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“Io, malata di Sla assistita per anni da Martina Ciontoli, vi racconto chi è davvero la ragazza che avete odiato”

Nel 2015 Stefania è una grafica di successo. Ha 56 anni, un compagno, due figli, un’esistenza piena. Martina ha 19 anni, i primi due esami superati per diventare infermiera, un fidanzato che sogna di indossare una divisa. Quell’anno, la vita di due donne ancora sconosciute l’una all’altra, viene sconvolta dalla tragedia dell’imprevedibilità: Stefania scopre di essere malata di Sla. Martina perde il suo fidanzato per un colpo di pistola sparato dal padre.

Martina è quella Martina Ciontoli che da anni tv, stampa e la ferocia dei social descrivono come fredda assassina, donna spietata, criminale, puttana. Oggi ha 25 anni ed è in carcere, a Rebibbia, condannata a 9 e 4 mesi per concorso in omicidio volontario.

Due esistenze lontane e diverse, quella di Martina e Stefania, destinate ad incrociarsi. E si incrociano senza che nessuno lo sappia, nel nido sicuro di una casa in cui Stefania vive attaccata ad un respiratore e in cui Martina, fresca di laurea, arriva tre anni e mezzo fa per accudirla.

Martina non l’ha mai raccontato. Non ha mai voluto vendere pezzi di sé ai media, non ha voluto impietosire, far sapere chi fosse davvero e cosa abbia fatto in questi anni bui di attesa logorante. Se la sono immaginata tutti beata a spassarsela con un nuovo fidanzato, hanno scritto che era incinta, che era in vacanza, che chiedeva voti più alti agli esami perché era quella della tragedia Vannini.

martina ciontoli

Oggi, chi è stata Martina in questi anni, lo raccontano Stefania, il suo compagno e sua sorella e caregiver Susanna. Ci sono anche Giorgia e Marta, le figlie di Stefania. “Martina non è la persona che viene descritta dalle tv. È arrivata qui mandata da una cooperativa tre anni fa. Aveva 22 anni, un anno in meno di mia figlia Marta”, mi dice Stefania comunicando tramite sua sorella Susanna.

“Uno dei problemi della mia malattia, la Sla, è comunicare quello di cui ho bisogno, io non posso più parlare da 5 anni”. Il suo compagno mi spiega che prima Stefania utilizzava un comunicatore computerizzato comandato dagli occhi, ma da un anno non riesce più a muovere bene i bulbi oculari. Ora comunica con una tabella, su cui ci sono le lettere dell’alfabeto.

“Quando Martina è arrivata abbiamo stabilito subito una forte sintonia, lei è stata in grado di leggere velocemente, di capirmi, è stato tutto molto intenso perché mi assisteva, curava, medicava almeno 15 giorni al mese”, aggiunge Stefania.

La chiacchierata è interrotta più volte dalla commozione di tutti, le voci sono spesso rotte da un pianto silenzioso. “Quando è arrivata qui non sapevamo chi fosse Martina. Poi, dopo un po’, la cooperativa ci ha informati. Ho informato Stefania, ma lei si è innamorata subito di Martina, non ci importava chi fosse”, mi racconta il compagno.

“Un giorno proprio Martina mi ha chiesto se sapessi di lei, della storia di Marco. Io le ho risposto di sì. Lei allora mi ha risposto: ‘E perché mi hai presa?’. ‘Perché sei brava’, le ho detto”.

Susanna legge le parole che Stefania vuole farmi arrivare: “Martina, col suo lavoro svolto con passione, mi ha aiutato in momenti difficili, soprattutto quelli del mio peggioramento. Lei ha organizzato la mia prima uscita per andare a vedere il mare, caricandomi su un’ambulanza. Mi ha fatto risentire dopo tanto tempo i sapori della cioccolata, della frutta, del gelato, della mozzarella… cose che un malato di Sla non può più sentire. Insieme guardavamo i film e ascoltavamo la musica e mi ha fatto ballare appesa al sollevatore!”.

Più tardi mi gireranno un video su Whatsapp: c’è Martina che fa dondolare Stefania sul sollevatore sulle note di “Su di noi” di Pupo. Balla, canta, Stefania accenna un sorriso, Martina le solleva amorevolmente il capo che si era inclinato su una spalla.

“Su di noi nemmeno una nuvola”, canta Pupo, nonostante di nuvole sulla testa di questa giovane ragazza che era in attesa di giudizio ce ne fossero già tante.

