Una solitudine di massa: perché siamo più liberi ma anche più fragili
Individualismo, precarietà e isolamento digitale hanno indebolito le relazioni sociali. Siamo diventati più liberi nelle scelte personali, ma anche più vulnerabili. Abbandonati a noi stessi. Un malessere che rischia di trasformarsi in odio
Nel 1987 Margaret Thatcher pronunciò una frase che ha segnato un’epoca: «La società non esiste. Esistono solo gli individui e le famiglie». Così la premier britannica declinava sul piano sociologico il pensiero neoliberista, di cui era la massima esponente insieme al presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. In linea con il mantra «meno Stato, più mercato», la dimensione pubblica e collettiva veniva delegittimata dalle stesse istituzioni per far emergere il primato della sfera privata e individuale.
Dal punto di vista dei neoliberisti, si trattava di una grandiosa promessa di liberazione rispetto ai vincoli imposti dall’odiosa Pubblica Amministrazione. Quarant’anni dopo, però, quella libertà si è tradotta in molti casi in isolamento sociale e solitudine. Mentre la finanza prendeva il sopravvento sui governi e mentre le reti del Welfare State venivano ridotte ai minimi termini, le relazioni interpersonali si sono progressivamente erose. Una tendenza accelerata poi anche dalla tecnologia che dematerializza tutto, tra app di messaggistica, social network e piattaforme per le consegne a domicilio.
Interazioni addio
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il fenomeno della disconnessione sociale ha ampia diffusione in tutte le regioni del pianeta e in tutte le fasce d’età e rappresenta «un serio problema di salute pubblica globale».
Nel gergo scientifico, la disconnessione sociale può assumere due diverse forme: la solitudine, intesa come uno stato soggettivo di insoddisfazione rispetto alla qualità delle proprie relazioni sociali; o l’isolamento sociale, che indica invece la condizione oggettiva di chi vive lontano dalle interazioni con gli altri.
Si stima che tra il 2014 e il 2023 circa una persona su sei nel mondo abbia sperimentato la solitudine, mentre un sondaggio del 2022 ha rilevato che il 35% dei cittadini dell’Unione europea si era sentito totalmente o parzialmente solo nell’ultimo mese.
Nel vecchio continente le interazioni sociali sono in costante calo da anni. Nel 2006 il 17% degli europei dichiarava di vedersi quotidianamente con familiari con cui non conviveva e il 21% affermava di farlo con gli amici: nel 2022 tali percentuali erano scese rispettivamente all’11 e al 12%. Stessa storia negli Stati Uniti: nell’arco di un decennio il tempo dedicato dagli americani alla socializzazione è calato dal 38 al 30% e coloro che intrattengono rapporti regolari con i propri vicini di casa sono passati dal 59 al 41% della popolazione. Come cantava Vasco Rossi, «ognuno perso dentro ai fatti suoi».
La lezione di Bauman
Tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento la società di massa è stata gradualmente soppiantata dalla società individualistica. O, per usare le categorie coniate dal sociologo Zygmunt Bauman, siamo passati dalla stabilità della «modernità solida» alla precarietà della «modernità liquida».
Secondo la teoria sociologica prevalente, quel cambio di paradigma – cavalcato e al tempo stesso favorito dall’ondata neoliberista – si è originato da un complesso intreccio di fattori concatenati tra loro. Sul piano culturale, si sono imposte istanze fondate sulla centralità dell’Io: la valorizzazione della soggettività e del desiderio soggettivo, l’idea che ciascuno possa costruire da sé le proprie fortune, l’esigenza di affrancarsi dagli schemi imposti dalla società, dalla tradizione, dalla religione, dall’autorità. Parallelamente, la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia hanno assottigliato i legami comunitari e i corpi intermedi che avevano caratterizzato la società industriale.
L’individuo si è emancipato da antichi legami e appartenenze, ma alla lunga si è riscoperto più vulnerabile. Il lavoro si è precarizzato, le disuguaglianze sono aumentate, la competizione ha sostituito la cooperazione e le reti di protezione sociale sono state indebolite. Soprattutto negli strati più fragili della popolazione, la maggiore libertà di scelta non si è tradotta in una maggiore sicurezza esistenziale. Anzi, talvolta l’esito è stato opposto.
In questo scenario si è innestata la rivoluzione di Internet, che prometteva di avvicinare le persone e invece le sta isolando sempre più. Oggi, se non hai voglia di cucinare, non serve andare al ristorante: il cibo del ristorante arriva direttamente a casa tua. Se cerchi una giacca nuova, non hai bisogno di andare in un negozio: basta comprarla online. Se desideri guardare un film appena uscito, non devi andare al cinema: ci sono le piattaforme di streaming, comodamente a disposizione dal tuo divano. Persino molti lavori, adesso, vengono svolti da remoto.
I terzi luoghi chiudono
Nel linguaggio della geografia sociale, si parla di «terzi luoghi» per definire spazi informali, al di fuori della casa («primo luogo») e del lavoro o della scuola («secondo luogo»), nei quali le persone si riuniscono, costruiscono relazioni e interagiscono con le proprie comunità. Questi spazi stanno diminuendo ovunque nel mondo.
