Educare i propri figli alla città o alla natura? Due modelli a confronto
Elena e Davide, project manager e analista informatico, abitano a Bologna. Katia e il marito in un ecovillaggio nel piacentino. Entrambe le famiglie hanno due figli. Ma il modo in cui li stanno crescendo è molto diverso. È il contesto a fare la differenza
Quando, nei mesi scorsi, si è parlato della vicenda della cosiddetta «famiglia nel bosco», il dibattito pubblico si è rapidamente polarizzato. Da un lato la fascinazione per un ritorno alla natura e a una vita essenziale. Dall’altro l’allarme per un modello percepito come estremo o pericoloso. Eppure, al di là del caso specifico, quella storia ha riportato al centro una questione più ampia e meno spettacolare: esistono famiglie che da anni vivono secondo modelli alternativi, basati su tempi rallentati, sostenibilità e presenza quotidiana; ed esistono altre famiglie che preferiscono restare dentro i canoni della modernità, dove il lavoro occupa uno spazio centrale e il tempo con i figli è necessariamente ridotto e organizzato.
Proviamo allora a mettere a confronto queste due traiettorie opposte, e questi due modi così agli antipodi di crescere dei bambini. Da una parte abbiamo Elena, project manager, e Davide, analista informatico: abitano a Bologna con i loro due figli, Sara di 11 anni e Luca di 6. Dall’altra c’è Katia, che vive con il marito e i loro due figli di 13 e 18 anni nell’ecovillaggio “Il Tempo di Vivere”, in Val Perino, nel piacentino: una comunità fondata nel 2014 dopo un percorso iniziato l’anno precedente in altre realtà analoghe.
Il fattore lavoro
«Spesso il lavoro non finisce quando chiudi il computer», racconta Elena. Non potendo contare sui nonni né su una rete familiare vicina, lei e il marito organizzano la settimana dei figli facendo ricorso alla delega: «Dal lunedì al venerdì – spiega – i bambini stanno quasi sempre con la babysitter, che li prende a scuola, li porta alle attività e resta con loro fino a sera».
Elena chiarisce che «non è una scelta ideologica, ma una necessità». Con il tempo, però, questa organizzazione ha fatto emergere una contraddizione profonda: «È un cane che si morde la coda. Lavori tanto per garantire ai tuoi figli un certo stile di vita e delle opportunità, ma proprio perché lavori tanto li vedi meno».
Il lavoro resta comunque un valore: «Per noi – osserva la donna – è importante anche affermarci, far vedere ai nostri figli che impegnarsi conta». Ma la consapevolezza è lucida: «Il rischio è che questo messaggio passi a scapito della presenza quotidiana».
Per Katia e la sua famiglia è l’opposto: il tempo è il punto di partenza. «Noi abbiamo scelto di organizzare la vita a partire dal tempo, non dal lavoro», mette subito in chiaro. La loro esperienza comunitaria inizia nel 2013 e si consolida nel 2014 con la fondazione dell’ecovillaggio. «All’inizio – ricorda – c’eravamo solo noi come famiglia, poi la comunità si è costruita piano piano».
In questo contesto, lavoro e vita non sono separati: «Qui il lavoro è intrecciato alla quotidianità, alla cura degli spazi, alle relazioni». La presenza adulta è costante e condivisa con altri adulti di riferimento. «Non vuol dire non fare fatica», precisa Katia, «ma fare una fatica diversa, che non ti toglie dal tempo con i tuoi figli».
La tecnologia
Anche il rapporto con la tecnologia evidenzia bene la distanza tra i due mondi. Elena racconta che inizialmente lei e suo marito avevano cercato di limitarne l’uso ai figli: «Avevamo provato a non dare tablet e telefoni, soprattutto durante la settimana». Con il tempo, tuttavia, «senza nonni e lavorando fino a tardi, è diventata la soluzione più facile». Tablet e schermi diventano così uno strumento pratico di gestione del tempo. «Non vogliamo demonizzare la tecnologia. I nostri figli vivono in questo mondo, è giusto che imparino a starci», riflette la madre. Il problema, per lei, è un altro: «Quando la tecnologia finisce per sostituire il tempo che non riesci a dare».
Nel racconto di Katia, la tecnologia ha una funzione diversa. «La usano anche i nostri figli», dice, «per studiare, per la musica, per guardare contenuti che gli interessano». Ma aggiunge subito: «Non è un rapporto compensatorio, non serve a riempire un vuoto di presenza». La differenza, per lei, sta nella quotidianità: «I ragazzi hanno imparato a usare le mani, a stare con gli animali, a fare lavori concreti». Accanto agli schermi ci sono orti, animali, attività manuali. «Questo succede perché c’è tempo», sottolinea, «tempo non riempito, spazio per esplorare».
Lo studio
Sul tema della scuola, Elena e Davide sono molto chiari. «L’homeschooling non l’abbiamo mai preso in considerazione», dice la madre: «Sia perché lavoriamo entrambi molto, sia perché crediamo nel ruolo della scuola». Pur riconoscendone i limiti, secondo Elena «la scuola resta uno spazio fondamentale di socializzazione e confronto». «Il nodo – puntualizza – semmai è il contesto in cui i bambini crescono: ritmi frenetici, aspettative alte, poco tempo insieme».
