Covid ultime 24h
casi +15.943
deceduti +429
tamponi +327.704
terapie intensive -51

Proteste in tutta Italia, De Masi a TPI: “Il Covid è una disgrazia, ma la nostra priorità è uscirne, non riaprire i ristoranti”

Di Niccolò Di Francesco
Pubblicato il 6 Apr. 2021 alle 20:45 Aggiornato il 7 Apr. 2021 alle 06:37
331
Immagine di copertina

Giornata di tensione in tutta Italia per la protesta dei ristoratori, degli ambulanti, dei commercianti e delle partite Iva. In particolar modo a Roma e Milano le contestazioni si sono trasformate in tafferugli e scontri con la polizia, che hanno portato anche al ferimento di un agente. Diverse persone hanno condannato gli episodi di violenza affermando che si è trattato di pochi estremisti che hanno avuto “l’obiettivo di far salire la tensione”. Quello di oggi è un episodio isolato o un disagio sociale sempre più latente pronto ad esplodere in episodi di violenza anche ben più gravi? TPI lo ha chiesto al sociologo Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

Professor De Masi, gli episodi di violenza di oggi ci raccontano un’Italia sempre più in sofferenza e sull’orlo della disperazione o si tratta del gesto isolato di pochi?
Questi episodi avvengono come se non ci fosse una pandemia. Quello che non si è capito è che esiste una graduatoria delle urgenze. Al primo posto c’è la salute, al secondo la democrazia, al terzo posto l’economia. Non si può pensare di mettere l’economia davanti alla salute. Ma poi chi chiede di riaprire i ristoranti è così sicuro che la gente ci andrebbe? Io credo di no. Da una parte capisco che è una situazione terribile dal punto di vista economico, dall’altra di chi è la colpa? Non è che c’è qualcuno che tiene chiusi i ristoranti per dispetto o per motivi politici.

Le categorie più colpite dai provvedimenti restrittivi però sostengono che così rischiano di morire di fame.
Ma chi muore di fame in un Paese che c’ha 36mila euro pro-capite di prodotto interno lordo. Siamo il settimo Paese al mondo più industrializzato su 196. Il ristoratore potrà tirare la cinghia come faremo tutti perché avremo una produzione in meno, ma non morirà di fame. In questo momento noi abbiamo un Pil che è tale e quale a quello del 2006. Nel 2006 morivamo di fame? Anche se regrediamo al 1980, chi moriva di fame nel 1980? Ma chi muore di fame in Italia!

Questi episodi sono la spia di che cosa?
Di due cose: della disperazione, comprensibile, e dell’infantilismo, che è incomprensibile. Non possiamo riaprire tutto e fingere che non vi sia una pandemia, che finora ha già ucciso 2 milioni di persone in tutto il mondo. La stessa cosa vale per la scuola. Io sono nato nel 1938, gli ultimi due anni di elementari io non le ho fatte perché durante la guerra non si andava a scuola. Poi ho recuperato e non credo di averne risentito chissà come. In questo momento c’è una causa di forza maggiore. Che senso ha da parte di esponenti politici come Salvini mettersi dalla parte di chi vuole aprire? È un’idiozia totale. Io da sociologo non riesco veramente a capirlo.

Non pensa però che l’Italia in questo momento sia divisa tra chi ha avuto la fortuna non solo di non perdere il proprio impiego, ma magari anche di lavorare in smartworking e chi invece ha improvvisamente perso tutto?
È chiaro che c’è una differenza notevole tra chi ha danni grossi e chi ha danni meno grossi. Su questo non c’è dubbio. Capisco che le persone siano disperate, ma la pandemia è una cosa che sovrasta tutto e tutti. Questo illudersi che la disgrazia non ci sia è ridicolo. E anche la stampa ha le sue responsabilità nel rinfocolare le tensioni perché alcuni giornali ammiccano alle persone disperate, senza capire che in questo momento c’è una forza di causa maggiore.

Quando non vi sarà più il blocco dei licenziamenti e moltissime persone si ritroveranno senza lavoro non rischiamo una vera e propria rivolta sociale? I risvolti futuri non rischiano di essere peggio del Covid?
È ovvio che ci saranno risvolti futuri, questa pandemia è una disgrazia, non è una fortuna. Ma non ci si può fare nulla. Quanta gente deve morire ancora per far capire che siamo in piena pandemia? Quando sarà finito lo vedremo. È come la fine di una guerra, quando è finito è tutto distrutto. Ci si rimbocca le maniche e si ricostruisce. Ma per ora non è finito, ora il nostro problema è avere quanti meni bombardamenti possibile, ovvero quanti meno morti possibile. Perché per i morti non c’è riapertura. Quando passerà il pericolo di morte, cosa potrà esserci di peggio? In questo momento chiunque di noi domani può essere tra quei 500 che muoiono di Covid. Peggio di così che c’è? Qual è questo futuro peggiore? Se passa la pandemia comunque sarà meglio, anche se ci saranno migliaia di disoccupati in più. Il problema sarà di trovare i soldi e da distribuire meglio le tasse.

Leggi anche: 1. La protesta dei ristoratori che violano il Dpcm e restano aperti: “Siamo disperati, dal governo solo briciole”
2. Zona rossa e arancione: scuola, spostamenti, viaggi. Tutte le regole in vigore da oggi; / 3. Pressing delle Regioni sul Governo per le riaperture: “Possibili dal 20 aprile se dati migliorano”

TUTTE LE ULTIME NOTIZIE SUL COVID IN ITALIA E NEL MONDO

TUTTI I NUMERI SUL COVID NEL MONDO

331
Accesso

Se non ricordi la tua password o in precedenza usavi un account social (Facebook, Google) per accedere, richiedi una nuova password.