L’Italia non è un Paese per giovani
Lavori instabili, difficoltà abitative e insicurezza a tutti i livelli. Un’intera generazione annaspa e si sente privata del futuro. Condannata a un’interminabile precarietà esistenziale e a un infinito presente
Esiste una forma di precarietà che non compare nelle statistiche sul Pil, non si misura con il tasso di occupazione e non si esaurisce nella durata di un contratto di lavoro. È una precarietà che si insinua nell’identità di molti di noi, modifica il modo in cui una persona immagina il proprio domani e finisce per ridefinire il rapporto con sé stessa. Oggi, per milioni di giovani italiani, l’instabilità non rappresenta più una fase di passaggio verso l’età adulta: è diventata la condizione permanente dentro cui costruire, o almeno provarci, la propria esistenza.
La difficoltà non riguarda soltanto il reddito. Riguarda il significato stesso del progettare. Come si può pensare a una famiglia quando il contratto scade ogni pochi mesi? Come si può chiedere un mutuo se il lavoro cambia continuamente? Come si può lasciare la casa dei genitori quando gli affitti divorano la quasi totalità dello stipendio? La precarietà economica diventa così precarietà relazionale, abitativa, affettiva.
Non sorprende allora che il 74 per cento dei disturbi di salute mentale nel nostro Paese insorga entro i 24 anni. È proprio nell’età in cui dovrebbe consolidarsi l’identità adulta che molti ragazzi e ragazze sperimentano invece l’impossibilità di costruirla. Un giovane tra i 18 e i 29 anni su tre dichiara di sentirsi “senza scopo”. Una percezione che trova terreno fertile in un contesto dove anche gli strumenti tradizionalmente deputati a costruire il futuro sembrano perdere efficacia.
Ogni anno oltre 216 mila giovani tra i 18 e i 24 anni abbandonano precocemente gli studi. A questo allarmante dato si aggiunge il fenomeno della dispersione implicita: ragazzi che conseguono formalmente un titolo ma senza acquisire competenze sufficienti per affrontare il mercato del lavoro. È un capitale umano che si disperde prima ancora di entrare pienamente nella vita adulta, alimentando un circolo vizioso in cui la fragilità economica si intreccia con quella emotiva.
Inattivi, sfiduciati e delusi
Esiste poi un’altra Italia che resta quasi invisibile. Non è quella dei disoccupati, bensì quella degli inattivi. Persone che non cercano lavoro e che, proprio per questo, scompaiono spesso dal dibattito pubblico. Sono oltre 4,5 milioni gli uomini inattivi tra i 15 e i 64 anni; limitando l’osservazione agli adulti tra i 25 e i 64 anni, si tratta di oltre 2,4 milioni di persone. Numeri che fanno dell’Italia il Paese con il più alto tasso di inattività maschile in Europa, un primato che stride con il contemporaneo calo della disoccupazione e con le difficoltà dichiarate dalle imprese nel reperire personale.
Dietro quei numeri, tuttavia, non si nasconde un’unica storia. La ricerca “(Im)perfetti sconosciuti”, coordinata da Laura Zanfrini, ordinaria di Sociologia economica dell’Università Cattolica di Milano e direttrice del Centro di ricerca Wwell – Work, Welfare, Enterprise, Lifelong Learning, ha mostrato come l’inattività sia un fenomeno molto più articolato di quanto suggeriscano le semplificazioni. Ci sono uomini che si occupano a tempo pieno di familiari non autosufficienti, altri segnati da lavori usuranti che hanno compromesso salute e capacità lavorativa, persone che vivono di rendita, lavoratori sommersi e, soprattutto, una vasta area di uomini profondamente scoraggiati.
È proprio quest’ultima categoria, gli “sfiduciati”, a raccontare qualcosa di essenziale sulla precarietà contemporanea. Rappresentano il 33,9 per cento del campione analizzato e vengono definiti dalla stessa Zanfrini «vittime della trappola della precarietà». Non sono persone che hanno rifiutato il lavoro. Al contrario, hanno accettato troppo: contratti temporanei, salari insufficienti, occupazioni discontinue, condizioni spesso al limite della dignità. Dopo anni di instabilità, molti hanno semplicemente smesso di credere che esista un’alternativa.
La loro rinuncia non nasce dall’ozio, ma dalla delusione. Il 39,3 per cento non cerca più un impiego perché scoraggiato; oltre un terzo accetterebbe qualsiasi retribuzione pur di ottenere un lavoro stabile. Quasi tutti vivono una condizione economica inadeguata e più del 60 per cento si dichiara insoddisfatto della propria vita. Eppure, nelle interviste raccolte dai ricercatori, continua ad affiorare un desiderio semplice quanto potente: avere finalmente “un lavoro vero”.
