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Home » Cronaca

Quanto siamo protetti ora da Omicron? Tutte le domande e risposte sulla variante

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Quest’articolo è stato scritto con la collaborazione di Marco Gerdol, ricercatore dell’Università di Trieste

Nell’ultima puntata di “Parole chiare in medicina”, abbiamo raccontato cosa era allora noto di Omicron (nome scientifico: B.1.1.529), l’ultima variante di Sars Cov 2 nel frattempo divenuta dominante nel mondo. In quell’articolo, invitavamo il lettore ad aspettare i risultati degli studi per capire il reale impatto di questa variante sulla pandemia e a non seguire il cicaleccio in TV e sui social network. In particolare, spiegavamo che allora (29 novembre 2021) troppe cose non sapevamo su Omicron per trarre conclusioni definitive. Come sempre, anziché inseguire il dibattito quotidiano tra pseudoesperti con l’ego inversamente proporzionale alla competenza aggiungendo confusione a confusione, abbiamo aspettato circa tre mesi a pubblicare il seguito dell’articolo in modo da poter discutere di dati consolidati e non di chiacchiere da bar.

Con questa premessa, abbiamo immaginato il presente articolo come un sunto completo di cosa è ad oggi con certezza noto su Omicron. E in particolare con questo scritto intendiamo rispondere a queste domande fondamentali: 1) I vaccini sono o no efficaci contro Omicron? E se sì in che misura? 2) Al netto dei vaccini, Omicron è più o meno severa delle altre varianti? E per essere più chiari: al di là dei vaccini, Omicron è veramente solo una banale influenza come alcuni dicono oppure rappresenta un serio problema di sanità pubblica? Di seguito trovate sia la risposta breve (per chi non vuole leggere tutto l’articolo) sia la risposta articolata a queste domande (per chi vuole approfondire).

IN 30 SECONDI….
  • Il ciclo vaccinale completo comprensivo di dose di richiamo è estremamente efficace nel difendere dalla malattia grave e dalla morte da Omicron. Rispetto alla protezione dal contagio da Omicron, il ciclo vaccinale completo (quindi con richiamo) mantiene un’efficacia apprezzabile seppur indubbiamente inferiore rispetto a quella mostrata rispetto al contagio da delta.
  • Dati solidi su modelli animali e dati preliminari sugli esseri umani supportano una letalità intrinseca di Omicron un po’ minore rispetto a quella di delta. Tuttavia, nel contesto attuale, Omicron è molto più diffusiva di Delta. L’estrema diffusività fa sì che Omicron abbia una mortalità molto significativa, di gran lunga superiore a quella di una normale influenza e a maggior ragione a quella di un banale raffreddore.
IN 15 MINUTI….
Omicron e i vaccini

Nella puntata precedente della rubrica, tra le altre cose invitavamo il lettore ad aspettare i risultati degli esperimenti (allora non disponibili) relativi alla misurazione della capacità di Omicron di eludere la risposta anticorpale indotta dai vaccini. Ebbene, questi risultati nel frattempo sono arrivati e ci dicono chiaramente che Omicron è più immunoevasiva di delta, che a sua volta era più immunoevasiva del virus originale (per immunoevasività si intende la capacità di un microorganismo di sfuggire alla difese immunitarie indotte dalla vaccinazione e/o da una pregressa infezione e, in questo contesto, si fa riferimento in particolare all’immunità anticorpale, che è una delle due forme fondamentali di immunità acquisita; l’altra è la cosiddetta immunità cellulo-mediata, di cui parleremo più avanti). Tra i vari studi sull’argomento merita menzione un lavoro pubblicato il 30 dicembre scorso sulla più importante rivista di medicina al mondo, il New England Journal of Medicine, dove emerge che dopo due dosi di vaccino Pfizer la capacità neutralizzante degli anticorpi indotti dalla vaccinazione rispetto ad Omicron è molto scarsa (circa 7 volte inferiore a quella mostrata contro Delta e circa 15 volte inferiore rispetto a quella mostrata contro il virus originale). Ma dopo la terza dosa, la produzione di anticorpi neutralizzanti contro Omicron cresce di un fattore 100, pur restando inferiore, a parità di dosi vaccinali somministrate, rispetto a quella rilevata contro Delta e contro il virus originale. Conclusione: sulla base di questi dati, risulta che il vaccino Pfizer con due dosi ha una capacità molto scarsa di indurre anticorpi neutralizzanti contro Omicron; dopo tre dosi, questa capacità cresce in modo assai significativo, pur restando indubbiamente inferiore a quella osservata contro delta e, in misura ancora maggiore, contro il virus originale.

