Altro che xenofobi e razzisti, i paesi del gruppo Visegrad accolgono più migranti di tutti: i dati

In Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca più del 60 per cento degli immigrati economici europei. E l'Italia non impara la lezione

Di Giulia Riva
Pubblicato il 3 Set. 2019 alle 20:20 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:20
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Immagine di copertina
Il premier ungherese Viktor Orban. Credit: ATTILA KISBENEDEK / AFP

Seicentottantatremila permessi di soggiorno rilasciati in un anno, di cui il 90 per cento per motivi di lavoro. Non si tratta dell’Italia, dove ormai ogni giorno si grida all’emergenza sbarchi, ma della Polonia sovranista di Andrej Duda. Ebbene sì. Quella che fa parte da sempre del cosiddetto “gruppo di Visegrád”, lo zoccolo duro europeo in materia di immigrazione, e che nel 2015 si è opposta al piano di ricollocamento europeo dei rifugiati. Lì quasi 16 persone ogni mille sono cittadini stranieri accolti nei confini nazionali per lavorare e dare slancio all’economia.

Anche l’Ungheria di Viktor Orbán, quando in ballo ci sono migranti economici, non si tira indietro: più di 3 persone su mille, a Budapest e dintorni, hanno in tasca un permesso di soggiorno per guadagnarsi da vivere.

Secondo uno studio della Fondazione Leone Moressa, proprio i Paesi di Visegrád – Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca – che in termini di popolazione incidono per il 13 per cento sul totale Ue, nel 2018 hanno concesso il 60 per cento di tutti i permessi di soggiorno europei legati a ragioni lavorative, spalancando di buon grado le proprie frontiere a quasi 700mila extracomunitari da inserire nel mercato del lavoro.

Tra i paladini dei muri anti-migranti e della propaganda xenofoba lo straniero, ufficialmente, fa paura. La barriera di filo spinato costruita tra Ungheria e Serbia per bloccare la rotta balcanica è alta 4 metri e si estende per 175 chilometri. Ma quando può rendersi utile e generare profitti economici per il Paese, anche chi arriva da oltre confine è il benvenuto.

E in Italia? Secondo i dati Eurostat è la maglia nera, con meno di 14mila permessi per lavoro accordati nel 2018. In rapporto alla popolazione residente, il numero di ingressi tra chi è in cerca di stipendio supera di poco lo zero: 0,23 per cento, per essere precisi. In questo frangente eguagliamo la Bulgaria e facciamo peggio di Grecia e Romania (che registrano, rispettivamente, uno 0,27 e uno 0,32 per cento di persone con permesso di soggiorno lavorativo ogni mille). In Italia, peraltro, quattro permessi per lavoro su 10 sono stagionali, mentre solo uno su 10 risulta altamente qualificato.

Le navi delle Ong che attraccano sulle coste italiane attirano l’attenzione, ma il numero di nuovi permessi di soggiorno (lavorativi e non) siglati dalle Questure è diminuito drasticamente: dieci anni fa era mezzo milione, oggi – stando agli ultimi dati Istat – non raggiunge quota 270mila.

In un periodo in cui Confagricoltura Veneto denuncia la carenza di lavoratori stagionali e molte colture marciscono al suolo perché non ci sono abbastanza mani pronte a raccoglierle quando serve, l’Italia continua a non mostrarsi lungimirante nel regolamentare l’afflusso di migranti economici.

Non basta: se il Viminale prevedesse più permessi di soggiorno per lavoro, tanti tra quelli che vengono etichettati come falsi profughi – perché non hanno diritto ad asilo politico ma fuggono dalla terra dove sono nati in cerca di un futuro più prospero – avrebbero a disposizione canali legali (e monitorati) per raggiungere l’Europa, senza affollare barconi e affrontare traversate disperate. Eppure l’ultimo decreto flussi di ampio respiro in tal senso, rivolto a un centinaio di migliaia di lavoratori non stagionali, risale al 2011.

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