100 anni sulla neve: la storia delle Olimpiadi invernali dalla prima edizione del 1924 a Milano-Cortina
La prima volta nel 1924 a Chamonix, la propaganda di Hitler, l’arrivo della tv, il no di Denver, il cambio di anno, le gare a porte chiuse a Pechino per il Covid. Milano e Cortina hanno reinventato i Giochi. Ma l’incognita futura è la sostenibilità economica e ambientale
Correva l’anno 1924. Le Olimpiadi erano ormai una realtà consolidata, al punto da essere state in grado di resistere alla pausa forzata della Prima guerra mondiale, e Pierre de Coubertin, forte del suo ideale di fratellanza tramite lo sport, continuava a sognare di espandere sempre di più i Giochi. Proprio per questo, non gli era passata inosservata nelle prime edizioni l’assenza forzata di tutte le discipline invernali, a partire dallo sci: qualcosa cui bisognava porre rimedio.
Fu così che per i Giochi del 1924, in programma a Parigi a partire dal mese di maggio, fu organizzato un piccolo spin-off all’inizio dell’anno sulle Alpi Francesi, a Chamonix, per fare in modo che le Olimpiadi potessero rappresentare, seppur in un momento dell’anno diverso e in un’altra zona del Paese ospitante, anche gli sport invernali: comparvero così per la prima volta discipline come lo sci o il bob e venne data una nuova collocazione al pattinaggio, che fino a quel momento era comparso in alcune edizioni estive.
L’idea ebbe successo, al punto che i Giochi invernali divennero autonomi da quelli estivi: quella di Chamonix venne retroattivamente riconosciuta come la prima Olimpiade invernale e non un semplice segmento di Parigi 1924, e quattro anni dopo vennero organizzati per la prima volta dei Giochi invernali pensati come tali, nelle Alpi svizzere, a Sankt Moritz.
Liturgia laica
Spesso confinati all’ombra dei Giochi estivi, quelli invernali scontano il dazio di ospitare sport solitamente meno seguiti, praticabili spesso solo in contesti climatici e geografici specifici, lasciando fuori un grosso pezzo di mondo. Nonostante questo, hanno saputo influire in modo notevole sulla storia olimpica e, quindi, sportiva, in un periodo lungo oltre un secolo durante il quale hanno saputo recepire, dettare, influenzare tendenze nel corso del tempo fino ai nostri giorni e verso prospettive future.
Quegli anni rappresentarono un momento importante per l’arricchimento della liturgia laica dei Giochi: alle Olimpiadi estive di Amsterdam del 1928 comparve per la prima volta il braciere, quattro anni dopo a Los Angeles ci fu il primo villaggio olimpico costruito espressamente con questo scopo. Ma furono le Olimpiadi invernali di Lake Placid del 1932 a portare per la prima volta qualcosa che oggi ci sembra un elemento quasi scontato di qualsiasi gara sportiva: il podio. E se tutti ricordiamo Berlino 1936 come uno dei più clamorosi casi di sportwashing messo in campo dalla Germania nazista, pochi ricordano che lo stesso anno, nei primi mesi invernali, lo stesso regime aveva già messo in campo, sempre sotto i vigili occhi di Hitler, un antipasto di ciò che sarebbe andato in scena nella capitale del Reich: i Giochi invernali di Garmisch-Partenkirchen.
Pausa bellica
Ci fu poi il momento della guerra, che ancora una volta andò a interrompere le Olimpiadi. Il 1940 sarebbe dovuto toccare all’accoppiata giapponese Sapporo (inverno) – Tokyo (estate), cui quattro anni dopo avrebbero fatto seguito Cortina (inverno) e Londra (estate). Dal Giappone, tuttavia, arrivò una rinuncia ben prima dell’attacco tedesco alla Polonia: lo scoppio della seconda guerra sino-giapponese portò il governo nipponico a rinunciare a organizzare i Giochi, sia estivi che invernali, che vennero riassegnati rispettivamente a Helsinki e Sankt Moritz prima che la Seconda guerra mondiale portasse a una nuova sospensione che fece saltare i Giochi sia nel 1940 che nel 1944. Furono le Olimpiadi invernali di Sankt Moritz del 1948, 12 anni dopo le ultime disputate prima del conflitto, a provare a ridare normalità anche alla tradizione olimpica, non a caso in uno dei pochi Paesi che non erano stati toccati dalla furia bellica.