Un successivo lavoro pubblicato sempre sul New England Journal of Medicine qualche giorno dopo ha fornito informazioni analoghe, aggiungendo qualche tassello, dal momento che ha valutato l’efficacia di indurre anticorpi neutralizzanti non solo di Pfizer ma anche degli altri vaccini disponibili negli Stati Uniti (Moderna e Johnson & Johnson). Ebbene, secondo questa ricerca, dopo due dosi sia di vaccino Pfizer che di Moderna la capacità neutralizzante contro Omicron degli anticorpi indotti dalla vaccinazione, soprattutto dopo 5 mesi dall’avvenuta somministrazione, risulta essere molto debole; addirittura, dopo 5 mesi da una singola dose di Johnson & Johnson, con la tecnica usata in questo esperimento non vengono rilevati affatto anticorpi neutralizzanti contro questa variante. Ma dopo il booster con Moderna o Pfizer in soggetti già vaccinati con ciclo primario o già guariti da COVID 19, la quota di anticorpi neutralizzanti contro Omicron cresce in modo significativo, a sottolineare ancora una volta l’importanza del richiamo. A risultati analoghi sono giunti altri gruppi di ricerca (si veda a titolo di esempio questo lavoro pubblicato su Nature.

Ma quanto detto, per l’appunto, viene da studi in vitro, che sicuramente danno informazioni importanti, ma non possono essere considerati esaustivi, anche perché riguardano soltanto uno dei due ambiti fondamentali di studio della risposta immunitaria adattativa, ovvero quella mediata dagli anticorpi, mentre un numero crescente di studi evidenzia come anche la risposta cellulo-mediata possa giocare un ruolo molto importante nel contrastare il COVID, in particolare nella protezione nei confronti della malattia nelle sue forme più gravi. Ben più rilevanti risultano essere allora i grandi studi epidemiologici in vivo. Questi studi sono in sostanziale accordo con gli studi in vitro, nella misura in cui confermano sia la maggiore capacità di Omicron, rispetto a Delta, di causare malattia nei vaccinati e/o nei guariti, sia la capacità della dose di richiamo di proteggere in modo significativo (seppur imperfetto) dalla malattia sintomatica indotta da Omicron.  Gli studi sull’argomento sono numerosi e tutti sostanzialmente concordi. A titolo di esempio, date le grossi dimensione della coorte inclusa e l’estremo rigore metodologico dell’analisi, possiamo citare un recentissimo lavoro pubblicato pochi giorni fa su una delle più importante riviste di medicina al mondo, Journal of Medical Association (JAMA). In questo grande studio osservazionale che ha incluso 23391 casi di malattia sintomatica COVID 19 e 46764 controlli, i ricercatori dell’Università della Georgia hanno dimostrato che tre dosi di vaccino ad mRNA (Pfizer o Moderna) globalmente mostrano un’efficacia del 67% nel proteggere dall’infezione sintomatica da Omicron e del  99% circa rispetto all’infezione sintomatica da delta (per completezza di informazione, va specificato che nello studio non erano inclusi soggetti immunodepressi). Lo studio fornisce poi altre informazioni rilevanti: il ciclo con tre dosi rispetto a quelle con due abbassa del 66% la probabilità di sviluppare un’infezione sintomatica da Omicron, e dell’16% la probabilità di sviluppare un’infezione sintomatica da delta. Tradotto: due dosi danno comunque una protezione buona dalla malattia sintomatica da delta, ma scarsa (per non dire pressoché nulla a distanza di tempo) rispetto ad Omicron; tre dosi aumentano la protezione contro tutte e due le varianti, ma in proporzione il vantaggio più consistente della terza dose si osserva rispetto ad Omicron, nella misura in cui rispetto a questa variante si passa da una protezione debole con due dosi a una protezione robusta con il booster (nel caso di delta invece si passa da una protezione già robusta con due dosi a una protezione quasi perfetta dopo il richiamo). Infine, in questo studio, negli infetti trivaccinati sia con Omicron che con delta, la carica virale è risultata mediamente più bassa di quella rilevata negli infetti bivaccinati o non vaccinati. E poiché la carica virale è uno dei determinanti della contagiosità (a parità di altri fattori, è ragionevole assumere che maggiore è la carica virale, maggiore in media il numero di persone contagiate da un singolo infetto), questo studio suggerisce che i vaccinati con dose booster contribuiscono meno a diffondere l’infezione anche nel contesto con Omicron dominante rispetto alle persone  che hanno effettuato esclusivamente  il ciclo primario di vaccinazione (due dosi Moderna, Pfizer o Astra Zeneca o una dose di Johnson & Johnson) e  rispetto ai non vaccinati.