Uno studio della University of Colorado Boulder, pubblicato lo scorso anno sulla rivista Health & Place, ha scansionato la presenza di terzi luoghi sull’intero territorio degli Stati Uniti. L’indagine ha considerato in particolare dodici categorie di esercizi: gallerie d’arte, saloni di bellezza e barbieri, organizzazioni civiche e sociali, caffetterie, fast food, negozi di alimentari, biblioteche, cinema, musei, centri ricreativi, ristoranti e centri per anziani. È emerso che tra il 2019 e il 2021 in tutte le categorie si sono registrate «chiusure diffuse». I lockdown dovuti alla pandemia hanno aggravato la situazione, ma la tendenza era già iniziata dopo la crisi finanziaria del 2008.
In Inghilterra, negli ultimi quindici anni, il 9% delle biblioteche comunali ha chiuso, mentre in Italia le presenze nei cinema sono oggi inferiori di quasi un terzo rispetto al pre-Covid e le vendite online sono triplicate rispetto a dieci anni fa: così oltre 150mila negozi al dettaglio hanno abbassato le serrande per sempre. Anche i bar, uno dei tradizionali terzi luoghi della socialità italiana, sono sempre più vuoti: tra il 2012 e il 2025 il comparto ha registrato un calo del 10% degli esercizi.
Allarme sanitario
Allontanarsi dalle relazioni interpersonali fa male non solo alla coesione sociale, ma anche alla salute dei singoli individui. L’Oms afferma che l’isolamento sociale e la solitudine possono favorire l’insorgere di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, depressione e ansia. Non solo: si stima che la solitudine sia tra le cause di circa 871mila decessi all’anno nel mondo. In uno studio pubblicato sulla rivista Bmc Public Health si legge che «la solitudine e l’isolamento sociale comportano un rischio di mortalità simile a quello del fumo di sigaretta, del consumo di alcol, dell’inattività fisica e dell’obesità».
Fine dell’adolescenza
Secondo Mauro Magatti, uno dei più autorevoli sociologi italiani, ordinario alla Cattolica di Milano, siamo ormai usciti dalla modernità liquida. «La società dell’Io non sta in piedi», dice il professore a TPI: «È una fantasia che ci siamo costruiti per ragioni culturali, economiche, politiche, tecnologiche». «Negli ultimi decenni – argomenta – ci siamo fatti l’idea che ogni singolo individuo esista a prescindere dal contesto. Ma l’umano, come qualunque forma vivente, è strutturalmente relazionato. Senza relazioni, non esistiamo come individui. Dalle relazioni possiamo uscire: se c’è un tiranno che va abbattuto, se c’è un marito violento, se c’è un datore di lavoro che sfrutta il lavoro altrui… Ma, una volta che siamo usciti dalle relazioni, l’unica cosa che possiamo fare, in quanto esseri viventi, è entrare in altre relazioni». Ne consegue che «la libertà si giudica, sì, dalla nostra capacità di uscire da relazioni che percepiamo come distruttive o oppressive, ma anche dalla qualità delle relazioni che facciamo esistere».
Magatti ricorre alla metafora dell’adolescenza. «In Occidente – spiega – gli ultimi decenni del Novecento sono stati gli anni della cosiddetta “adolescenza storica”. Ci siamo sentiti liberi dalla tradizione, dalla religione, dall’autorità: è stata una grande esperienza collettiva. Ma rischia di finire nel disastro, come tante adolescenze». «Superare quella fase – fa notare – non significa perdere la libertà, ma capire che della libertà dobbiamo farcene qualcosa: qualcosa che sta in relazione con qualcun altro. Sembra un paradosso, ma la libertà è un fatto collettivo, non individuale».
Oggi, secondo il sociologo, viviamo «in una fase di grave crisi». «Ci vengono prospettate due strade», osserva: «Da un lato il funzionamento, la iper digitalizzazione: l’idea di organizzare gli individui attraverso gli algoritmi, portandoli a isolarsi ancora di più. Dall’altro il conflitto, la guerra, l’odio sociale come reazione alla cultura woke». Quest’ultima, ad avviso del professore, «continua a perpetrare la fantasia secondo cui non saremmo ancora abbastanza liberi: un’idea astratta dell’Io che finisce per legarsi con il capitalismo e con la tecnologia. Ciò produce il fatto che, soprattutto nei ceti popolari, chi non è in grado di stare dentro quella fantasia reagisce chiedendo di chiudere le frontiere o additando lo straniero come nemico. È il ritorno perverso del legame».
Magatti è tra i diciotto intellettuali autori di “Piano B. L’Italia che verrà” (Donzelli Editore), un saggio uscito a giugno in cui si propone una nuova idea di società in vista delle elezioni politiche del prossimo anno. Nella scheda di presentazione del libro si legge: «La società italiana si è frammentata. I legami di prossimità si sono dissolti, la crisi attraversa la sanità, la scuola, il lavoro, le città, la vita quotidiana. Non è solo una crisi economica. È una crisi di relazioni. (…) Occorre riconoscere che la relazione è infrastruttura, non corollario. E bisogna tradurre questo riconoscimento in scelte, dentro le istituzioni, nei territori, nei luoghi di lavoro».
Parlando con TPI, Magatti ricorda che, «quando si affermò la società individualistica, il neoliberismo seppe cogliere le istanze che stavano emergendo nella società e diede loro una forma politica, una visione che, piacesse o meno, era capace di interpretare il cambiamento culturale in atto». «Oggi invece – allarga le braccia – non vedo, né a destra né a sinistra, delle forze culturali che portino avanti un discorso nuovo». Ma, conclude, «ridefinire il rapporto tra l’Io e il contesto è la questione culturale di fondo che l’Occidente ha davanti a sé. Altrimenti vincerà l’odio».