L’accoppiata italiana ’56-‘60
Le Olimpiadi, quindi, ripresero, in una società che si faceva sempre più di massa, in cui l’aspetto commerciale, consumistico e televisivo andavano ad affiancarsi all’aspetto sportivo. Non è un caso che i Giochi siano arrivati in Italia proprio negli anni del boom, permettendo al nostro Paese l’accoppiata Cortina 1956 – Roma 1960 che ancora oggi rappresentano un simbolo degli anni in cui ci lasciavamo alle spalle la distruzione della guerra. Se le suggestive immagini di Roma, della ginnastica nell’incredibile cornice delle Terme di Caracalla o di Abebe Bikila che, scalzo, taglia il traguardo della maratona sotto l’arco di Costantino, hanno segnato la memoria collettiva degli appassionati di sport di tutto il mondo, Cortina ‘56 sconta la minore attenzione che c’è per i Giochi invernali. Eppure, questa edizione non solo ha regalato alle Dolomiti impianti ancora esistenti e ben riconoscibili, ma sono state anche le prime Olimpiadi a essere trasmesse in tv a un pubblico multilingue, con strutture pensate per trasmettere le gare sul piccolo schermo. Quelle di Cortina furono anche le prime Olimpiadi invernali cui prese parte l’Unione sovietica, che per molti anni boicottò i Giochi salvo decidere di partecipare da Helsinki 1952 in poi: da quel momento non mancarono momenti in cui la Guerra fredda sembrò presentare il proprio conto anche nel palcoscenico sportivo. Se però d’estate abbiamo assistito a episodi come il “bagno di sangue di Melbourne”, come è nota la violenta partita di pallanuoto svoltasi tra Unione sovietica e Ungheria nel 1956, l’anno in cui i carri armati di Mosca entrarono a Budapest, o scontri sportivi dal risvolto politico particolarmente sentiti, per non parlare dei boicottaggi a vicenda tra Stati Uniti e Urss che ci sarebbero stati poi negli anni Ottanta a Mosca e Los Angeles, le Olimpiadi invernali furono toccate da questi dissidi politici molto più marginalmente, complici probabilmente la minore attenzione e il minor numero di Paesi coinvolti.
Scelte difficili
Ma, nonostante questo, non cessarono di essere uno specchio di una società globale che cambiava. Nel 1960, ad esempio, i Giochi invernali furono ospitati dalla quasi sconosciuta località californiana di Squaw Valley: alcune personalità legate al luogo videro le possibilità di realizzarvi un resort sciistico con impianti all’avanguardia e il CIO premiò la loro idea visionaria. Piano piano iniziarono a vedersi sia le opportunità di crescita per le località coinvolte, ma anche l’impatto che un simile evento poteva avere su località spesso piccole e non abituate a un flusso di persone sempre più ampio. La scelta, pian piano, ha iniziato a premiare più facilmente città più grandi rispetto a località di nicchia, hanno iniziato a comparire impianti provvisori che rimanevano operativi solo per il periodo dei Giochi. Se nel 1972 Sapporo ha saputo essere un esempio su cosa le Olimpiadi possono lasciare a un Paese, con la realizzazione di una nuova metro e nuove strutture che causarono un vero boom della città, pochi mesi dopo, a Monaco, nell’edizione estiva, i Giochi si macchiarono di uno degli episodi più gravi della loro storia con il drammatico agguato terrorista di Settembre Nero contro gli atleti israeliani.
