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I pm di Roma “Silvia Romano nelle mani di un gruppo islamista somalo”. A che punto è l’indagine a un anno dal rapimento

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 18 Nov. 2019 alle 13:31 Aggiornato il 18 Nov. 2019 alle 13:38
Immagine di copertina
Silvia Romano Credit: Facebook

Silvia Romano nelle mani di un gruppo islamista somalo

Silvia Romano, la cooperante milanese rapita in Kenya il 20 novembre dello scorso anno, sarebbe tenuta sotto sequestro in Somalia da un gruppo islamista legato ai jihadisti di Al-Shabaab. È quanto emerge dagli sviluppi dell’indagine della Procura di Roma e dei carabinieri del Ros. Gli inquirenti stanno valutando l’ipotesi di inviare una rogatoria internazionale alle autorità somale.

Silvia Romano, un anno dopo il rapimento

“Silvia è viva e si sta facendo di tutto per riportarla a casa”. Questa era l’ultima notizia certa risalente al 30 settembre scorso. Da allora sul rapimento di Silvia Romano avvenuto il 20 novembre del 2018 era calato il silenzio.

Un anno esatto dal quel brutto giorno quando la volontaria italiana è stata sottratta alla sua attività umanitaria a Chakama, un villaggio a 80 chilometri da Malindi in Kenya. Nulla è trapelato. Solo un laconico ci sono nuove prove, nuovi elementi di indagine emersi nell’ultimo mese.

Si sa che la collaborazione tra autorità keniane e italiane prosegue, non si è mai fermata un momento. Come ha sottolineato la viceministra degli Esteri, Emanuela Del Re, durante una sua recente visita in Kenya. Ma il silenzio sta diventando insopportabile, assordante e in molti chiedono di romperlo.

Il trasferimento in Somalia

La teoria del trasferimento di Silvia in Somalia è stata avanzata durante il terzo incontro tra investigatori, avvenuto in Kenya, e a cui hanno partecipato i carabinieri del Ros.

In base a quanto accertato dagli inquirenti, infatti, sia prima sia dopo il sequestro ci sono stati contatti telefonici tra gli autori materiali del rapimento e la Somalia.

Gli inquirenti sono convinti che si sia trattato di un sequestro su commissione (probabilmente di gruppi somali) e, oltretutto, armi e mezzi utilizzati dalle otto persone del gruppo di rapitori sono giudicati “sproporzionati” rispetto al livello medio delle bande criminali kenyote.

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