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Frodi e abusi in sanità, l’allarme GIMBE-ANAC: «Così sprechi e opacità indeboliscono il diritto alla cura»

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sanità report

Alla sede dell’Autorità Nazionale Anticorruzione la Fondazione GIMBE ha presentato il report “Frodi e abusi in sanità”: una mappa di 65 tipologie di rischio in nove aree del Servizio Sanitario Nazionale. Cartabellotta: «Non sia un alibi per definanziare la sanità pubblica». Busia: «La cattiva amministrazione è il primo varco per sprechi, distorsioni e infiltrazioni»

Frodi e abusi in sanità non sono soltanto grandi scandali giudiziari o singoli episodi di malaffare. Sono, più spesso, una trama di distorsioni amministrative, conflitti di interesse, opacità organizzative, pratiche opportunistiche e vere condotte illecite che attraversano l’intera filiera del Servizio Sanitario Nazionale. È da questa premessa che prende le mosse il report “Frodi e abusi in sanità”, presentato a Roma, presso la sede dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, dalla Fondazione GIMBE, nell’ambito del protocollo di collaborazione tra i due enti.

Il lavoro, illustrato dal presidente della Fondazione GIMBE Nino Cartabellotta dopo l’intervento del presidente ANAC Giuseppe Busia, prova a spostare il baricentro del dibattito: non più solo repressione dopo che il danno è avvenuto, ma prevenzione, monitoraggio e responsabilità pubblica. È anche per questo che la presentazione ha avuto un taglio diverso dalla semplice denuncia. Al centro non c’è la criminalizzazione della sanità, ma la costruzione di una grammatica comune per riconoscere i rischi, misurarli e intervenire prima che si traducano in spreco di risorse, diseguaglianze di accesso e perdita di fiducia dei cittadini.

La dimensione economica rende il tema particolarmente sensibile. Secondo i dati richiamati dal report, nel 2023 gli affidamenti in sanità hanno rappresentato circa il 25% del valore complessivo dei contratti pubblici, pari a 70,5 miliardi di euro: un’area enorme di spesa pubblica che comprende farmaci, dispositivi medici, apparecchiature, servizi di pulizia, ristorazione, vigilanza e altre forniture. Alcuni giornali hanno scelto di enfatizzare anche la stima del costo annuo potenziale di frodi e abusi, indicata in titoli di stampa nell’ordine di diversi miliardi l’anno. Ma Cartabellotta invita alla cautela: le stime disponibili sono eterogenee, non sempre comparabili e spesso non verificabili in modo indipendente. Per questo, il punto non è inseguire una cifra assoluta, ma riconoscere l’ordine di grandezza di un problema che sottrae valore al SSN.

Per Cartabellotta, ridurre frodi e abusi alla sola dimensione penale significa sottostimare il fenomeno. Accanto ai reati e agli illeciti amministrativi esiste infatti una vasta area grigia fatta di condotte non sempre sanzionabili, ma capaci di incidere sulle priorità cliniche, sulla corretta allocazione delle risorse e sull’equità del sistema. È in questa zona intermedia che si collocano conflitti di interesse non dichiarati o non gestiti, favoritismi, scelte prescrittive o organizzative influenzate da interessi impropri, opacità nelle procedure e cattiva programmazione. «Una tassonomia condivisa non è un esercizio classificatorio, ma uno strumento operativo», ha spiegato Cartabellotta, sottolineando che serve a parlare la stessa lingua, misurare i rischi, confrontare i dati, orientare i controlli e valutare le politiche di prevenzione. La tassonomia proposta da GIMBE identifica nove aree: policy-making e governance del sistema sanitario, regolamentazione, ricerca clinica, marketing e promozione di farmaci e dispositivi, acquisto di beni e servizi, distribuzione e stoccaggio di prodotti sanitari, gestione delle risorse finanziarie, gestione delle risorse umane ed erogazione dei servizi. Dentro queste aree si collocano le 65 tipologie di frodi e abusi individuate attraverso la revisione della letteratura internazionale e l’analisi dei principali strumenti istituzionali già esistenti. La sanità, ha ricordato Cartabellotta, è un settore strutturalmente vulnerabile perché concentra grandi risorse, decisioni tecniche complesse e forti asimmetrie informative: tra medico e paziente, tra professionisti e amministrazioni, tra istituzioni e cittadini. A questi fattori si aggiungono frammentazione dei sistemi informativi, debolezza dei controlli tempestivi, discrezionalità clinica e amministrativa, inefficienze burocratiche e dinamiche commerciali o industriali che possono condizionare scelte e priorità.