Se Monaco segna un prima e un dopo, non è l’unico elemento a causare un momento di cauto scetticismo verso l’organizzazione dei Giochi che trova una spesso dimenticata apertura con le Olimpiadi invernali del 1976, originariamente assegnate a Denver, dove tuttavia non si svolsero. A decisione già presa, infatti, in un referendum popolare i cittadini del Colorado scelsero di dire no a quei Giochi, che quindi vennero in fretta e furia spostati nella già attrezzata Innsbruck, fresca dell’organizzazione dell’edizione 1964.
I timori per le troppe spese e l’impatto ambientale iniziarono quindi a diventare un problema politico che entrò nel dibattito pubblico di tutti i Paesi che hanno pensato almeno una volta a ospitare un’edizione dei Giochi. La clamorosa decisione di Denver trovò però presto una triste conferma: proprio nel 1976, l’edizione estiva di Montreal, sportivamente per sempre legata al 10 perfetto di Nadia Comaneci alle parallele asimmetriche, divenne purtroppo nota anche per l’incredibile debito contratto dalla città per organizzare un’Olimpiade che, a causa di un eccessivo ottimismo sulle spese, sugli introiti e sulle presenze finì per avere un costo immenso per la città. E che, suo malgrado, capitò subito prima del boicottaggio americano di Mosca ’80 e di quello sovietico di Los Angeles ’84.
Una diversa finestra sportiva
Però, quella di Denver fu una lezione presto recepita. Lo stesso Comitato olimpico americano volle nuovamente portare i Giochi negli Usa e, stavolta, prima di presentare la candidatura di Lake Placid per il 1980, decise di assicurarsi il pieno sostegno delle comunità locali e dei gruppi ambientalisti, fornendo loro tutte le rassicurazioni del caso. Così, i Giochi invernali riuscirono a trovare alcune risposte a questi problemi e a regalare al mondo, a Sarajevo 1984, una delle ultime immagini di una Iugoslavia pacifica prima del dramma delle guerre balcaniche.
Con l’aumento dei Paesi partecipanti, delle discipline e degli atleti, si decise di dare maggiore attenzione alle Olimpiadi invernali: così, dal 1994, non si svolgono più lo stesso anno delle Olimpiadi estive, ma due anni dopo, offrendo così una nuova finestra sportiva a tutti gli appassionati. Il resto è storia recente, ma molte questioni del passato non sono rimaste alle spalle, sono ancora presenti e al loro fianco se ne sono aggiunte di nuove: se il Covid ha costretto a posticipare di un anno le Olimpiadi estive di Tokyo 2020 e farle disputare senza pubblico, le gare si sono svolte a porte chiuse anche nel 2022 a Pechino, la prima città a ospitare sia un’edizione estiva che una invernale dei Giochi.
Primato tricolore
Milano-Cortina si appresta invece a diventare la prima edizione che porta il nome di due città, proprio in risposta ai timori relativi alle spese, all’impatto e al futuro di impianti non sempre facili da riutilizzare. Una scelta che va proprio nella direzione di coinvolgere un territorio più ampio, ammortizzando l’impatto e rendendo più diffusa la gestione futura delle nuove strutture, e che sarà una momento di transizione verso quella che è la tendenza futura, quando non saranno più una o due città a ospitare i Giochi invernali, ma un intero territorio. Nelle prossime edizioni toccherà infatti alle “Alpi Francesi” nel 2030 e allo Utah nel 2034, mentre circolano voci addirittura di candidature di interi Paesi, in uno sforzo diffuso e collettivo volto a rendere l’evento più sostenibile per le città e soprattutto per le località montane, spesso isolate e non abituate a flussi troppo ampi di presenze. Le Olimpiadi, come tutte le tradizioni ultracentenarie, sono uno specchio dei tempi e, nel momento in cui si discute degli impatti del turismo di massa, continuano a esserlo e a provare a dare le loro risposte.