 Questo studio, però, ha un limite: si focalizza solo sull’efficacia dei vaccini rispetto all’infezione sintomatica, ma non chiarisce due cose, ovvero: quanto sono utili i vaccini rispetto al rischio di ospedalizzazione e morte da Omicron? E quanto invece sono efficaci nel proteggerci globalmente dall’infezione da Omicron, indipendentemente dal fatto che questa si manifesti con sintomi o senza? Detto altrimenti: i vaccini aiutano anche a contenere il contagio da Omicron o solo l’infezione sintomatica? A queste domande hanno risposto altri studi. Il primo che merita un’analisi dedicata è un lavoro pubblicato pochissimi giorni fa su Nature Medicine da un gruppo di scienziati statunitensi (https://www.nature.com/articles/s41591-022-01753-y_reference.pdf). Secondo questa ricerca, considerando i soggetti immunocompetenti, l’efficacia di due dosi di vaccino Moderna rispetto all’infezione (indipendentemente dalla presenza o meno di sintomi) da Omicron si colloca intorno al 44% nell’intervallo tra 14 e 90 giorni, ma declina molto rapidamente, fino a non essere praticamente rilevabile dopo 9 mesi; dopo tre dosi, la protezione dall’infezione cresce fino al 71% nell’intervallo tra 14 e 60 giorni, per poi scendere al 47.4% dopo 60 giorni dal booster. Come atteso, negli immunodepressi i valori di protezione dall’infezione sono significativamente più bassi, attestandosi al 30% circa dopo tre dosi.  Lo studio inoltre conferma una performance significativamente migliore del vaccino nel proteggere dal contagio nei confronti di delta rispetto a quanto osservato nei confronti di Omicron. D’altro canto, la stessa ricerca suggerisce che rispetto alla variabile ospedalizzazione, l’efficacia dei vaccini è altissima sia rispetto a delta che rispetto a Omicron: in particolare, nei confronti di quest’ultima (Omicron), due dosi di Moderna offrono una protezione dell’84.5% rispetto alla variabile ospedalizzazione, protezione che sale fino a superare il 99% nei soggetti a cui è stato somministrato il booster. Risultati veramente impressionanti! Altri lavori di ricerca sono giunti a risultati solo leggermente inferiori per quanto riguarda la stima dell’ efficacia del booster nel ridurre il rischio di ospedalizzazione da Omicron: in questo studio del Center for disease control americano (CDC), ad esempio, l’efficacia stimata rispetto a questa variabile è dell’82% a partire da 14 giorni dopo la somministrazione del richiamo. Guardando l’insieme della letteratura disponibile, è possibile dire che l’efficacia del ciclo vaccinale completo comprensivo di richiamo contro l’ospedalizzazione da Omicron si attesta, nei soggetti immunocompetenti, su valori superiori all’80% (lievi differenze tra uno studio e l’altro possono dipendere dalle caratteristiche demografiche della coorte studiata, della numerosità dei gruppi inclusi e da tante altre variabili). Per quanto riguarda la protezione dall’infezione (e quindi l’efficacia dei vaccini nel contenimento del contagio), i dati sono meno abbondanti rispetto a quelli disponibili per la protezione dall’ospedalizzazione, ma quelli disponibili sono in sostanziale accordo col citato studio di Nature Medicine: ad esempio,  secondo questo studio olandese ancora in fase di pre-print (e quindi da considerare con qualche cautela), la protezione offerta dal booster contro l’infezione da Omicron è del 68% nei soggetti senza storia di pregressa infezione da Sars COV 2 e del 76% in quei soggetti che, oltre ad aver effettuato il richiamo vaccinale, sono anche guariti da una pregressa infezione da Sars Cov 2 (https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2022.02.06.22270457v2).