Per Katia, invece, l’educazione non coincide solo con l’istituzione scolastica: per i suoi figli, la donna ha fatto una scelta diversa: entrambi studiano a casa. «La scuola è uno dei luoghi dell’apprendimento, non l’unico», afferma. L’educazione parentale e forme di homeschooling vengono vissute come possibilità concrete, rese praticabili da un’organizzazione diversa del tempo.
Questo approccio emerge con forza anche quando si parla di adolescenza e rischio. «Non è che i nostri figli non incontrino certe situazioni», racconta Katia riferendosi ad alcol o comportamenti trasgressivi. Ma sono ragazzi solidi, che sanno come affrontare determinate situazioni». Questo, assicura, vale anche per altri adolescenti che frequentano l’ecovillaggio: «Molti arrivano senza aver mai avuto lo spazio per esplorare davvero se stessi».
La socialità
Anche le interazioni sociali dei figli riflettono i due modelli di vita. Nel caso di Elena e Davide, la socialità passa soprattutto da contesti strutturati: scuola, sport, attività organizzate. «Gli amici si vedono a calendario», racconta la madre: «Non è facile lasciare spazio alla spontaneità». I ritmi lavorativi degli adulti incidono anche su questo: «A volte è complicato accompagnare, ospitare, creare occasioni fuori dagli orari stabiliti».
Per i figli di Katia, la socialità è invece una dimensione quotidiana. «Qui – spiega lei – passa una quantità enorme di persone: famiglie, volontari, adolescenti». Le relazioni non sono limitate ai coetanei: «Ci sono legami intergenerazionali, confronti continui». Questo non significa assenza di difficoltà: «I conflitti ci sono», dice Katia, «ma fanno parte dell’apprendimento». I figli frequentano amici che vivono in città e fanno esperienze fuori dalla comunità, ma «la socialità non è qualcosa da programmare, è parte della vita».
La sostenibilità
Il rapporto con la natura rappresenta il punto di maggiore distanza simbolica e materiale tra le due famiglie, ed è anche il tema che più facilmente rischia di essere semplificato o idealizzato.
Elena racconta che vivere in città, a Bologna, e lavorare entrambi a tempo pieno rende molto difficile un contatto quotidiano con l’ambiente naturale. «Il verde non fa parte della nostra routine, diventa qualcosa da programmare», ammette. Le uscite nella natura sono legate al fine settimana, a spostamenti organizzati, spesso subordinati alla stanchezza accumulata durante la settimana. «Non è che non ci pensiamo», aggiunge, «ma richiede tempo, energia, organizzazione».
Questo porta Elena a interrogarsi sul tipo di infanzia che sta costruendo per i suoi bambini: «A volte mi chiedo se non stiamo offrendo ai nostri figli un rapporto con la natura troppo mediato, troppo episodico». La natura, in questo modello, diventa un valore riconosciuto, ma difficile da praticare: un obiettivo educativo che entra in conflitto con i ritmi della vita urbana e lavorativa.
Nel caso di Katia, la relazione con l’ambiente non è un tema da affrontare a livello teorico, ma una condizione strutturale della vita quotidiana. L’ecovillaggio “Il Tempo di Vivere” si trova in un contesto rurale che richiede un rapporto costante con il territorio. «La natura non è qualcosa che dobbiamo andare a cercare», spiega Katia, «è lo spazio in cui viviamo». Gli orti coltivati da anni, la gestione degli animali, il compost, la divisione dell’umido, la riduzione degli sprechi e gli scambi locali non vengono presentati come pratiche ideali o perfette, ma come scelte quotidiane, spesso faticose. «Non siamo autosufficienti», chiarisce, «non produciamo tutto quello che consumiamo e non siamo ancora autonomi dal punto di vista energetico». La sostenibilità, nel suo racconto, non è una bandiera, ma un processo incompleto e in continua negoziazione con i limiti materiali. «Facciamo quello che possiamo, nei limiti delle possibilità reali», dice, sottolineando come anche questo modello implichi compromessi, dipendenza da servizi esterni e acquisti nel circuito tradizionale.
La differenza sostanziale, però, sta nel fatto che per i figli di Katia il rapporto con l’ambiente non è un’esperienza straordinaria o separata dalla vita quotidiana. «Non è che insegniamo la sostenibilità», afferma, «la vivono». I ragazzi crescono osservando il ciclo delle stagioni, partecipando alla cura degli spazi, sperimentando direttamente il legame tra consumo, lavoro e risorse. Questo non li rende automaticamente “più consapevoli” in senso astratto, ma li mette quotidianamente in relazione con i limiti, la fatica e le conseguenze delle scelte. Anche qui Katia evita ogni idealizzazione: «Non è una vita idilliaca», dice: «Tutto ciò richiede presenza, responsabilità e anche molta pazienza».
Nel confronto tra questi due modelli, il tema della natura mostra così una frattura profonda, ma non moralistica. Da un lato una famiglia che riconosce il valore dell’ambiente ma fatica a integrarlo nella quotidianità; dall’altro un’altra famiglia per cui il contesto naturale è parte integrante della vita, ma che deve continuamente confrontarsi con i limiti concreti di una scelta alternativa. In entrambi i casi, il rapporto con la natura non è neutro: è il risultato diretto di un’organizzazione del tempo, del lavoro e delle priorità.
Il confronto a distanza non restituisce una risposta definitiva su quale modello sia “migliore”. Piuttosto, rende evidente che ogni scelta educativa è profondamente intrecciata alle condizioni materiali in cui essa avviene: il lavoro, il luogo in cui si vive, le reti di supporto disponibili, il tempo reale a disposizione.