Periferie: Save the Children, nelle grandi città un minore su dieci vive nelle aree più fragili
Tassi di dispersione e abbandono scolastico doppi rispetto alle altre zone. In queste aree il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa e più di un 15-29enne su tre non studia e non lavora
Nelle grandi città, nascere e crescere in un quartiere piuttosto che in un altro fa la differenza. Bambini, bambine e adolescenti che vivono nelle aree vulnerabili sono più esposti al rischio di povertà e di dispersione scolastica e hanno minori opportunità di accesso a spazi verdi e servizi ricreativi, con conseguenze sulle possibilità di futuro di ciascuno/a di loro. È quanto emerge dalla ricerca “I luoghi che contano” pubblicata oggi da Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro.
Nei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane italiane un/a minore su dieci (il 10,3%, pari a circa 142mila minorenni) vive in un’area di disagio socioeconomico urbano (ADU). In queste aree – 158 in totale individuate da ISTAT – il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa. Il 15,4% di studentesse e studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado (più di uno/a su sette) ha abbandonato la scuola o ripetuto l’anno scolastico, una percentuale doppia rispetto alla media del 7,6% dei comuni delle città metropolitane; il 20,8% di chi frequenta l’ultimo anno delle medie è a rischio dispersione implicita (10 punti percentuali in più della media dei comuni dell’11%); più di un 15-29enne su 3 (35,6%) non studia e non lavora, rispetto al 22,9% della media dei comuni (+12,7 punti percentuali).
Condizioni di fragilità evidenziate dall’analisi dei dati ufficiali, ma confermate anche da un’indagine campionaria inedita dell’Organizzazione, secondo la quale al 16,7% di studentesse e studenti dell’ultimo anno delle scuole secondarie di primo grado all’interno o in prossimità delle aree vulnerabili nelle grandi città è capitato di non disporre del materiale scolastico necessario a inizio anno (rispetto al 10,5% degli alunni delle scuole delle altre aree) e al 17,3% di non partecipare a una gita scolastica per motivi economici (contro il 7,6%). Inoltre, solo il 36,5% pensa che si iscriverà al liceo, 30 punti percentuali in meno rispetto al 66,9% di studentesse e studenti degli altri quartieri, a testimonianza del peso delle disuguaglianze sulle loro scelte.
A pesare è anche lo stigma che avvertono: quasi la metà degli studenti delle periferie vulnerabili (49,1%) ritiene che il proprio quartiere sia giudicato negativamente dagli altri, contro il 29,5% dei ragazzi delle altre aree. Chi vive ai margini sperimenta anche una maggiore percezione di pericolo: solo una ragazza su due (51,9%) si sente al sicuro, contro il 75% delle studentesse di aree meno marginali.
I ragazzi che frequentano scuole in zone fragili dichiarano di sentirsi felici (78,4%) e liberi (75,3%) e mostrano un senso di appartenenza forte nei confronti del proprio quartiere, facendo anche proposte chiare per migliorarlo: servizi di pulizia e raccolta rifiuti migliori (54,2%), più spazi di aggregazione per ragazze e ragazzi (32,6%), campetti e/o palestre (26%) e parchi più curati (27,9%).
“Il municipio si divide in due anime che faticano a guardarsi: una zona considerata più ordinata e tranquilla, e una che porta sulle spalle una reputazione difficile da scrollarsi di dosso. Basta ascoltare i discorsi di chi vive da una parte per capire quanto quel confine, invisibile sulla mappa, pesi nella testa delle persone. Ci si guarda con diffidenza, come se si abitassero città diverse, dimenticando che si cammina tutti sullo stesso asfalto e si respira la stessa salsedine. È una divisione che ferisce, perché è inutile. Siamo lo stesso corpo, frammentato da pregiudizi che nessuno ha mai davvero scelto ma che tutti, in qualche modo, continuiamo ad alimentare”, ha raccontato A., in una delle interviste svolte nella ricerca tra pari.
