Roma, nonna Pina e altre 5 donne incatenate per protesta: “Dateci una casa popolare”

Alcune di loro sono malate e sono state costrette a trasferirsi in edifici occupati

Di Madi Ferrucci
Pubblicato il 25 Lug. 2019 alle 14:48 Aggiornato il 10 Gen. 2020 alle 20:22
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Una protesta per ottenere la casa popolare: la storia di nonna Pina e delle altre cinque donne incatenate

Sei donne il 24 luglio si sono incatenate di fronte al Dipartimento per le politiche abitative del comune di Roma per chiedere con forza l’assegnazione di una casa popolare. È la terza volta quest’anno che utilizzano questa forma di protesta per ottenere un alloggio. Alcune di loro non hanno una casa, altre vivono all’interno di occupazioni. L’azione è stata sostenuta dal sindacato Asia Usb (Associazione inquilini e abitanti) e sul posto sono arrivate anche le forze dell’ordine. A giugno le donne si erano incatenate davanti al Campidoglio per avere risposte e in quell’occasione il vice-capo di gabinetto della sindaca Raggi Marco Cardilli aveva promesso una soluzione entro 10 giorni. Ma da allora nessuna risposta.

La storia di nonna Pina

Hanno storie diverse e in comune la volontà di trovare una casa dove poter vivere serenamente. Nonna Pina non sembra aver dimenticato la promessa del dottor Cardilli. In un video pubblicato dal sindacato la signora denuncia tutta la sua delusione: “Sono tutte prese in giro, eravamo qui a giugno hanno garantito che entro dieci giorni avremmo ricevuto una risposta positiva, invece mi è stato risposto che io ho fatto già due occupazioni”.

In realtà, come spiega a TPI il sindacalista di Asia Usb Michelangelo Giglio, Nonna Pina era “stata ospitata dal figlio nell’abitazione occupata dove viveva perché gravemente ammalata”. Giuseppina vive infatti attaccata ad una bombola dell’ossigeno, si muove su una carrozzina ed ha bisogno di assistenza (ci aveva raccontato la sua storia in questa video-intervista).

La vicenda delle altre cinque donne in protesta per la casa popolare

Con lei a protestare c’è anche un’ altra donna che non vuole essere nominata. Aveva ricevuto un alloggio dal Comune di Roma, ma non ha potuto trasferirsi perché i precedenti occupanti l’hanno più volte minacciata di morte, arrivando a chiederle fino a 30mila euro se avesse accettato di abitarvi. Il sindacalista ci racconta anche la storia delle altre donne che hanno protestato.

Il caso di Marina è particolarmente drammatico. Disoccupata e con un figlio invalido, a lei il comune aveva concesso un buono casa da 800 euro. Il suo affittuario però si è rivelato un truffatore: poco dopo essersi trasferita l’alloggio è stato sequestrato perché il proprietario non pagava il mutuo. Marina se n’è andata ma per darle di nuovo il buono casa adesso il comune chiede che gli vengano restituiti i 5mila euro finiti nelle tasche del “truffatore”.

C’è poi Monica, cacciata via dalla sua casa per un “errore burocratico”. “Monica ha protestato perché è stata costretta a lasciare la casa dei nonni dove aveva vissuto per anni prima della loro morte. Si era registrata come membro del nucleo familiare ma agli uffici dell’Ater (Azienda Territoriale Per L’Edilizia Residenziale Pubblica) hanno scritto “badante”. Per questo adesso risulta abusiva”, racconta il sindacalista.

Si è incatenata anche Anna Maria, una signora di settant’anni, che è stata sfrattata dalla casa della suocera dopo la sua morte e che adesso non ha più un posto dove stare.

Infine c’è Sara, che non può ottenere un’abitazione popolare perché quando aveva 18 anni per alcuni mesi ha preso la residenza nel locale commerciale occupato dai genitori.

Per chi è risultato “occupante”, infatti, la domanda della casa popolare diventa inammissibile.

Le richieste del sindacato

Quattro di queste donne hanno trovato rifugio nell’occupazione abitativa di Via Tiburtina 1064 a Roma, con altre cento famiglie.

Per loro il sindacato chiede le case dei piani di zona: edilizia residenziale agevolata o convenzionata circoscritta ad alcune aree comunali. Il Comune per adesso non ha risposto alla richiesta e Michelangelo Gigli dell’Usb sospetta che il motivo sia “il fatto che le cooperative e le ditte che hanno in gestione questi alloggi non vogliono affittarle al prezzo stabilito dalle tabelle comunali per i casi di questo tipo”.

Lo scandalo degli “affitti gonfiati”

Già in passato l’edilizia popolare dei piani di zona è finita al centro di alcuni scandali giudiziari dovuti alla male gestione delle cooperative o delle ditte incaricate di costruire gli edifici e di metterli in affitto.

Nel 2012 è esploso il primo caso del Piano di zona di Spinaceto 2, area a sud-ovest di Roma, di cui ancora si sta discutendo nelle aule di tribunale. Secondo l’accusa, il consorzio regionale di cooperative Vesta avrebbe costruito alloggi in cambio di agevolazioni comunali e regionali, senza mantenere il basso canone di affitto previsto dalla legge.

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Molti inquilini hanno denunciato questo tipo di trattamento anche in altri Piani di zona. Dallo scandalo è sorta un’ inchiesta giudiziaria che ha portato ad aprire un processo per i rappresentanti di Vesta e della Società cooperativa edilizia Attilia. Entrambe sono accusate di aver commesso una truffa nella costruzione dei quartieri di Spinaceto 2, Montestallonara e Pisana Vignaccia a Roma.

A giugno scorso è arrivato un altro rinvio a giudizio per i vertici delle due cooperative: la prossima udienza si terrà il 28 gennaio del 2020.

Intanto gli inquilini sono stati messi sotto sfratto perché non riuscivano a pagare l’affitto e a gennaio una delibera della giunta capitolina ha revocato la convenzione stipulata con Vesta.

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