E per quanto riguarda la protezione dal decesso? Anche rispetto al rischio di morte da Omicron, l’efficacia di tre dosi di vaccino è altissima: in particolare, secondo l’ultimo report del UK Health Security Agency del 17 febbraio 2022, l’efficacia del booster si colloca tra il 95 e il 99% sia rispetto al rischio di ospedalizzazione che rispetto al rischio di morte da Omicron. 

Tutti questi dati sono coerenti con il numero via via crescente di studi che supportano la permanenza, a seguito della vaccinazione, di una elevata efficienza rispetto a tutte le varianti-Omicron inclusa- della risposta immunitaria cellulo-mediata (cioè legata alle cellule immunitarie, in particolare i linfociti T).  La letteratura disponibile suggerisce che ciò dipenda da una notevole conservazione tra le varianti di Sars Cov 2 degli epitopi (leggasi porzioni) della proteina spike riconosciuti dalle cellule T, mentre gli epitopi riconosciuti dagli anticorpi (fondamentali nel proteggere dal contagio) sono molto differenti tra una variante e l’altra in quanto maggiormente soggetti a mutazioni. In particolare, lavori pubblicati recentemente su riviste prestigiose come Nature e Cell hanno evidenziato che oltre l’80% delle regioni riconosciute dai linfociti siano sostanzialmente immodificate in tutte le varianti. Questo potrebbe spiegare il motivo per cui rispetto ad Omicron, da una parte i vaccini, per via della ridotta capacità, a confronto con altre varianti, di produrre anticorpi neutralizzanti, non siano molto efficaci nel proteggere dal contagio, ma dall’altra parte conservino, per via della mantenuta efficienza nello stimolare l’immunità cellulo-mediata, una formidabile efficacia nel ridurre il rischio di ricovero e decesso.

Insomma, riassumendo: 

1) Senza dubbio alcuno, Omicron infetta più facilmente di delta i vaccinati e i guariti MA….

2) Il ciclo vaccinale completo comprensivo di booster mostra un’efficacia altissima nel proteggere da ospedalizzazione e morte da Omicron;

2) Sulla base dei dati disponibili, è possibile dire che due dosi di vaccino a mRNA proteggono poco o niente dal contagio da Omicron (praticamente quasi niente dopo 5-6 mesi dalla seconda dose), mentre tre dosi, almeno negli immunocompetenti, contribuiscono comunque a ridurre il rischio di contagio (non si tratta evidentemente di una protezione perfetta ma è comunque un ottimo risultato). Inoltre, i vaccinati con booster (o richiamo che dir si voglia) quando si infettano sembrano avere una carica virale minore rispetto ai vaccinati che hanno effettuato solo il ciclo primario e rispetto a coloro che non sono affatto vaccinati. Quindi: anche nel contesto con Omicron dominante tre dosi di vaccino continuano a proteggere -almeno parzialmente- non solo chi si vaccina ma anche gli altri;

3)I soggetti immunodepressi (ad esempio i pazienti che assumono cronicamente farmaci immunosoppressori per curare malattie autoimmuni o per prevenire il rigetto di un organo trapiantato) sono scarsamente protetti dal contagio da Omicron anche con tre dosi di vaccino, quindi per loro è ragionevole pensare a una quarta dose (che infatti è stata autorizzata per questa categoria di soggetti da EMA);

4) Dati preliminari suggeriscono un calo progressivo della protezione dal contagio da Omicron dipendente dal tempo passato dalla somministrazione della dose booster. Per capire quanto questo inciderà sulla dinamica della pandemia in futuro e se renderà necessario per tutti una quarta dose, bisognerà aspettare l’esecuzione di ulteriori studi. Fino ad allora, l’invito a tutti, soprattutto medici e scienziati, è tacere.

Quanta è pericolosa Omicron di per sé?

Abbiamo chiarito che i vaccini, pur non essendo un’arma perfetta, restano uno strumento irrinunciabile per combattere la pandemia anche nel contesto attuale, in cui Omicron è la variante di gran lunga dominante nel mondo. E quindi l’invito per tutti è, ovviamente, vaccinarsi con tre dosi! Chiarito questo, resta però da spiegare quanto Omicron sia in sé pericolosa. Detto in altro modo: se non ci fossero i vaccini, quanti problemi ci creerebbe Omicron? La risposta a questa domanda è fondamentale, perché c’è grande confusione sull’argomento.

