Fase 2, fondazione Gimbe: “Il nuovo decreto ha delle incongruenze costituzionali e non c’è una strategia sanitaria nazionale”

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 19 Mag. 2020 alle 11:07 Aggiornato il 19 Mag. 2020 alle 11:13
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Immagine di copertina
La conferenza delle Regioni (in video) Credits: ANSA

Decreto fase 2, fondazione Gimbe: “Incongruenze costituzionali”

Dal 18 maggio è ufficialmente partita la Fase 2 e nel nuovo decreto il monitoraggio epidemiologico per controllare che il contagio non superi nuovamente livelli pericolosi è affidato alle Regioni. Secondo le analisi condotte dalla fondazione GIMBE, “questo è accaduto con una giravolta normativa senza precedenti nella storia della Repubblica: il DL 16 maggio 2020 n. 33 (art. 1, comma 16) demanda interamente alle Regioni la responsabilità del monitoraggio e delle conseguenti azioni, con il Ministero della Salute che rimane spettatore passivo da informare sui dati e sulle eventuali azioni intraprese dai governatori. Secondo il nuovo decreto spetta infatti a ciascuna Regione in totale autonomia monitorare la situazione epidemiologica nel proprio territorio, valutare le condizioni di adeguatezza del proprio sistema sanitario e introdurre misure in deroga, ampliative o restrittive, rispetto a quelle nazionali”. Le analisi indipendenti della Fondazione rivelano diverse incongruenze costituzionali:

Le falle del decreto

1. Princìpi costituzionali. La Costituzione affida allo Stato da un lato la legislazione esclusiva in materia di profilassi internazionale (art. 117 lett. q) – come nel caso di una pandemia – dall’altro l’esercizio del potere sostitutivo a garanzia dell’interesse nazionale nel caso di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica (art. 120). Tuttavia, a fronte della più grave emergenza sanitaria della storia repubblicana, il Governo sin dall’inizio ha inspiegabilmente scelto di non esercitare i poteri conferiti dalla carta costituzionale.

2. Monitoraggio dell’epidemia. La decisione di affidare alle Regioni una totale autonomia sul monitoraggio dell’epidemia e sulle conseguenti azioni da intraprendere avviene in un contesto molto incerto e poco rassicurante.Secondo la Fondazione GIMBE, “le Regioni non hanno fornito a livello centrale tutti i 21 indicatori previsti dal decreto del Ministero della Salute del 30 aprile scorso. In particolare, non riporta nessuno dei 12 indicatori di processo e nel “Quadro sintetico complessivo” dettaglia solo 5 dei 9 indicatori di risultato”.  Per quanto riguarda l’impatto sulla curva dei contagi di qualsiasi intervento di allentamento del lockdown “può essere misurato solo 14 giorni dopo il suo avvio: in altri termini, le conseguenze delle riaperture del 4 maggio possono essere valutate solo a partire dal 18 maggio e quelle del 18 maggio lo saranno non prima del 1° giugno”. Inoltre, “dal 3 giugno, data in cui inizieremo a intravedere le conseguenze sulla curva epidemica delle riaperture del 18 maggio, il via libera alla mobilità interregionale e alla riapertura delle frontiere sancirà la libera circolazione su tutto il territorio nazionale anche dei soggetti contagiati”.

3. Strategia per la gestione sanitaria della fase 2. A fronte di linee guida elaborate da Governo e Regioni per la riapertura delle attività produttive e sociali, non esiste una strategia sanitaria nazionale ma solo variabili orientamenti regionali variabili per bilanciare tutela della salute e rilancio dell’economia. Soprattutto per tre motivi:

  • Le Regioni hanno una propensione molto diversificata ad effettuare tamponi diagnostici: a fronte di una media nazionale di 61 per 100.000 abitanti al giorno, si va dai 17 della Puglia ai 166 della Valle D’Aosta. In assenza di uno standard nazionale, tali differenze condizionano l’implementazione della strategia delle 3T (testare, tracciare, trattare), permettono un utilizzo “opportunistico” dei tamponi e sanciscono ancora prima della sua introduzione il fallimento dell’app Immuni, che per definizione è uno strumento “tampone-dipendente”.
  • L’indagine siero-epidemiologica nazionale è partita in grande ritardo e non sappiamo quando saranno disponibili i risultati; le Regioni peraltro hanno adottato protocolli propri utilizzando test differenti.
  • Le modalità organizzative per la gestione territoriale dei casi positivi – Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA),  isolamento domiciliare in strutture dedicate, prescrivibilità dei tamponi da parte dei medici di famiglia, etc.), sono caratterizzate da immancabili diseguaglianze regionali.

Decreto fase 2: il cortocircuito

“L’emergenza Coronavirus – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – e soprattutto la gestione della fase 2 hanno accentuato il cortocircuito di competenze tra Governo e Regioni in tema di tutela della salute, oltre che la “competizione” tra Regioni su tempi e regole per la riapertura. Questo decentramento decisionale dimostra che, sulla tutela della salute, dalla leale collaborazione Stato-Regioni siamo passati ad una “ritirata” del Governo al fine di prevenire conflitti con le Regioni”.

Le analisi della Fondazione scientifica senza scopo di lucro dimostrano quindi che in assenza di una strategia sanitaria nazionale per gestire la fase 2, con un sistema di monitoraggio incompleto e la totale autonomia delle regioni nel monitorare l’epidemia e introdurre misure in deroga, il rischio non solo non è calcolato, ma non è affatto calcolabile. Di fatto i risultati sul contenimento del contagio sono affidati alle responsabilità individuali, attraverso il rispetto delle norme di distanziamento sociale e l’uso delle mascherine.

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