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Parma capitale della Cultura 2020, l’assessore a TPI: “Storia e arte creano sviluppo e coesione sociale”

Al via nella città emiliana la rassegna di appuntamenti che celebrano l'anno da capitale italiana della Cultura. Ma il Comune guarda già al 2022, l'assessore Michele Guerra: "Per il 2022 vogliamo diventare capitale green europea"

Di Chiara Giannini
Pubblicato il 12 Gen. 2020 alle 16:19
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Immagine di copertina

Antica città universitaria, con il suo centro storico ricco di gioielli architettonici romanici e opere d’arte pittorica, Parma schiude le sue porte mostrandosi in tutto il suo fascino storico e contemporaneo e si avvia ad affermare il suo patrimonio culturale sul piano internazionale con la nomina a Capitale italiana della Cultura 2020, titolo conferito dal 2014 dal Consiglio dei ministri, tramite bando indetto dal Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact).

Il claim della candidatura di Parma, “La cultura batte il tempo”, intende la cultura come elemento trasversale oltre confini sociali e temporali, che dona fluidità alle diverse forme di dialogo che coesistono nella realtà cittadina, tracciando le linee guida dei prossimi anni puntando all’affermazione dell’autonomia culturale della città.

Parma arriva così ad esprimere la sua forma più profonda e condivisa, attraverso un programma di oltre 400 iniziative presentato lo scorso dicembre a Milano: mostre, installazioni, incontri, concerti, spettacoli, oltre a giornate di porte aperte per molte delle realtà imprenditoriali del territorio. Trentadue i progetti che vedranno la luce nel corso del 2020, in cui saranno coinvolte le principali istituzioni culturali territoriali, suddivisi nelle quattro categorie rassegne, esposizioni, cantieri e produzioni, seguendo i due settori del Dossier candidatura: il Progetto Pilota e le Officine contemporanee.

Anche il Teatro Regio avrà naturalmente un ruolo da protagonista con un Festival speciale dedicato alla nozione del tempo nelle arti del Novecento. Ad aprire l’anno culturale una tre giorni di iniziative da sabato 11 gennaio con concerti, eventi di piazza, mostre, per poi arrivare alla cerimonia inaugurale di domenica 12 gennaio alla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella al Teatro Regio.

Alla vigilia del debutto e degli eventi inaugurali di Parma 2020 TPI ha intervistato Michele Guerra, assessore alla Cultura del Comune di Parma.

Cosa rappresenta per il Comune di Parma la nomina a Capitale italiana della Cultura 2020?

Rappresenta un’occasione importante per far capire che la cultura è un motore di sviluppo fondamentale, che non è qualcosa che attiene al tempo libero o al dopo-lavoro ma che fa parte della nostra quotidianità ogni minuto. Si può costruire una visione di città anche a partire da una programmazione culturale come centro del progetto. Quindi è questa la grande occasione di essere Capitale italiana della Cultura.

Con riferimento al claim della candidatura – “La cultura batte il tempo” – le iniziate in programma quest’anno come creeranno forme di dialogo tra le diversità cittadine?

Il progetto de “La cultura batte il tempo” corre su due linee: una è quella di una riflessione su quello che è stato definito il tempo storico della città. Parma ha una storia che va dalla Parma romana alla nostra contemporaneità che tiene insieme tutte le dimensioni, quella medievale, rinascimentale, manierista, barocca, illuminista, tanti universi culturali racchiusi in un’unica città, ognuno dei quali racconta una storia, contiene dei desideri. Noi dobbiamo fare in modo che la città riesca ad appropriarsi di questi tempi storici pensandoli nel presente, nell’attualità.

Sull’altra c’è un altro tempo, quello sociale: Parma è una città moderna e come tale vive socialità differenti, rese sempre più complesse da un multiculturalismo crescente. L’obiettivo di Parma 2020 è fare in modo che quei progetti che insistono sul tempo storico della città non dimentichino che la cultura ha un ruolo di coesione sociale, un ruolo di dialogo interculturale, e noi dobbiamo scommettere su questo. Io penso che se la città saprà rispondere alle tante diversissime attività che abbiamo in programma per il 2020, questo dialogo diventerà naturale e allora, a quel punto, Parma avrà fatto una grande conquista da Capitale italiana della Cultura.