Partiamo dal principio. Appena Omicron è stata isolata in Sudafrica a novembre del 2021, gli scienziati si sono messi a studiare questa nuova variante sia in vitro sia nei modelli animali per capire a cosa ci trovassimo di fronte. Tra i vari studi sull’argomento, vanno segnalati sicuramente due importanti lavori, attualmente in fase di pre-print, che hanno dimostrato che Omicron utilizzi preferenzialmente una via di ingresso nelle cellule dell’ospite diversa da quella utilizzata da delta e dalle altre varianti precedenti: ciò sembra dovuto al coinvolgimento, nel caso di Omicron, di una proteasi implicata nel taglio proteolitico della proteina spike, diversa da quella che entra in gioco nelle altre varianti).

Proprio questa diversa caratteristica di Omicron spiegherebbe il suo diverso tropismo cellulare, laddove per tropismo cellulare si intende la replicazione in via preferenziale in un tipo di cellula rispetto ad un’altra. Nello specifico, questo studi hanno dimostrato che  Omicron mostra, rispetto alle varianti precedenti, una ridotta abilità di replicazione nelle vie aeree inferiori (bronchi e polmoni). E ciò appare coerente con quei dati preliminare che suggeriscono una ridotta richiesta di ossigeno da parte dei pazienti ricoverati negli ultimi mesi, a fronte di un numero di ricoveri che si è mantenuto molto elevato. Al di là di questi studi pre-print (quindi ancora in corso di revisione da parte di esperti), ha ricevuto poi grande attenzione dalla comunità scientifica anche un importantissimo lavoro pre-clinico già revisionato e pubblicato su Nature. In questo studio su roditori (topi e criceti), l’infezione prodotta da Omicron è risultata meno grave rispetto a quella indotta da varianti precedenti, in particolare Delta, soprattutto a livello polmonare. Sulla base di questo e di altri analoghi studi pre-clinici, alcuni hanno allora esclamato: “Con Omicron, il COVID si è raffreddorizzato, basta panico, siamo fuori dalla pandemia!”

È veramente così? Calma. Nella ricerca scientifica, con buona pace degli animalisti estremisti, gli studi sui modelli animali sono fondamentali e irrinunciabili e permettono di cogliere aspetti molecolari che, per ovvie ragioni, non sarebbe possibile cogliere attraverso studi sull’uomo. Ma vanno considerati per quello che sono: ovvero, come studi complementari e non sostitutivi degli studi epidemiologici condotti sugli esseri umani.

Questo per due ordini di ragioni: 1) per una questione di specie-specificità (concetto che sta ad indicare che tutte le specie viventi sono legate  tra loro dal grande gioco dell’evoluzione darwininana, ma ovviamente presentano delle caratteristiche specifiche che le rendono distinte, secondo un gradiente variabile, le une dalle altre), una minore virulenza intrinseca di una variante virale rispetto ad altre individuata nei modelli animali può al massimo suggerire, ma non certo dimostrare definitivamente, una riduzione della virulenza della stessa variante anche negli esseri umani; 2) anche qualora una variante fosse realmente meno virulenta e meno letale di altre per gli esseri umani, ciò non implica necessariamente che alla fine rappresenti un problema sanitario minore rispetto alle altre. Perché una minore virulenza, ovvero una minore capacità di produrre sintomi gravi, e una minore letalità, ovvero una minore capacità di causare morte tra gli infetti, non si traducono necessariamente in una minore mortalità. Per capire questo discorso, dobbiamo richiamare un concetto base dell’epidemiologia: letalità e mortalità NON sono sinonimi.