L’effetto non è soltanto economico. Le frodi e gli abusi, ha evidenziato il report, possono compromettere la qualità e la sicurezza delle cure, aumentare i tempi di attesa, alterare l’accesso alle prestazioni, favorire chi dispone di relazioni o risorse e penalizzare le persone più fragili. Quando una prestazione passa avanti non per bisogno clinico ma per denaro, conoscenze o interessi, non si crea solo una corsia preferenziale: si mette in discussione il principio fondativo del SSN, cioè curare prima chi ha più bisogno. La prospettiva di ANAC, portata da Giuseppe Busia, si è innestata su questo stesso asse. Il presidente dell’Autorità ha richiamato il carattere costituzionale del diritto alla salute, definito dalla Carta come diritto fondamentale, e ha insistito sulla necessità di evitare una lettura punitiva o genericamente colpevolizzante del settore sanitario. La sanità italiana, ha osservato, resta un patrimonio pubblico da proteggere e valorizzare. Proprio per questo, però, non può essere lasciata esposta a opacità, sprechi e cattiva amministrazione. «La cattiva amministrazione è il primo varco attraverso cui si insinuano infiltrazioni criminali, sprechi e distorsioni», ha affermato Busia, indicando tra i punti critici appalti, liste d’attesa, nomine, accreditamenti e conflitti di interesse non gestiti.

Il tema dei contratti pubblici è emerso come una delle aree più delicate. In sanità, l’acquisto di farmaci, dispositivi e tecnologie ad alto contenuto specialistico non è mai una procedura neutra. La coincidenza tra chi propone l’acquisto, chi utilizza il prodotto e chi ne definisce le specifiche può generare scelte poco concorrenziali, affidamenti diretti non sufficientemente motivati, frammentazione delle gare e spazi per pressioni esterne. Da qui l’insistenza di ANAC sulla qualificazione delle stazioni appaltanti, sulla trasparenza digitale e sulla necessità di competenze specialistiche.

Busia ha richiamato anche il caso dei cosiddetti “gettonisti”, cioè il ricorso a personale sanitario esternalizzato o reclutato con formule che hanno alimentato costi elevati e impoverimento delle strutture pubbliche. Non si tratta soltanto di una questione contrattuale: il fenomeno, se non governato, finisce per indebolire la programmazione, aumentare la competizione tra aziende sanitarie e ridurre la qualità organizzativa dei servizi. La risposta, secondo l’impostazione emersa durante l’evento, passa dal ritorno a concorsi meritocratici, percorsi stabili e valorizzazione del personale del SSN. Un altro capitolo riguarda le liste d’attesa e la libera professione. Qui il rischio non è soltanto l’irregolarità formale, ma la possibilità che si generino scorciatoie, priorità improprie o percorsi paralleli che erodono il principio di uguaglianza nell’accesso alle cure. Per questo Busia ha indicato nei sistemi digitali integrati uno strumento essenziale per rendere tracciabili le decisioni, controllabili i percorsi e verificabile l’equità del sistema. La trasparenza, ha sottolineato, non deve essere percepita come un adempimento burocratico, ma come una leva di efficienza e una garanzia per il cittadino.

Il report non parte da zero: in Italia esistono già molti strumenti, dall’attività di ANAC alla vigilanza della Corte dei conti, dai controlli di Guardia di Finanza e NAS alle piattaforme sui contratti pubblici, dalla ricetta elettronica alla Piattaforma nazionale liste d’attesa, fino al Registro “Sanità trasparente”. Il problema, secondo GIMBE, è che questo patrimonio informativo resta frammentato. Manca una sorveglianza integrata dei rischi capace di collegare dati amministrativi, sanitari, contabili e giudiziari, trasformando le informazioni disponibili in indicatori, audit e misure correttive. Da qui le proposte operative della Fondazione: standardizzare terminologia e classificazioni; istituire un Osservatorio nazionale su frodi e abusi in sanità; integrare i flussi informativi esistenti; usare indicatori di rischio e strumenti di intelligenza artificiale per rafforzare la capacità predittiva dei controlli; rendere verificabili e aggiornate le dichiarazioni sui conflitti di interesse; valorizzare il whistleblowing come canale protetto di intelligence; rafforzare audit interni e accountability delle aziende sanitarie.

Il punto politico, però, resta quello indicato in chiusura da Cartabellotta. Il contrasto a frodi e abusi non può trasformarsi in un argomento per ridurre ulteriormente le risorse destinate alla sanità pubblica. Al contrario, deve servire a usare meglio il denaro pubblico, aumentare il valore della spesa sanitaria e proteggere pazienti, professionisti e istituzioni. In un SSN sottofinanziato e attraversato da carenze di personale, diseguaglianze territoriali e difficoltà organizzative, le scorciatoie prosperano più facilmente. L’integrità, quindi, non sostituisce gli investimenti: li rende più efficaci. La presentazione del report ANAC-GIMBE consegna così al dibattito pubblico una doppia indicazione. La prima è che frodi e abusi non sono un corpo estraneo alla sanità, ma rischi sistemici da riconoscere senza retorica e senza generalizzazioni. La seconda è che la risposta non può essere affidata solo alla magistratura o alla repressione ex post. Serve un sistema capace di prevenire, misurare, correggere e rendere conto. Perché ogni euro sprecato, ogni procedura opaca e ogni conflitto di interesse non governato non rappresentano soltanto un danno amministrativo: nella sanità pubblica possono diventare un danno alla salute e alla fiducia dei cittadini.

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