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Naufragio in Libia, MSF a TPI: “Basta morti in mare, bisogna aprire vie legali d’accesso in Europa”

Il direttore dell'Advocacy di Medici Senza Frontiere commenta a TPI il naufragio in Libia di giovedì 25 luglio

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 26 Lug. 2019 alle 18:38 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:24
Immagine di copertina
Credits: ARIS MESSINIS / AFP

Giovedì 25 luglio più di cento migranti hanno perso la vita in un naufragio al largo di Al Khoms, una città a 120 chilometri a est di Tripoli, in Libia.

I sopravvissuti, per la maggior parte di origine sudanese e eritrea, hanno dichiarato allo staff dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) che i migranti erano circa 300 e stavano viaggiando su due imbarcazioni prima che queste si rovesciassero a causa di un guasto al motore.

È stato un peschereccio a largo del porto di Al Khoms ad accorgersi dell’incidente. Ha soccorso le persone che poteva, poi ha avvistato la Guardia Costiera libica, che ne ha tratte in salvo 137. Ma secondo l’Unhcr, la maggior parte di queste è stata riportata indietro, nel centro di detenzione di Tajoura, lo stesso che il 3 luglio scorso è stato bombardato dalle forze del generale Khalifa Haftar, causando almeno 53 morti e 130 feriti.

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Il team locale di Medici Senza Frontiere (Msf) che opera a Khoms, in Libia, ha soccorso 135 migranti sopravvissuti al naufragio. Alcuni di questi sono stati trasferiti in ospedale a causa della gravità delle loro condizioni. “I pazienti sono sotto shock e hanno sintomi da pre-annegamento, come ipossia e ipotermia”, ha dichiarato lo staff medico di Msf subito dopo il soccorso.

Per Marco Bertotto, capo dell’Advocacy di Msf Italia, il naufragio di ieri è l’ennesima dimostrazione del fatto che la presenza delle Ong umanitarie non è un pull factor per le partenze dei migranti dalla Libia, come sostiene chi condanna da sempre le operazioni di salvataggio in mare.

“Non esiste nessun effetto di attrazione provocato dall’assenza delle Ong, i dati dimostrano anzi il contrario: in questi mesi sono aumentate le partenza anche senza navi umanitarie”, dichiara Bertotto.

Circostanza determinata anche dall’aggravarsi del conflitto civile in Libia che va avanti dal 3 aprile scorso e dalle condizioni del mare più favorevoli durante l’estate.

Come riporta il ricercatore dell’Ispi Matteo Villa, tra il 1 maggio e il 7 giugno sono partite dalla Libia almeno 3.092 persone: 379 sono partite quando le Ong erano al largo delle coste libiche, 2.713 invece, hanno preso il largo nonostante non ci fosse nessun assetto europeo in mare a fare ricerca e soccorso.

Secondo Marco Bertotto, il naufragio di ieri dimostra che il vuoto generato dallo smantellamento del sistema di ricerca e soccorso in mare è pericoloso non solo per quanto riguarda i salvataggi, ma anche per l’assenza di testimoni.

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“Con la marina italiana che ha delegato i soccorsi alla guardia costiera libica, l’inefficacia dell’operazione Sofia e l’assenza di Frontex, non c’è presidio nel Mar Mediterraneo. Ieri sono stati i pescatori ad avvistare il naufragio, perché la guardia costiera non è attrezzata per pattugliare le coste. Gli uomini della guardia costiera evitano le tragedie dove possibile ma poi riportano le persone indietro, nei centri per migranti, in cui si muore sotto le bombe”, afferma Betotto.

“La situazione era drammatica sei mesi fa e lo è tutt’ora. Con un fattore di pericolo in più. Perché i centri di detenzione, dove le condizioni sono disumane di per sè, sono anche un bersaglio di guerra. Eppure la guardia costiera continua a riportarci dentro le persone che soccorre in mare. Non mettendole, di fatto, in salvo”.

Bertotto spiega che questo succede perché le autorità libiche portano i migranti nei centri di default. “C’è un sistema di detenzione arbitraria che fa si che la polizia faccia questo. Ma è un sistema che dev’essere superato, di cui bisogna esigere l’immediato smantellamento. Le persone che vivono nei centri non hanno modo di presentare un ricorso legale, ne sanno quando usciranno, sono detenuti in modo indefinito”.

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Per Bertotto, oltre al ripristino del sistema di soccorso in mare, occorre rafforzare le vie legali d’accesso all’Europa. Non solo per chi fugge da guerra e fa domanda d’asilo, ma per tutti quelli che hanno la necessità e il potenziale di costruirsi un futuro.

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“L’apertura di vie legali di accesso sarebbe la politica più sensata per risolvere alla radice una serie di problemi, dalle morti in mare al sistema di traffico illegale di esseri umani. Non bastano i corridoi umanitari, comunque importanti ed essenziali, ma servono canali di accesso anche per chi parte per problemi di lavoro. Viviamo in una situazione in cui tutti fanno richiesta di protezione internazionale, congestionando il sistema d’asilo”, spiega Bertotto.

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“Sono necessarie vie d’accesso al lavoro tramite visti di lavoro o di studio, oltre ai canali umanitari”, conclude Bertotto.

Domenica 20 luglio Medici Senza Frontiere ha annunciato il ritorno in mare con una nuova nave umanitaria, la Ocean Viking, dopo otto mesi di assenza dal Mediterraneo. L’imbarcazione batte bandiera norvegese e, gestita in collaborazione con l’Ong Sos Mediterraneé, raggiungerà le acque del Mediterraneo centrale entro la fine del mese.

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“Siamo ritornati in mare, ma in questo clima di crescente criminalizzazione di soccorsi alimentato dall’approvazione del decreto sicurezza bis e dagli ostacoli imposti alla guardia costiera italiana, lo scenario non è positivo. Tutti ci auguriamo che un episodio grave come il naufragio di ieri in Libia non si verifichi più, ma se chi è nella capacità di fare cose per evitarlo è ostacolato, è difficile immaginario uno scenario diverso. Quello che sta succedendo è uno schiaffo alla leadership degli Stati europei e alle Ong umanitarie che sarebbero perfettamente in grado di evitare altre stragi in mare, e di mettere in sicurezza le persone”.

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