Letalità indica il rapporto tra morti e infetti; mortalità indica il rapporto tra morti ed esposti (per semplicità, diciamo il rapporto tra morti e la popolazione generale). Mentre nel contesto delle malattie infettive la letalità è frutto solamente delle caratteristiche intrinseche del germe e dell’ospite, la mortalità dipende sia dalla letalità sia dalla diffusività dell’infezione. Detto in altro modo: date due malattie, una malattia A molto letale ma poco diffusiva e una malattia B meno letale ma molto più diffusiva, è possibile che alla fine dei giochi B produca più morti di A. Per capire questo concetto, facciamo un esperimento mentale estremamente semplificato ma utile per cogliere il senso del discorso. Immaginiamo che A produca un morto ogni 10 infetti e che sia in grado di infettare 100 persone al mese: è atteso che, tra questi 100 infetti, si contino alla fine 10 morti (100/10). Immaginiamo poi che B produca un morto ogni 20 infetti (ovvero che abbia una letalità dimezzata rispetto ad A) e che sia però in grado di infettare 400 persone al mese (abbia cioè una diffusività quadrupla rispetto ad A): in questo caso è atteso che, tra questi 400 infetti, ci siano 20 morti (400/20). Ne consegue che, in questo esempio, la mortalità di B alla fine risulta doppia rispetto ad A, nonostante B abbia la metà della letalità di A. Ora, se voi considerate che nel contesto attuale, Omicron è molto più diffusiva di delta tanto da averla soppiantata completamente, potete capire che, anche ammesso e non concesso che sia meno letale, non è affatto detto che sia pure meno mortale. E non dimentichiamoci che dal punto di vista dei costi sociali di un’epidemia, la virulenza intrinseca e la letalità di un germe non sono gli aspetti cui guardare prioritariamente: quello che conta più di ogni altra cosa da questo punto di vista è la mortalità (ovvero il numero dei morti in rapporto alla popolazione generale), oltreché il numero assoluto di ospedalizzati e la velocità di crescita degli ospedalizzati nell’unità di tempo.

Ecco, sappiamo con certezza, che considerando queste variabili (mortalità, numero di ricoverati e crescita dei ricoverati nell’unità di tempo), Omicron ha avuto un impatto assolutamente rilevante a livello mondiale e in alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, addirittura superiore a quello di delta. Ma anche guardando a casa nostra, non possiamo non notare che, nonostante l’efficacia altissima dei vaccini contro la malattia grave e la morte da Omicron e nonostante in Italia la campagna di vaccinazione sia andata complessivamente bene rispetto alla media dei paesi occidentali, nel contesto attuale in cui Omicron da almeno un mese ha soppiantato delta divenendo assolutamente dominante, abbiamo ancora oltre 200 morti da COVID al giorno. Ecco, voi capite bene che nessuna normale influenza e tantomeno nessun raffreddore è in grado di causare per settimane oltre 200 morti al giorno. E non fatevi ingannare dalla sterile polemica di morti per COVID e con COVID. La polemica non ha ragione di esistere. La prova? Dall’inizio della pandemia, in Italia abbiamo avuto oltre 200 mila morti in eccesso rispetto alla media 2015-2019, a fronte di circa 154 mila decessi registrati da COVID. E l’eccesso di mortalità rispetto all’atteso si è confermato anche a gennaio 2022, in piena epoca Omicron; per febbraio, aspettiamo i dati consolidati ma è verosimile che il trend si confermi, analogamente a quanto sta avvenendo in molti paesi occidentali per i quali esiste un registro di mortalità aggiornato quasi in tempo reale. È evidente quindi che l’impatto della pandemia in termini di morti nel nostro Paese semmai sia stato sottostimato, ma non certo sovrastimato.

Una volta chiarito che Omicron non è certamente un raffreddore e ha una mortalità assolutamente rilevante, almeno è vero che questa variante sia intrinsecamente meno letale di delta negli umani, come suggeriscono gli studi in vitro e quelli condotti in modelli animali? Ecco, la risposta è: molto probabilmente sì, ma non tanto quanto ci si possa immaginare.

A proposito di ciò cade a fagiolo uno splendido articolo recentemente uscito sul New England Journal of Medicine. Questo articolo ci dice diverse cose importanti.

1)Se guardiamo ai dati crudi, Omicron appare molto meno letale di Delta. Ma non possiamo dimenticare che Omicron è molto più immuno-evasiva di delta, quindi tende a colpire più di delta persone già immunizzate dalla vaccinazioni e/o dall’infezione pregressa con altre varianti. E poiché ormai è chiaro che sia pregresse infezioni sia soprattutto vaccinazioni con tripla dose difendono in maniera egregia dalla malattia grave da Omicron, se ne ricava che alla fine il maggior tasso di infezioni da Omicron tra gli immuni (cioè vaccinati e/o guariti) rispetto a Delta contribuisce a spiegare almeno in parte questa apparente minore letalità della prima (Omicron) rispetto alla seconda(delta).

