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Ricoverato per insufficienza cardiaca, muore di Covid. I figli a TPI: “Si è contagiato in ospedale”

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I Pronto Soccorso degli ospedali sono messi a dura prova dal dilagare di contagi da Covid-19, anche per via delle varianti ANSA/FILIPPO VENEZIA

Per quanto impressionanti, i numeri della pandemia non possono descrivere efficacemente le storie umane che ognuno di essi cela. In questa intervista a TPI, i figli di un paziente deceduto raccontano il loro dolore per una vicenda beffarda: entrato in ospedale per tutt’altra ragione, il loro papà era inizialmente risultato negativo al tampone Covid.

Paolo ha 79 anni, il suo quadro clinico non presenta criticità. La sua vicenda comincia all’inizio dello scorso mese di febbraio, quando viene portato in un noto ospedale milanese per via di un’embolia polmonare dovuta a insufficienza cardiaca. Dopo tre giorni di Pronto Soccorso viene trasferito in astanteria, per via della mancanza di posti letto e vi rimane per circa 20 giorni.

La sistemazione non è il massimo del comfort in quanto il reparto non è attrezzato per lungodegenze e mancano i servizi essenziali alla persona, come la corretta igiene personale e un’adeguata alimentazione. Paolo è costretto alla permanenza forzata a letto, a dover espletare le proprie funzioni fisiologiche nel pannolone pur essendo in grado di farlo autonomamente e al via vai continuo di persone in situazioni critiche.

Nonostante i disagi, risponde bene alle cure e rimane perfettamente lucido, come i figli possono constatare nei contatti via cellulare, in quanto le visite in persona sono chiaramente impossibili. Gli vengono inoltre fatti diversi tamponi di controllo, ma risulta sempre negativo al Covid-19. “Abbiamo chiesto più volte all’ospedale di spostarlo in reparto, proponendo anche di cercare un’altra struttura, qualora proprio non ci fossero posti letto disponibili”, spiega a TPI la figlia Eleonora, “ma ci è sempre stato risposto che non era possibile, in quanto anche tutte le altre strutture erano nella stessa situazione di criticità”

Paolo un giorno telefona alla figlia e comunica che c’è stato un caso di Covid-19 in astanteria, per cui gli è stato detto che lui e gli altri pazienti verranno messi in isolamento. “Abbiamo quindi chiamato in reparto – prosegue Eleonora – per verificare la notizia e la persona che ci ha risposto ha negato l’accaduto. A distanza di due ore però l’ospedale ha annunciato le dimissioni di mio padre per il giorno stesso e dato l’indicazione di 10 giorni di isolamento a casa, senza offrire alcun supporto”.

Preoccupati della gestione di un paziente che potenzialmente potrebbe aver contratto il Covid-19, i figli scrivono all’ospedale chiedendo di trovare un’altra soluzione: i medici due giorni dopo spostano Paolo in una stanza singola della Pneumologia. Tuttavia, passano altri due giorni e Paolo per la prima volta risulta positivo al Covid-19. “Noi pensiamo che si sia contagiato in astanteria”, spiega Eleonora. “Papà ci ha raccontato che il paziente positivo era a uno/due letti di distanza”.

Dalla scoperta della positività al decesso passano circa dieci giorni: “Inizialmente era lucido, con la saturazione tra i 93 e 95 e una situazione stabile: aveva l’ossigeno, ma solo per precauzione. Poi è diventato sempre più confuso, ha iniziato ad avere disfagia e un singhiozzo fortissimo. Giovedì 4 marzo mi ha telefonato alle 4 di notte rantolando e chiedendo aiuto in maniera molto confusa”, aggiunge la figlia.

“Il giorno dopo sono riuscita a parlare con i medici e mi hanno rassicurato sul fatto che avesse temperatura e saturazione regolari. Sabato 6 marzo la video call programmata è stata rinviata più volte e, dopo tante insistenze, lo abbiamo visto molto sofferente e confuso. Dopo un’ora ci hanno richiamato per comunicarci che la situazione si era pesantemente aggravata e il giorno dopo ci hanno detto che non c’era più niente da fare”.

“Vista l’irreversibilità della situazione, ci è stata quindi concessa una visita straordinaria, ‘blindata’, alla quale è andato mio fratello per un ultimo saluto, perché mercoledì 10 papà è morto”, spiega la figlia. “Io ho potuto avere informazioni solo al telefono e ci sono stati anche dei momenti di tensione come quando mi hanno risposto che non c’era tempo di rispondere a tutti i parenti, ma soltanto a uno per ciascun paziente. Ho ribattuto che ci voleva più umanità, anche considerando il fatto che mio padre si era preso il Covid-19 in ospedale. Mi è stato risposto che non dovevo lamentarmi con loro, ma con ‘il Governo che avevo votato’. La cosa, ovviamente, mi ha fatto infuriare. Poi si vede che qualcuno ha fatto ragionare questo dottore, perché infatti c’è stata concessa la visita straordinaria, inizialmente negata”.

“La cosa che mi consola è che negli ultimi giorni mio padre è stato incosciente, risparmiandosi tante sofferenze”, continua Eleonora. “Mi resta però una forte sensazione di impotenza di fronte alla burocrazia: i medici sono sopraffatti dall’emergenza, non c’è stato tempo di confrontarsi ed avere maggiori dettagli e maggior ascolto. Un anno di pandemia non ha cambiato niente, e gli ospedali che dovrebbero essere il primo posto dove la catena del contagio viene spezzata, al contrario diventano un luogo di diffusione. Inoltre, visti tutti i discorsi che si fanno in questi giorni sui vaccini: perché non si dà priorità ai pazienti che entrano al Pronto Soccorso, visto che sono a rischio? Avrebbe più senso vaccinare loro, invece che il personale ospedaliero che magari lavora in smartworking e senza contatto con l’utenza! Non sono cose che dico per via della rabbia: so che è così, perché me lo hanno raccontato proprio alcuni di questi lavoratori”.

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