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Quei turisti stranieri che uccidevano per divertimento i civili di Sarajevo: c’è il primo indagato

Immagine di copertina
Sarajevo devastata nel 1996. Credit: AGF

L'inchiesta della Procura di Milano sui "Safari dell'orrore" durante la guerra nell'ex Jugoslavia: indagato un 80enne ex camionista di Pordenone

Un uomo di 80 anni, residente in una frazione di San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone, è il primo indagato nell’inchiesta aperta dalla Procura di Milano sulla vicenda dei cosiddetti “Safari dell’orrore” in Bosnia Erzegovina. L’indagine riguarda fatti risalenti agli anni Novanta, durante la guerra nell’ex Jugoslavia: secondo quanto è stato ricostruito, a margine del conflitto si era venuto a creare un andirivieni di stranieri che si appostavano sulle colline intorno a Sarajevo, controllate dalle forze armate serbe, e sparavano col fucile a civili inermi uccidendoli come durante una battuta di caccia.

L’ottantenne friulano è stato iscritto al registro degli indagati con l’ipotesi di reato di omicidio volontario continuato. Avrebbe ammazzato un numero imprecisato di persone, tra cui donne, anziani e bambini, probabilmente spinto da motivazioni ideologiche.

All’epoca dei fatti l’uomo lavorava come autotrasportatore per un’azienda metalmeccanica e si recava spesso nei Balcani per motivi professionali. Sarebbe stato lui stesso a raccontare le sue vecchie abitudini criminali ad alcuni amici del bar del suo paese.

L’inchiesta è condotta dal Ros dei Carabinieri, che lo scorso 4 febbraio hanno perquisito l’abitazione dell’indagato, trovando sette armi regolarmente detenute: due pistole, una carabina e quattro fucili. L’uomo è atteso per l’interrogatorio in Procura a Milano il prossimo 9 febbraio.

Il Fatto Quotidiano riferisce che l’inchiesta ha portato all’individuazione anche di un secondo uomo che partecipava a questi “Safari di essere umani”. Si tratterebbe di un ex alpino che oggi vive in un paese della Carnia e che all’epoca dei fatti operava con l’Unprofor (forza di protezione delle Nazioni Unite) in contesti riconducibili all’intelligence degli Stati Uniti. In particolare, il suo compito sarebbe stato quello di proteggere la popolazione di Sarajevo dai cecchini, svolgendo attività di contro-cecchinaggio.

L’inchiesta della Procura di Milano è partita in seguito a un esposto presentato dallo scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini. Nell’atto si riportano anche le parole di un ex agente dell’intelligence bosniaca, Edin Subašić, che in un’intervista rilasciata qualche mese fa a Osservatorio Balcani Caucaso, aveva riferito di “cacciatori che pagavano i serbi per sparare ai cittadini di Sarajevo” tra il 1993 e il 1996.

Secondo Subašić, i Servizi segreti italiani – in particolare l’allora Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare (Sismi) – erano stati informati di quelle presenze dai loro colleghi bosniaci. L’ex agente bosniaco sostiene che ci potrebbero essere carte conservate su interlocuzioni tra le intelligence dei due Paesi con tanto di “identificazioni” degli assassini.

La presenza dei cecchini stranieri fu confermata nel 2007 davanti al Tribunale penale dell’Aja per i crimini nell’ex Jugoslavia da John Jordan, pompiere americano volontario durante l’assedio di Sarajevo. Della vicenda si è occupato anche il documentario “Safari Sarajevo”, uscito nel 2022.

Secondo quanto emerso fin qui, chi partecipava a questi “Safari dell’orrore” erano per lo più persone con grandi disponibilità economiche che avrebbero pagato somme ingenti – fino a 100 milioni di vecchie lire – per uccidere i civili. I cecchini non sarebbero stati solo italiani, ma anche francesi, canadesi e russi. Il caso dell’ex autotrasportatore sembra essere diverso: in quel caso l’uomo non avrebbe pagato per sparare.

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