“Per me è come una figlia”. Chiedo se ci sia mai stato un momento di sconforto per Martina. Susanna, la sorella di Stefania, mi spiega : “Lei aveva dei momenti di assenza, ce ne accorgevamo. Spesso arrivava con gli occhi lucidi, si capiva che aveva pianto. Poi, dopo la sentenza dell’appello bis, quella che condannava a nove anni di carcere anche lei, il fratello e la madre, ci ha detto che non sarebbe più venuta, non voleva più alzarsi dal letto la mattina. Allora Stefania le ha detto: ‘Se non vieni più ad assistermi, mi lascio andare. Smetto di lottare’. E alla fine Martina ha continuato a venire. Avevano in programma di andare di nuovo al mare e invece…”.

Domando come sia stato possibile che nessuno l’abbia inseguita fin sotto casa loro e che tutto sia rimasto nascosto. Il compagno di Stefania mi spiega come funzionava: “Per venire qui Martina si travestiva. Noi stessi, se l’avessimo incontrata, non l’avremmo mai riconosciuta. Faceva tutto questo per discrezione e per la paura dei giornalisti. Voglio dire questo. Noi conosciamo bene la sofferenza e sappiamo che la perdita di un figlio, come accaduto con Marco, è qualcosa che va oltre. Martina però non meritava una pena simile, pensarla in cella ci sembra una cosa abnorme. Ricordo che in altre occasioni la Corte di Cassazione, penso al caso delle molte vittime bruciate vive alla stazione di Viareggio, è stata meno severa: il capo delle Ferrovie dello Stato, responsabile come Martina, è stato mandato a casa. Anche lì c’erano delle madri che piangevano, che avevano perso i figli… per Martina nessuna pietà però”.

Chiedo come stesse Martina nei giorni precedenti la sentenza definitiva. “Era un uccellino sparito. Diceva: ‘Ho paura, ho paura, ho paura’. Mi chiedeva: ‘Cosa mi faranno?’. Noi la consolavamo: ‘Sei giovane’, le dicevamo… ma sapevamo già come sarebbe finita. C’era troppa sete di vendetta. Antonio e sua moglie erano due adulti, Martina e suo fratello erano due due ragazzi, hanno obbedito al padre, un omicidio colposo è diventato omicidio volontario. Tutto assurdo”.

Susanna aggiunge: “Questi sei anni la sua vita è stata una galera, aveva il terrore anche di andare in vacanza, si sentiva braccata. Le hanno dato una pena che è la metà della vita che aveva vissuto quando è accaduto il fatto tragico. Io posso dire che, se all’epoca avesse avuto la preparazione infermieristica che ha oggi, la storia di quella notte sarebbe stata riscritta. Si dedicava a questa professione in modo incredibile. È bravissima, qui era la più veloce a capire dalla tabella cosa volesse Stefania. Faceva operazioni complesse, assistere un malato di Sla è molto impegnativo. So che in carcere le concederanno di proseguire un corso di specializzazione, sono contenta”.

Chiedo se i commenti su Martina li ferissero. “Un giorno ero a pranzo e sento un tizio dietro di me che dice: ‘Quella grandissima mignotta ora si è fidanzata di nuovo’. Stava parlando di Martina. Ho contato fino a cento”, racconta il compagno di Stefania, spesso commosso. E mi dice che ha un sogno: “Noi non siamo giuristi, ma esiste l’affidamento sociale. Martina è stata condannata per non aver soccorso il fidanzato. Qui lavorava ‘soccorrendo’ Stefania con dedizione e amore. Vorrei che la affidassero a noi, che scontasse la sua pena facendo questo, credo sia molto più rieducativo di un carcere. Noi siamo pronti ad accoglierla, a fare la nostra parte, anche con i carabinieri a cavallo sulla porta di casa, non importa”.

Replico che per ora non è possibile, la legge non prevede questa possibilità, deve passare un po’ di tempo. “Allora quando si potrà. Grazie a Martina, Stefania ha messo di nuovo i piedi nell’acqua, al mare. E Stefania amava così tanto il mare..”. E Stefania aggiunge: “L’ultima volta che l’ho vista le ho promesso che sarò forte e lei l’ha promesso a me. Ma ho paura di non rivederla più”.

“Perché non avete mai raccontato tutto questo?”, chiedo alla fine di questo racconto bello e straziante. “Perché Martina non ce l’ha mai chiesto”.

Leggi anche: Antonio Ciontoli a TPI: “Sentenza ingiusta, non volevo che Marco morisse. La mia famiglia è innocente”

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