“Centoquarantaduemila bambine, bambini e adolescenti in Italia vivono nelle periferie fragili delle grandi città, dove spesso sono costretti a confrontarsi con gravi disuguaglianze socioeconomiche e territoriali. Per questo abbiamo voluto dedicare Impossibile, la Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, al tema delle periferie – ha dichiarato Daniela Fatarella, Direttrice generale di Save the Children – È proprio da questi luoghi che occorre partire per ridefinire le priorità politiche, perché un Paese in cui il destino di una bambina o di un bambino dipende dal quartiere in cui nasce è un Paese che non investe sul proprio futuro. Non sono più rinviabili interventi strutturali capaci di rimuovere gli ostacoli che limitano ingiustamente le opportunità dei minori e di contrastare la povertà educativa. Serve una strategia nazionale di rigenerazione urbana, dotata di risorse certe, che guardi ai territori con una ‘lente generazionale’, mettendo in rete realtà diverse e interventi complementari e valorizzi il potenziale dei giovani e delle comunità locali. E, come ci chiedono per primi i ragazzi, sono necessari più spazi pubblici dedicati a loro. In quest’ottica è fondamentale istituire presìdi socio-educativi nei territori più fragili: luoghi accessibili, sicuri e accoglienti, attivi durante tutto l’anno, dove ragazze e ragazzi possano partecipare, contribuendo anche alla programmazione, ad attività culturali, sportive, artistiche e ricreative, e ricevere supporto educativo, psicologico e sociale. Luoghi che offrano possibilità di crescita e di futuro”.
La ricerca e le proposte dell’Organizzazione rappresenteranno il cuore di IMPOSSIBILE 2026, la Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che si svolgerà il 21 maggio a Roma, a partire dalle 9 presso l’Acquario Romano (qui tutte le info e il programma).
Le periferie dei bambini
Nei 14 comuni capoluogo delle città metropolitane italiane un/a bambino/a su dieci (10,3%) vive nelle 158 Aree di disagio socioeconomico urbano (ADU) mappate da ISTAT. In totale sono circa 142mila. Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo ospitano quasi il 73,5% dei minori che vivono nelle ADU. La sola città di Roma poco più di un quinto, più di 30mila 0-17enni.
Le aree vulnerabili si confermano le vere ‘periferie dei bambini’: qui infatti c’è una maggiore concentrazione di 0-17enni rispetto alla media dei comuni delle città metropolitane (16,7% contro 14,8%). E ci sono anche più neonati: i bimbi e le bimbe con meno di un anno sul totale della popolazione sono pari allo 0,71% nelle ADU rispetto a una media cittadina dello 0,64%.
Nei quartieri fragili il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa (con un reddito disponibile equivalente inferiore al 60% della mediana nazionale), oltre 17 punti percentuali in più rispetto al 25% della media dei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane. Le disuguaglianze più marcate si registrano nel Sud e nelle Isole: a Palermo la povertà riguarda il 63,8% delle famiglie nelle ADU contro una media cittadina del 36,8%; a Napoli il 60,1% contro il 39,6%; a Cagliari il 42,2% contro il 22,1%. Anche nel Centro-Nord emergono forti divari: a Torino il 37,6% nelle aree di disagio contro il 19% della città nel suo complesso (+18,6 punti percentuali), a Milano il 35,3% contro il 18,4% (+16,9 punti percentuali). Più contenuto lo scarto a Firenze, il 28,1% a fronte di una media cittadina del 17,4% (+10,7 punti percentuali), mentre a Roma è del 37,2% nelle ADU contro il 20,9%.
