantisce la massima circolazione degli studi online, nel rispetto delle norme sul diritto d’autore. Alcune riviste hanno però trasformato questo sistema in un business, permettendo così la “compravendita di titoli scientifici da parte di chi punta a fare carriera universitaria aumentando le proprie pubblicazioni – è proprio il caso di dirlo – ad ogni costo. Dall’altra parte, questo fenomeno svilisce anche quei medici in prima linea che normalmente non si dedicano alla ricerca o lo fanno saltuariamente (e quindi non ambiscono a pubblicare sulle riviste più note) ma che durante l’emergenza Covid-19 hanno voluto dare il loro contributo raccogliendo dei dati e pubblicandoli. Per loro, la richiesta di sborsare somme simili è un paradosso.

A testimoniare questa pratica è una cardiologa che lavora in un piccolo ospedale del Nord Italia e che chiede di rimanere anonima. La chiameremo Giulia. “Con la pandemia la nostra attività è decisamente cambiata e ci siamo trovati ad aiutare gli specialisti più direttamente coinvolti”, racconta la cardiologa a TPI. “La riduzione dell’attività lavorativa diurna (c’è stato un crollo come noto degli accessi in Pronto Soccorso) ha portato alcuni di noi, meno oberati di lavoro, a cercare di dare un contributo anche dal punto di vista scientifico alla causa Covid-19, studiando e raccogliendo dati e casi da pubblicare per aiutare una maggior diffusione delle notizie mediche”.

Giulia ha contribuito pubblicando alcuni case report, ma è rimasta molto stupita quando si è trovata davanti un mondo di riviste meno note, ma presenti su PubMed, che le hanno chiesto costi di pubblicazione al limite dell’estorsione. “Sono arrivati a chiedermi il corrispettivo in sterline di quasi 3.300 euro”, racconta la cardiologa, che ci mostra le email ricevute dall’editor della rivista Journal of Cardiology Case Report. L’importo del contributo, specifica Giulia, non è stato messo in chiaro dall’inizio, ma le è stato comunicato solo dopo che lei ha inviato il suo studio per la revisione.

“Quando ho detto loro di ritirare il lavoro dalla revisione perché non avrei mai pagato tale cifra è iniziata una tempesta di email, con una tristissima trattativa al ribasso del prezzo, fino ad un minimo di 1.800 euro però”. In effetti, lo scambio delle email con Giulia mostra esattamente questa dinamica. Nell’ultima email la rivista le offre addirittura di pubblicare gratis un’eventuale ricerca successiva. “A quel punto mi sono chiesta perché avrei dovuto pagare la prima volta e la volta successiva invece no. Come giustifichi questi costi?”, si chiede la dottoressa.

Il fenomeno delle pubblicazioni predatorie non è ovviamente una novità e riguarda diversi ambiti scientifici. Secondo un report del 2019, che ha preso in considerazione 46mila curricula di ricercatori e professori che comparivano nelle candidature della prima edizione dell’Asn (l’Abilitazione Scientifica Nazionale,necessaria per diventare professore ordinario) dell’anno 2012-13, sono stati spesi quasi 2,5 milioni di euro per vedere pubblicate ricerche scientifiche su questo tipo di riviste.

Esistono anche delle vere e proprie liste nere che elencano i nomi delle riviste “predatorie”, come quella messa a punto da Jeffrey Beall, un bibliotecario dell’Università del Colorado, dove in effetti risulta presente una delle riviste contattate da Giulia che le ha chiesto 1,350 sterline: Open Access Text (Oat), cui fa riferimento anche il Journal of Cardiology Case Report già citato.

Per fortuna, non tutte le riviste scientifiche – anche tra quelle meno note – si comportano in questo modo. Alcune chiedono di norma qualche centinaio di euro come contributo per il personale e i revisori, ma nel periodo dell’emergenza Covid-19 si sono rese disponibili, pubblicando gli studi – adeguatamente revisionati – senza chiedere alcun compenso. È il caso dell’European Journal of Case Reports in Internal Medicine, rivista peer-reviewed (cioè che applica la “revisione paritaria” da parte di altri specialisti sui testi pubblicati) che riporta chiaramente l’importo del compenso richiesto, pari a 230 euro+Iva.

“Come può essere considerato etico tutto questo?”, si chiede Giulia sulle pubblicazioni a prezzi stellari. “Non sarebbe opportuno porre almeno un tetto ai costi delle pubblicazioni così da permettere a tutti di accedervi ad armi pari? Magari con una maggior trasparenza, con un tariffario che giustifichi tali costi. Nell’epoca Covid poi non sarebbe stato più opportuno mantenere tutto gratuito per una più larga diffusione delle notizie mediche? Secondo me questo merita una profonda riflessione, e magari qualche cambiamento”, conclude. “Personalmente, credo ancora profondamente nel fatto che la scienza debba rimanere al di sopra di tutti gli interessi, trasparente ed imparziale”.

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