2)Ma non solo. L’ articolo mette l’accento anche su un altro aspetto, meno intuitivo ma comunque comprensibile. Ovvero: se pure confrontiamo le cosiddette “breakthrough infections”, cioè le infezioni tra i vaccinati che avvengono con delta e con Omicron, non dobbiamo dimenticare che delta, essendo relativamente poco immuno-evasiva, dà breakthrough infections soprattutto negli immuno depressi (anziani fragili, trapiantati eccetera) ovvero quelle persone che se colpite tendono ad avere una malattia più grave. E anche questo rappresenta un fattore di confondimento, un bias, di cui tenere conto.

E a complicare ancora il tutto c’è da considerare che spesso lo stato di immunizzazione non è chiaramente definibile, perché soprattutto tra i vaccinati, alcune infezioni possono passare misconosciute, in quanto asintomatiche. Ma per quanto asintomatiche contribuiscono comunque a dare immunità. E, a parità di capacità di tracciamento, è ovvio che più il tempo passa più aumenta la possibilità che delle infezioni avvengano senza che siano segnalate. Perciò una variante che viene prima troverà giocoforza una percentuale di persone che non sanno di aver avuto l’infezione minore rispetto a una variante che viene dopo.

3)Dobbiamo sempre tenere conto del lag, cioè dell’intervallo temporale, tra infezione e comparsa dei sintomi gravi, quando ragioniamo di letalità. Infatti, se io conto i morti ora e gli infetti ora e mi trovo in una fase crescente dei contagi, potrei sottostimare la letalità perché i contagi di oggi produrranno morti tra un po’ di tempo. Quindi quando si fanno i confronti bisogna considerare questo aspetto. E fare confronti omogenei non è semplice. Considerate infatti che laddove si ha un virus molto più trasmissibile di un altro, a parità di letalità e a parità di intervallo temporale medio tra infezione e morte, se faccio il rapporto morti /casi in una fase troppo precoce, la letalità della variante più trasmissibile sarebbe sottostimata, perché i casi sono cresciuti molto velocemente e i morti invece ancora in larga misura si devono vedere.

Come vedete, le insidie sono molte. Quindi fare affermazioni assertive sulla letalità di Omicron negli umani è rischioso.

4) Ma quindi alla fine dei giochi considerando tutte queste variabili è possibile dire quanto sia intrinsecamente letale Omicron? La risposta è: non siamo ancora in grado di dirlo con certezza. C’ è per ora uno studio dell’Imperial College di Londra, ancora in fase di revisione, che, per la rigorosa metodologia usata pare però fornire una prima risposta a questa domanda. Questo studio, citato nell’articolo del New England di cui sopra, ci dice che per lo più la minore letalità di Omicron è solo apparente e dovuta a vaccini e pregresse infezioni. Una volta corretto per i fattori di confondimento, Omicron pare di per sé solo il 25% meno letale di delta. Lo studio suggerisce pure che rispetto alla variabile ospedalizzazione Omicron, di per sé, potrebbe essere alla fine virulenta come il virus originale, che per capirci è quello che è stato responsabile di scenari drammatici, come le fila di bare a Bergamo che resteranno a lungo impresse nella nostra memoria. 

Quindi, riassumendo: molto probabilmente Omicron è di per sé meno letale di delta e soprattutto mostra in media un minor coinvolgimento polmonare nei soggetti infetti. Tuttavia nel contesto attuale, vuoi certamente per la maggiore immuno-evasività, vuoi presumibilmente anche per una maggiore contagiosità intrinseca (che sembra essere legata al minor tempo intercorso tra un contagio e l’altro rispetto a delta, come suggerito da diversi studi epidemiologici, come ad esempio questo, alla fine Omicron risulta essere molto più diffusivo di delta. Il risultato finale è che ha una mortalità molto alta che non va assolutamente sottovalutata, per cui oggi come ieri dobbiamo insistere con la campagna di vaccinazione e continuare a stare assolutamente attenti al rispetto delle norme di prevenzione del contagio.

*** Questo articolo fa parte della rubrica di TPI “Parole chiare in medicina” tenuta dal medico neurologo dell’INRCA (Istituto Nazionale di Ricovero e Cura dell’Anziano) Leonardo Biscetti. Apparentemente sul Covid gli scienziati dicono tutto e il contrario di tutto. Vi faremo capire che la scienza non è un’opinione. Vi spiegheremo i dati e gli studi più recenti sulla pandemia. E non solo.
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