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L’assurda storia del disabile molestato dai vigili urbani: quando i bulli sono adulti

Di Iacopo Melio
Pubblicato il 1 Giu. 2019 alle 18:19
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Immagine di copertina

Disabile molestato Vigili Urbani Lecce – Lasciate la bici nel cortile di un palazzo. Un cortile usato spesso come parcheggio dei mezzi della polizia locale. Dopo poche ore ritrovate la bici senza una ruota, che era stata nascosta da due vigili nella loro auto per farvi uno scherzo.

Fermi, fermi: adesso immaginatevi questo, sentite! Non appena la ruota vi viene restituita vi chinate a risistemare il tutto, ma uno di quei vigili vi palpeggia tra le gambe e lancia un fischio. Sì, esatto, proprio lì, e fischia. Come ai cani, con rispetto parlando per i cani.

Ma voi non siete un cane e lui vi tocca, vi fischia e vi deride. Anzi, si mette a ridere proprio: una palpata al culo, una al pacco, e poi risate, grasse risate, mentre l’altro vigile che è molto vigile immortala la scena con il suo cellulare.

Disabile molestato Vigili Urbani Lecce – Siamo a Lecce. Due poliziotti municipali di 52 e 53 anni in servizio a Maglie, Comune del basso Salento, hanno molestato e picchiato un cinquantenne disabile, con difficoltà cognitive evidenti. Le immagini del loro video, pubblicate su Whatsapp, hanno fatto un giro lunghissimo per poi finire su tutti i social, alimentando un passaparola per mesi interi fino ad approdare al telegiornale [qui la notizia].

Gli uomini in divisa sono oggi accusati di violenza privata, interruzione di servizio pubblico e istigazione al suicidio. Perché proprio al suicidio, infatti, ha pensato la vittima di questo atto di bullismo una volta saputo dello scherno subìto: “Adesso la faccio finita”, ha quasi minacciato.

Come se quell’ultimo gesto di gogna mediatica sia stato un tassello del domino troppo grande e troppo pesante da sopportare. Un tassello che non l’ha spinto avanti, bensì schiacciato, compresso verso il basso dai prepotenti.

Manca l’aria e manca la dignità di due persone che hanno abusato della propria posizione lavorativa per avere la meglio sul più debole. Manca la misura che sempre più stiamo perdendo, confondendo il reale per il virtuale e viceversa. E così si manifesta la mancanza totale di previsione, ma soprattutto di calcolo: quale danno può fare un’azione online? Quale peso hanno un commento o una condivisione su Facebook, nella realtà vera? E un “inoltra” su Whatsapp?

Le risposte a tutte queste domande trovano bene o male un filo comune nella “minimizzazione”: si finisce sempre più per sminuire il danno che certi atteggiamenti lasciano. Il bullismo, oggi più che mai, è un problema concreto grazie anche a queste percezioni distorte, irreali.

Me lo racconta Barbara chiaro e tondo: “Mia figlia a scuola è vittima di un bullo. Lei non ha alcuna disabilità, ma sta male fisicamente per le continue aggressioni. Ho fatto di tutto: ho scritto, ho parlato con il personale scolastico e persino con i Carabinieri (la famiglia del ragazzino è completamente sfuggente e non vuole proprio saperne), ma né le insegnanti né la dirigente hanno affrontato concretamente il problema”.

E intanto sua figlia sta male da tre anni. Questo perché diventerà sempre impossibile formare i nostri ragazzi al rispetto se poi noi adulti, soprattutto chi dovrebbe garantire ordine e giustizia all’interno della società, non siamo capaci di insegnarlo e dimostrarlo con i fatti e con le azioni quel rispetto e quella civiltà che mancano.

“Quei due vigili avranno insegnato questo ai loro figli?”, continua Barbara. “Da madre, me ne preoccupo. Perché i deboli, per qualsiasi motivo, devono essere protetti e aiutati”.

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