La casa che non arriva mai
Alla precarietà del lavoro si somma quella dell’abitare. La casa, tradizionalmente simbolo di autonomia e stabilità, è diventata uno degli ostacoli principali all’ingresso nella vita adulta. Oltre il 15 per cento delle famiglie italiane vive una condizione di difficoltà abitativa, stretta tra affitti sempre più elevati, mutui resi proibitivi dall’aumento dei tassi di interesse e una cronica carenza di alloggi accessibili. I giovani sono i più colpiti: lasciano sempre più tardi la famiglia d’origine, rinviano la convivenza, la genitorialità, perfino l’idea di mettere radici.
Anche in questo caso il problema non è soltanto economico. La casa rappresenta uno spazio simbolico: è il luogo in cui si costruisce un’identità adulta, si sperimenta l’autonomia, si sviluppano relazioni stabili. Quando questo passaggio si blocca, è l’intero percorso biografico a entrare in una sorta di sospensione. Si resta figli più a lungo non per scelta, ma perché il mercato immobiliare rende proibitivo diventare adulti.
La precarietà abitativa alimenta così un senso di provvisorietà permanente. Ogni decisione viene rimandata perché manca una base sufficientemente solida su cui costruirla. L’orizzonte temporale si restringe: invece di progettare i prossimi dieci anni, si cerca semplicemente di arrivare al mese successivo.
Gli psicologi parlano di “presente continuo”: quando il futuro appare troppo incerto, la mente rinuncia a immaginarlo. Si vive nell’emergenza, si prendono decisioni di breve periodo, si abbassa progressivamente il livello delle aspettative.
Il costo dell’incertezza
La precarietà produce un effetto meno evidente ma forse ancora più profondo: erode il senso di efficacia personale. Se ogni sforzo sembra insufficiente, se studio, sacrifici e competenze non garantiscono una vita dignitosa, il rischio è interiorizzare il fallimento come responsabilità individuale. A un’intera generazione è stato insegnato che bastava impegnarsi, formarsi, essere flessibili. Molti hanno studiato più dei loro genitori, imparato le lingue, accettato stage, tirocini, contratti a termine, trasferimenti continui. Eppure il traguardo continua ad allontanarsi.
Gli uomini definiti “sfiduciati”, secondo la ricerca dell’Università Cattolica, non rappresentano persone che hanno rinunciato al lavoro per disinteresse. Al contrario, sono individui che hanno accettato ogni forma di adattamento possibile: lavori sottopagati, precarietà cronica, occupazioni irregolari. Si sono adattati, come osserva Laura Zanfrini, «troppo». È proprio questo eccesso di adattamento ad aver prodotto la rinuncia. Il dato più significativo è forse quello psicologico. Molti non cercano più un impiego non perché abbiano smesso di desiderarlo, ma perché hanno perso la convinzione che cercarlo serva ancora. La sfiducia diventa allora una forma di protezione: se non mi espongo più alla possibilità del rifiuto, posso almeno evitare un’altra delusione. È una dinamica che riguarda ben oltre il mondo del lavoro. Quando l’incertezza diventa cronica, anche le relazioni affettive si fanno più fragili, il senso di appartenenza si indebolisce, cresce la percezione di essere soli nell’affrontare problemi che, invece, sono profondamente collettivi.
Senza coordinate
Per questo ridurre la precarietà a una questione salariale rischia di essere un errore di prospettiva. Il lavoro non è soltanto uno strumento per produrre reddito. È anche riconoscimento sociale, occasione di partecipazione, costruzione dell’identità. Allo stesso modo, una casa non è soltanto un tetto: rappresenta la possibilità di immaginare un progetto di vita.
Quando entrambe queste dimensioni diventano instabili, anche il senso del futuro si incrina. E se il futuro perde consistenza, vacilla inevitabilmente anche l’identità. Non è un caso che una quota crescente di giovani dichiari di sentirsi priva di uno scopo. Non significa che manchino ambizioni o capacità. Significa, piuttosto, che viene meno la fiducia nell’esistenza di un percorso realistico attraverso cui trasformare quelle aspirazioni in realtà.
La precarietà, allora, non è semplicemente un problema economico. È una condizione esistenziale che modifica il rapporto con il tempo, con il lavoro, con gli altri e con sé stessi. Trasforma la speranza in cautela, il desiderio in calcolo, il progetto in attesa. La sfida che il Paese si trova davanti non consiste soltanto nel creare più occupazione. Come ricorda la ricerca della Cattolica, il punto è creare lavoro dignitoso, stabile, capace di offrire riconoscimento e prospettive. Perché non basta occupare le persone: occorre permettere loro di costruire una biografia.