Le disuguaglianze educative e il rischio di segregazione scolastica
È sul piano educativo che si registrano le maggiori disuguaglianze tra ragazze e ragazzi tra i vari quartieri della stessa città, dove si arrivano a registrare divari pari a quelli tra Nord e Sud del Paese. Secondo un’elaborazione ISTAT per Save the Children, nelle aree svantaggiate il 15,4% degli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado ha abbandonato la scuola o ripetuto l’anno scolastico, una percentuale doppia rispetto alla media complessiva dei comuni capoluogo (7,6%). Il divario più ampio (13,8 punti percentuali) si registra nella città di Venezia, dove gli studenti che hanno abbandonato gli studi o hanno ripetuto l’anno nelle ADU raggiunge il 21,7%, mentre la media cittadina si ferma al 7,9%. Differenze significative anche a Napoli (18,1% nelle ADU contro 9,8% della media cittadina) e a Cagliari (18,9% contro 9,7%). Distanze più contenute a Roma (10,8% contro 5,3%), mentre a Milano l’incidenza passa dal 14,3% al 7,6%.

Un’elaborazione dei dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito realizzata dall’Organizzazione evidenzia inoltre che tra gli studenti della secondaria di I grado che frequentano scuole all’interno o in prossimità delle aree fragili, il 3,8% ha ripetuto l’anno scolastico, contro l’1,6% nel resto del comune; alla scuola secondaria di II grado si tratta del 6,2%, rispetto al 4,7% nel resto della città.
Pur non potendo assumere un carattere predittivo, è interessante notare come sia quasi doppio anche il rischio di dispersione implicita in terza media, al 20,8% nelle scuole nelle ADU o in prossimità rispetto alla media delle città metropolitane dell’11%. Disuguaglianze molto ampie a Bologna, dove il rischio di dispersione implicita alla fine delle scuole medie per chi frequenta una scuola nelle ADU o in prossimità raggiunge il 23,1%, rispetto a una media cittadina di appena il 6%, a Milano (21,1% contro 6%) e Firenze (22,2% contro 9%). Divari molto marcati anche a Reggio Calabria (21,9% contro 9,3%), Torino (20,9% contro 9,1%), Cagliari (21,9% contro 10,1%) e Venezia (16,7% contro 6,6%).
Il rischio di dispersione implicita non varia solo tra quartieri, ma anche all’interno delle stesse scuole, tra differenti classi, in particolare nelle aree svantaggiate. La variabilità della dispersione tra le diverse classi terze di una stessa scuola secondaria di primo grado nelle aree fragili è infatti quattro volte più alta (10,2) rispetto alla media dei comuni capoluogo delle città metropolitane (2,3), segnalando un forte rischio di segregazione scolastica.
Inoltre, in alcune aree svantaggiate l’accesso al tempo pieno è inferiore alla media o addirittura assente. In 37 delle 158 zone fragili, infatti, l’offerta di tempo pieno è nettamente inferiore alla media cittadina: nelle 106 scuole primarie situate in queste aree, solo il 17,3% delle classi ne usufruisce, contro una media urbana del 40,3%. La situazione è ancora più critica in 18 ADU, dove il tempo pieno è completamente assente e 8.813 bambini che frequentano 50 scuole primarie non hanno quindi alcun accesso a questo servizio fondamentale.
Le disuguaglianze emergono anche negli anni successivi: il 35,6% dei 15–29enni che vive nelle ADU non è occupato né iscritto ad alcun corso di studi , quasi 13 punti percentuali in più rispetto al 22,9% della media dei comuni capoluogo delle città metropolitane. Differenze molto rilevanti in particolare a Palermo, dove il 55,5% dei giovani nelle ADU non studia e non lavora, mentre la quota media del comune scende al 32,2%, a Catania (57% nelle ADU contro 34,8% nel resto della città), a Napoli (42,9% contro 29,4%) e a Bari (34,4% contro 21,6%). Fatta eccezione per Venezia (37,3% contro 19,7%), al Centro-Nord il fenomeno è meno intenso e con divari più contenuti: a Milano riguarda il 29,1% dei giovani nelle ADU contro una media cittadina del 19,9%; a Firenze il 25,6% nelle ADU rispetto a una media del comune del 17,5%; a Roma è del 31% nelle ADU a fronte di una media cittadina del 20%.