Per arrivare a questo riconoscimento il percorso è stato lungo. Quali sono stati gli elementi, i passaggi determinanti che hanno portato Parma a “vincere” sulle altre candidate?

Credo ci siano tre elementi di forza della candidatura di Parma. Uno è stato quello di lavorare su un tema monografico molto preciso: il dossier di Parma 2020 si è dato il tema del tempo come filo conduttore che non disperdeva nessun tipo di energia ma anzi le convogliava in un’unica direzione.

Il secondo è stato quello del rapporto tra pubblico e privato, motivazione riportata dal Mibact quando ci ha designati capitale. Parma ha costruito un modello pubblico-privato molto complesso anche dal punto di vista amministrativo, è una città dove c’è un mecenatismo vero, un impegno reale da parte dei privati a sostenere la cultura. Questo modello, che si sta affermando anche a livello nazionale, ha trovato a Parma un luogo adatto dove sperimentarsi.

Per terzo il tema dell’ateneo: nella motivazione di Parma 2020 c’è anche l’importanza di un’università che partecipi a tutto il percorso di Capitale italiana. Parma è una città universitaria che sta investendo molto sulla relazione comune-università, pilastro che ha permesso al progetto di vincere.

Naturalmente c’è un architrave che tiene assieme tutto ed è la forza culturale della città. Se non avessimo le istituzioni culturali che abbiamo, i teatri, la programmazione culturale, i beni culturali, è evidente che la candidatura si sarebbe indebolita. Quindi la città partiva da una buona forza culturale ed è riuscita nel dossier a creare la leva giusta per implementarla.

In un’ottica che guardi oltre il 2020, come vede il ruolo che ricoprirà Parma nei prossimi anni nello scenario culturale non solo del nostro Paese ma anche in ambito europeo?

La sfida per Parma è quella di riuscire a divenire una città più aperta all’esterno, Capitale italiana della Cultura serve a moltissimo in questo senso. Già oggi abbiamo artisti internazionali provenienti da diversi paesi europei che collaborano con noi, quindi la città sta allargando i suoi orizzonti. Parma è già una città europea, in quanto è l’unica città italiana sede di una Authority dell’Unione Europea, l’EFSA.

Questo vuol dire avere lavoratori che arrivano da tutta l’UE, avere una scuola per l’Europa dove si insegnano otto lingue, risorsa importantissima anche per i Parmigiani ed avere la fondazione Collegio europeo che si occupa di alta formazione e che quindi permette ai valori europei di propagarsi in città. Quindi è già una città molto aperta all’Europa.

Potrà esserlo sempre di più dopo il 2020 con la candidatura per il 2022 alla nomina di Capitale green europea, segno di una volontà costante di aprirsi all’esterno. Inoltre, dal 2015, Parma è città creativa Unesco della gastronomia, quindi ormai è una città abituata a muoversi su queste reti e cercare nell’internazionalità la spinta per migliorarsi.

Lei ha detto che questa nomina non è soltanto un premio da esibire o un’etichetta ma l’inizio di una trasformazione culturale per la città. Anche in vista della candidatura per città green del 2022, in che modo il Comune intenderà dar seguito alla trasformazione appena intrapresa?

La candidatura a green city è ovviamente diversa rispetto a quella a Capitale della Cultura, non sarà più la cultura al centro, ma l’ambiente. È chiaro però che così come la parola cultura va a toccare tutti i sistemi cittadini, che è stato uno dei segreti per il 2020, lo stesso varrà per la parola sostenibilità, anch’essa trasversale, perché oggi non è più possibile pensare alla sostenibilità soltanto a livello ambientale, ma è necessario che avvenga una cooperazione a tutti i livelli. Quindi la grande sfida per il futuro muove dallo stesso metodo di Capitale italiana della Cultura, su scala europea nel caso di green city 2022, che insiste su politiche ambientali che hanno natura diversa da quelle culturali ma con una medesima vocazione.

Un’ultima battuta. Come ha accolto la sua proclamazione a miglior assessore alla Cultura d’Italia dal magazine Artribune, arrivata a ridosso della partenza dell’anno di Parma 2020?

Mi fa piacere perché è una rivista che seguo. Sicuramente la prendo come buon auspicio, ma mi sono preso i meriti di una squadra di decine di persone che lavora con me ogni giorno, è un premio collettivo.

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