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I presidi contro De Luca: “No alla didattica a distanza. La scuola non si ferma”

Di Antonio Scali
Pubblicato il 16 Ott. 2020 alle 20:15
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Immagine di copertina

No alla didattica a distanza. Da Nord a Sud molti presidi sono in rivolta contro la paventata ipotesi di un ritorno alla cosiddetta dad, a causa dell’impennata dei contagi che si sta registrando negli ultimi giorni nel nostro Paese. È bastato solo nominarla, la didattica a distanza, in particolare per le scuole superiori, per provocare una levata di scudi. Non solo da parte dei dirigenti scolastici, ma anche di genitori, pedagogisti e molti studenti.

Insomma, quella che sembrava la soluzione più smart e ideale nei mesi più bui del lockdown, adesso è diventato quasi un mostro da scongiurare. Il tutto deriva dalla decisione del presidente Vincenzo De Luca, che in Campania ha firmato un’ordinanza che prevede la chiusura delle scuole primarie e secondarie dal 16 al 30 ottobre. Sospese anche le attività delle università, con l’unica eccezione per quelle relative agli studenti del primo anno. La didattica si terrà quindi online per due settimane.

Come sempre, quando si è apripista in qualcosa, si rischia di attirarsi le ire degli altri. E così proprio la decisione di De Luca ha fatto scattare l’allarme. Molti presidi temono infatti che adesso altri presidenti di Regione adottino analoghe misure restrittive, mandando in fumo il lavoro di questi mesi per garantire un rientro in classe in sicurezza per studenti e professori. Molti dirigenti, inoltre, sottolineano come le scuole non siano un particolare focolaio e che le cose, insomma, stanno andando piuttosto bene.

Abbiamo quindi raccolto alcuni commenti di dirigenti scolastici che si sono scagliati contro la decisione di De Luca e contro un ritorno della didattica a distanza. Molti presidi, da Nord a Sud, hanno pubblicato post su Facebook che ben definiscono la loro posizione. Ad esempio Vincenzo Caico, preside del Liceo Buonarroti di Monfalcone, scrive: “Solidarietà ai colleghi campani che dopo un’intera estate passata a lavorare con il metro in mano, banchi da sistemare, prodotti igienizzanti acquistati per migliaia e migliaia di euro, rime buccali, adesivi e segnalatori, protocolli, regolamenti, videoriunioni, ansia, notti senza sonno, genitori preoccupati, adesso devono chiudere le loro scuole e rimandare a casa bambini e ragazzi, senza alcun sostegno per le famiglie. È un dato di fatto che i contagi avvengono a casa, tra amici e parenti, nei luoghi del divertimento o negli altri posti dove non si rispettano le regole. A scuola le regole si rispettano e adesso la scuola non può pagare per tutti. Stiamo correndo il rischio di perdere una generazione e non sarà certo per il Covid. #lascuolanonsiferma”.

Bertossi, responsabile dell’ISIS Da Vinci Carli de Sandrinelli di Trieste, commenta: “Abbiamo lavorato tutta l’estate, abbiamo passato buona parte del nostro tempo a valutare tutti gli scenari possibili per la ripartenza. Abbiamo capito che ce la potevamo fare e lo stiamo dimostrando. Ora c’è chi, per problemi che non sono della scuola, preferisce chiudere o vorrebbe che lo si facesse. Non ci sto, c’è bisogno di scuola, per i piccoli, ma anche e soprattutto per i grandi”.

E ancora Aluisi Tolosini del Liceo Bertolucci di Parma scrive sui social: “Chiudere le scuole, tutte assieme, senza distinguere, senza compiere il lavoro equivalente al contact tracing per i casi individuali, significa arrendersi senza combattere. E la scuola vuole combattere. Perché la scuola ha dimostrato sino ad oggi di saper essere un luogo sicuro in cui fare cultura e comunità, cittadinanza e ricerca, insegnamento e apprendimento”. Ma molti altri sono i presidi di scuole superiori che si oppongono a un ritorno della dad. Di seguito alcuni ulteriori post pubblicati sui social:

(Si ringrazia Gianluca Daluiso per la collaborazione)

Leggi anche: 1. “Caro De Luca, ci hai privato dell’istruzione ma non dei balli in discoteca”: lettera di uno studente campano / 2.“Rinviate il concorso straordinario della scuola, troppi rischi”: l’allarme Covid dei docenti precari a TPI

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