“Questa ricerca è stata un lavoro corale, nata dal presupposto di non poter parlare di “periferie” senza il coinvolgimento attivo di ragazzi e ragazze che le vivono. Anche se segnato dalla povertà, il proprio quartiere per gli adolescenti è uno spazio ricco di senso e di legami, un luogo che conta. È proprio in virtù di questo legame che provano rabbia e frustrazione quando lo vedono abbandonato – dichiara Raffaela Milano, direttrice Ricerche di Save the Children – Le loro richieste sono molto semplici, ma rivoluzionarie se guardiamo ad alcuni contesti: pulizia e decoro, luoghi dove trovarsi, servizi di trasporto, spazi per fare sport, musica e cultura, illuminazione pubblica e sicurezza. Chiedono a gran voce soprattutto una cosa: maggior rispetto per il luogo in cui vivono. Perché crescere in un quartiere periferico significa essere etichettati da pregiudizi difficili da scardinare e molti avvertono il peso dello stigma. È urgente non solo potenziare concretamente le reti dei servizi, ma anche valorizzare i quartieri riconoscendo la loro identità e le loro risorse civiche”.

I divari sociali ed economici
Nelle aree periferiche i ragazzi e le ragazze crescono più spesso in famiglie numerose rispetto ai coetanei del resto della città. Secondo l’indagine campionaria di Save the Children, il 41,8% degli studenti dell’ultimo anno delle scuole secondarie di primo grado che frequentano una scuola all’interno o in prossimità delle aree vulnerabili vive in famiglie con più di 4 componenti, contro il 24,6% delle altre zone urbane.
Profonde le disuguaglianze socioeconomiche: il 16,7% dichiara di non disporre a inizio anno scolastico del materiale necessario perché troppo costoso, rispetto al 10,5% registrato nelle altre zone cittadine, il 17,3% rinuncia alle gite scolastiche per motivi economici (contro il 7,6% degli studenti delle altre aree), il 12,7% non pratica sport per lo stesso motivo (contro il 9,4%) e il 19,3% rinuncia a uscire con gli amici per questioni economiche (contro il 10,9%), il 16,5% non ha fatto vacanze di più giorni (contro il 10,8%).
Più basso il livello di istruzione dei genitori: appena il 19,1% delle madri e il 16,4% dei padri degli alunni delle aree vulnerabili è laureata/o, a fronte del 44,5% e del 36% negli altri contesti cittadini. Solo una madre su due ha un lavoro (49,9%), mentre nel resto della città la percentuale sale al 69,7%. A casa meno della metà degli studenti delle aree fragili (46,4%) ha una stanza “tutta per sé” (contro il 60% degli altri) e non tutti dispongono di spazi all’aria aperta: nelle ADU sono presenti nel 76% dei casi, contro l’87,5% nelle altre aree.

Scuola. Profonde divergenze nelle scelte future
Differenze significative emergono nelle intenzioni rispetto al percorso dopo la scuola secondaria di primo grado: tra studentesse e studenti delle scuole che si trovano nelle ADU solo il 36,5% pensa di iscriversi a un liceo, rispetto al 66,9% degli alunni del resto della città. Maggiore la propensione verso indirizzi tecnici (26,8% contro 17,5%) e professionali (21,1% contro 10,7%). Per quanto riguarda l’università, circa un/a alunno/a su 4 (24,4%) delle aree vulnerabili si dichiara pienamente convinto di iscriversi, rispetto al 36,8% nelle altre aree della città.
