“Non paragoniamo l’americano bendato al carabiniere ucciso”: bufera per il selfie polemico di uno psicologo siciliano

Il post di Salvatore Calamera ha avuto migliaia di commenti e condivisioni

Di Maria Teresa Camarda
Pubblicato il 29 Lug. 2019 alle 17:17 Aggiornato il 29 Lug. 2019 alle 17:55
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Immagine di copertina

Fa discutere ed è diventato virale in poche ore il post su Facebook di uno psicologo siciliano, Salvatore Calamera, detto Totò, che si è fotografato con una benda sugli occhi e ha pubblicato il selfie sui social. Lo scatto ha lo scopo di richiamare la foto di Christian Gabriel Natale Hjort, uno dei due giovani americani accusati dell’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, ritratto mentre si trova bendato e ammanettato in caserma.

“Oggi volevo farmi del male…. Eh sì. Così ho deciso di privarmi dei miei diritti, e procurarmi atroci sofferenze bendandomi gli occhi. Ero molto indeciso perché in realtà avrei voluto dilaniare il mio corpo con otto coltellate [l’autopsia ha rivelato che le coltellate sono state 11, n.d.r.]! Ma a quanto pare una benda sugli occhi è molto più dolorosa oggigiorno”, è l’incipit del post. “Non vi nego infatti che sono stati minuti di autentico terrore. Ho sofferto come un cane tanto che sono tornato ad apprezzare di nuovo la vita”, aggiunge sarcasticamente Calamera.

Calamera, tra le attività che svolge e che ha segnalato sul suo profilo Facebook, cita l’incarico come psicologo presso il Centro di prima accoglienza San Francesco di Termini Imerese, in provincia di Palermo. Un uomo che quindi, a rigor di logica, dovrebbe avere a che fare ogni giorno con i diritti degli esseri umani, di qualsiasi razza o provenienza.

Tra le prime persone a condividere e criticare il post c’è Daniela Tomasino, ex presidente di Arcigay Palermo e volontaria della Croce Rossa. Con il suo messaggio la Tomasino dà voce al dissenso di chi non ha apprezzato la provocazione, diventata virale, di Calamera. “E questo è uno psicologo che, a quanto pare, lavora in un CPA”, scrive. “Uno psicologo che non riesce a capire che una persona ha dei diritti anche se è colpevole. Uno psicologo che non riesce a immedesimarsi in un ragazzino di 18 anni, colpevole o meno, arrestato, incatenato, bendato in un Paese straniero. Uno psicologo che pensa che sia giusto che lo Stato abusi di mezzi di coercizione”. E conclude: “Complimenti, ‘Totò’. Complimenti per averci ricordato che l’umanità e la civiltà non si imparano all’Università”.

L’obiettivo del post di Calamera – contestato da molti, ma anche commentato e condiviso migliaia e migliaia di volte in poche ore (51.832 like, 5865 commenti e 38.995 condivisioni al momento in cui ne scriviamo) – è quello di mettere in ridicolo l’atteggiamento di quelli che, di fronte alla morte di un militare in servizio con undici coltellate, hanno preferito concentrare il proprio sdegno nei confronti dei carabinieri che, durante le prime indagini sul caso, hanno bendato uno dei responsabili dell’omicidio. Gesto per cui, tra l’altro, su indicazione del comandante generale dell’Arma, Giovanni Nistri, il carabiniere che ha preso la decisione di agire in quel senso è stato allontanato.

“Dedico questo mio post al povero carabiniere ucciso durante il suo lavoro. Addio caro Mario, sei morto per una nazione che si preoccupa più di una benda sugli occhi di un sospettato, che di una giovane vita spezzata per servire il nostro paese”, conclude lo psicologo Calamera nel suo post. Migliaia i commenti di apprezzamento che sono arrivati, oltre a quelli di chi sottolinea: “Hai preso più like di Salvini”. “Voglio farti i miei complimenti, sei riuscito ad esprimere il pensiero di molti, me compreso, a rischio di essere impopolare! È molto più facile far finta di essere sdegnati per quella benda!”, scrive un utente. “Meglio impopolare che pecora nel gregge”, è il messaggio di un altro. “Una benda che… fa l’esatto contrario: fa vedereee”, scrive un altro utente.

Lo psicologo è fiero della valanga di messaggi di apprezzamento che sta ricevendo e, tra i commenti, spiega ancora meglio il suo messaggio: “Quando la benda viene paragonata alla morte… Ecco… È lì che siamo proprio nella m****”. Ma non sono mancate anche le critiche, durissime e con toni aggressivi.

La preoccupazione di molti è sintetizzata in questo commento: “La benda regalerà l’estradizione al delinquente. Con queste cose qualsiasi avvocato americano ci va a nozze!”.  “Di certo non è lo psicologo che una persona dovrebbe scegliere per aiutarsi a risolvere i propri problemi”, dice un altro, in risposta a un utente che annuncia di aver segnalato il fatto all’Ordine degli psicologi. “Come persona, italiana e psicologa, ho trovato aberrante la foto di quel ragazzino. Una negazione dei diritti, un’azione inutilmente umiliante, mortificante e punitiva. Da psicologa, non sono d’accordo con l’iniziativa di questa persona che dovrebbe essere un collega. Chiederò ai colleghi dell’Ordine di porre attenzione a questa cosa”, aggiunge un’altra donna.

Per molti, l’iniziativa di Calamera era solo un modo per cercare popolarità: “Un modo per far parlare di sé e quindi diventare virale”. La privacy del post di Calamera è pubblica e il messaggio può essere quindi visto, commentato e condiviso da chiunque e non solo dalla cerchia di amici dello psicologo.

Insomma, in queste ore sotto ai due post, così come, più in generale nel dibattito italiano, si stanno confrontando due fazioni: chi vuole giustizia per il carabiniere ucciso a Roma, e non si preoccupa dei diritti dei responsabili; e chi non può accettare che un indagato, per altro molto giovane, venga bendato e ammanettato in caserma, anche se colpevole e reo confesso.

Tra i primi, tra coloro i quali non si preoccupano più di tanto del modo in cui è stato trattato il giovane americano, c’è il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che in alcuni tweet ha persino invocato i lavori forzati (che in Italia non esistono) e la pena di morte (che esiste negli Usa, patria dei due studenti responsabili dell’omicidio). “A chi si lamenta della bendatura di un arrestato, ricordo che l’unica vittima per cui piangere è un uomo, un figlio, un marito di 35 anni, un Carabiniere, un servitore della Patria morto in servizio per mano di gente che, se colpevole, merita solo la galera a vita”, ha commentato a proposito della foto di Christian Gabriel Natale Hjort.

Per tutti gli altri, per chi vuole giustizia per il carabiniere ucciso brutalmente, senza per questo doversi rivalere sui diritti fondamentali di un diciassettenne americano, non sembra esserci spazio, specialmente in un mondo dominato dall’irresponsabilità che si attribuisce a chi si esprime sui social network.

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