Amici e quartiere. Il rischio di stigmatizzazione che colpisce
Gli amici sono una presenza costante nelle vite dei ragazzi e delle ragazze, a prescindere dal contesto in cui vivono. Più di un/a su due (51,2%) dichiara di averne più di 15. Tuttavia, le reti degli studenti delle ADU sono meno ampie (il 44,3% afferma di avere più di 15 amici contro il 53,9% delle altre aree), ma più eterogenee (il 41,5% ha amici con famiglie sia di origine italiana sia provenienti da altri Paesi, rispetto al 30,5% di chi vive in altre aree). Nelle scuole delle zone fragili è infatti più elevata la presenza di studenti con background migratorio: il 15,8% degli alunni è nato in un Paese extra UE, a fronte del 5,4% tra chi frequenta scuole nelle aree non fragili.
I luoghi di incontro degli studenti cambiano in base al contesto territoriale: nelle aree meno fragili per 2 su 3 (64,3%) la casa è il luogo d’incontro primario, seguita da piazze (56,7%) e aree verdi (50,7%); nelle aree periferiche, invece, i principali spazi di socialità sono piazze (56,8%) e spazi verdi (46,3%) mentre la casa ha un ruolo più marginale (41,4%).
La maggior parte degli studenti apprezza il proprio quartiere, anche se risulta meno soddisfatto chi vive nelle aree fragili (76,2% contro l’87,2%), dove i ragazzi inoltre riscontrano più spesso minore presenza di spazi verdi (78,1% contro l’89,3%), maggiore diffusione di rifiuti e sporcizia (67,4% contro il 63,8%) e più segnali di degrado, come edifici danneggiati (59% contro il 52,1%) o luoghi abbandonati (42,3% contro il 37,3%).
Gli studenti e le studentesse delle aree fragili sanno di essere giudicati per il luogo in cui vivono: quasi la metà di loro infatti ritiene che il proprio quartiere sia visto e giudicato negativamente dagli altri (49,1% contro 29,5%). Inoltre – a prescindere dal contesto di appartenenza – circa un alunno su tre (31,8%) ha assistito a prese in giro a danno di coetanei per il quartiere di provenienza (35,1% tra chi vive in aree periferiche, 30,5% tra gli altri).

Nelle aree vulnerabili i sentimenti verso il quartiere restano in prevalenza positivi, ma risultano meno intensi rispetto alle altre zone: si dichiara felice il 78,4% degli studenti (85,1% nelle aree meno fragili) e libero il 75,3% (87,5%), mentre senso di appartenenza (50,1% contro il 57,8%) e orgoglio (48,5% contro il 60,4%) sono indicati da circa uno studente su due. Parallelamente, qui si concentrano, anche se comunque minoritari, i sentimenti negativi: sfiducia (27,3% contro il 17,4% nelle aree meno fragili), rabbia (20,3% contro 13,3%), paura (21,4% contro 11,3%) e tristezza (14,3% contro 9,3%).
Quanto alla percezione di sicurezza, mentre nei contesti non ADU 3 studenti su 4 si sentono sicuri (74,9%), nelle aree di disagio urbano il dato scende al 59,8%, segnando un divario significativo. In particolare, tra le ragazze che frequentano scuole in queste zone, solo una su due si sente al sicuro (51,9%) rispetto al 75% delle altre aree.
Uno sguardo al futuro. Le proposte e le priorità dei ragazzi
Guardando al futuro, la fiducia nelle proprie capacità è molto alta tra gli studenti, indipendentemente dal contesto di provenienza: oltre il 90% pensa che nella vita riuscirà a fare ciò per cui si sente portato. Emergono invece differenze nelle prospettive di vita legate al territorio. Solo uno/a su 4 (26,9%) tra chi frequenta scuola in aree fragili pensa di restare nel suo quartiere da grande, rispetto al 36% dei coetanei degli altri quartieri. Molti dichiarano di volersi spostare in un altro quartiere nella stessa città (36,1% contro 30%) o trasferirsi altrove in Italia (40,4% contro 30,8%). In generale, più della metà dei ragazzi (53,5%) esprime il desiderio di vivere all’estero.

I ragazzi e le ragazze che frequentano scuole in periferie vulnerabili vorrebbero spazi urbani più curati, con servizi di pulizia e raccolta dei rifiuti più efficienti (54,2% e 54,7% tra i giovani che frequentano scuole in altre zone); il 32,6% (30,4% nelle altre aree) dei ragazzi chiede più spazi di aggregazione e di incontro, il 26% (25,7%) più palestre, campetti e spazi per fare sport, il 27,9% (24,3%) più parchi pubblici e aree verdi curate. Il 25,2% chiede anche l’apertura di attività commerciali, bar e locali (25% nelle altre aree). Poco più del 30% dei giovani che frequentano scuole nelle periferie vulnerabili vorrebbe più controlli (21,4% nelle altre zone), percentuale che sale al 38% tra le ragazze. Nelle aree meno fragili sono più frequenti richieste legate alla mobilità, ovvero più trasporti pubblici e migliori collegamenti con altre zone della città (20,3% contro 11,7% nelle ADU o in prossimità), così come alla presenza di più luoghi culturali e musicali accessibili (11,6% contro 8,2%).
Le raccomandazioni dell’Organizzazione
Save the Children sottolinea la necessità di un intervento strutturale di rigenerazione urbana che valorizzi le risorse delle comunità locali e assuma i contesti urbani più fragili come ambiti prioritari di intervento, per contrastare le disuguaglianze e garantire una tutela effettiva dei diritti di bambine, bambini e adolescenti.
È fondamentale definire una strategia di lungo periodo e garantire risorse strutturali continuative per lo sviluppo e il rafforzamento sul territorio dei servizi dedicati a bambini, bambine e adolescenti, riconoscendone il ruolo essenziale, sin dai primi anni di vita, nei percorsi educativi, di crescita e di partecipazione alla vita delle comunità locali. In particolare, l’Organizzazione lancia oggi una petizione (qui il link) a sostegno di una proposta legislativa che preveda l’istituzione di Presìdi Socio-Educativi nelle aree più vulnerabili delle città: spazi pubblici accessibili, sicuri e accoglienti, attivi tutto l’anno, dove ragazze e ragazzi possano partecipare da protagonisti, contribuendo anche alla programmazione e realizzazione di attività culturali, sportive, artistiche e ricreative e ricevere supporto educativo, psicologico e sociale. Questi spazi vogliono inserirsi in una logica di collaborazione tra istituzioni, scuole, Terzo Settore, associazioni e comunità locali, attraverso l’attivazione di Patti Educativi di Comunità.
Per definire programmi di rigenerazione urbana a partire dal punto di vista dei bambini delle bambine e degli adolescenti, Save the Children, alla luce dell’esperienza maturata nei propri interventi su territorio, propone l’adozione di uno strumento partecipato di analisi del territorio e di programmazione strategica dal punto di vista dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: il Child Check. Questo strumento ha l’obiettivo di individuare priorità, definire target chiari e misurabili e orientare interventi capaci di generare contesti urbani a misura di bambino, fin dalla nascita.

L’impegno di Save the Children
Save the Children è da sempre impegnata nella promozione e nella tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, in Italia e nel mondo, con particolare attenzione al contrasto delle disuguaglianze sociali, educative e territoriali. Attraverso progetti come i Punti Luce – 27 centri educativi gratuiti che Save the Children ha sviluppato in tutta Italia a partire dal 2014 – e i programmi di innovazione sociale e di sostegno alle comunità educanti, l’Organizzazione lavora ogni giorno nei territori, in collaborazione con le realtà locali, per garantire opportunità educative, culturali e di partecipazione a bambini, bambine e adolescenti, nella convinzione che investire nei minori, sin dall’infanzia, significhi investire nella qualità della democrazia e nel futuro delle città.


