Coronavirus, gli anticorpi non proteggono da re-infezioni: l’ipotesi dei ricercatori italiani

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 14 Lug. 2020 alle 07:53 Aggiornato il 14 Lug. 2020 alle 08:06
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Coronavirus, gli anticorpi non proteggono da re-infezioni: l’ipotesi dei ricercatori italiani

Un gruppo di ricercatori italiano dell’Irccs Burlo Garofalo di Trieste ha pubblicato sulla rivista medica Bmj Global Health uno studio sugli anticorpi da Covid-19. L’ipotesi avanzata dalla ricerca “Hypothesis to explain the severe form of Covid-19 in Northern Italy”, che dovrà essere confermata, è che gli anticorpi che si sviluppano dopo aver contratto il virus, in forma lieve o asintomatica, non proteggano da una re-infezione da Coronavirus, ma anzi favoriscano il ritorno della malattia, con sintomi più gravi.

“Abbiamo preso spunto per questa ricerca osservando l’andamento della malattia, in particolare l’elevata trasmissibilità e il tasso di casi severi in generale tra gli operatori sanitari anche giovani sia in Italia che in Cina, come dimostra il caso del medico cinese trentenne di Wuhan, deceduto e da cui tutto è partito”, ha spiegato Luca Cegolon, medico epidemiologo presso l’Ausl 2 di Marca Trevigiana di Treviso e primo firmatario del lavoro, a Repubblica. E nella analisi viene preso in considerazione anche il tasso di trasmissione tra i più piccoli, in particolare i bimbi con meno di 10 anni. “I bambini hanno inevitabilmente meno anticorpi degli adulti e degli anziani, essendo stati meno esposti ad agenti infettivi nel corso della loro breve vita e questo potrebbe spiegare perché sono più protetti”, ha osservato Cegolon.

Come spiega il ricercatore, i virus Sars-Cov2 sono noti per causare re-infezioni a prescindere dallo sviluppo di anticorpi, e quelli più gravi possono scatenare il fenomeno immunologico conosciuto come Antibody Dependent Enhancement, e questo “indipendentemente dalla cosiddetta immunità umorale, cioè quella che si acquisisce quando ci si ammala sviluppando gli anticorpi”, afferma Cegolon. “Non solo l’immunità acquisita non sembra proteggere dalle re-infezioni da coronavirus, ma può addirittura diventare un boomerang, alleandosi con il virus stesso durante infezioni secondarie per facilitarne l’ingresso nelle cellule bersaglio, sopprimere l’immunità innata e scatenare o amplificare una reazione infiammatoria importante dell’organismo”. Significa che se ci fosse una nuova ondata, una persona che l’ha contratto a marzo, in autunno potrebbe ammalarsi di nuovo.

Ma gli studiosi sperano che questa ipotesi venga smentita. “Se la nostra ipotesi fosse confermata ci sarebbero forti implicazioni non solo per la terapia dei casi critici di Covid-19, ma anche (in negativo) per la produzione di un vaccino efficace contro il Sars-CoV-2”. Nel frattempo, spiega il ricercatore “la prevenzione è la vera chiave di volta”. “Ora che grazie al caldo-umido la diffusione del virus è rallentata, bisogna approfittarne per potenziare l’immunità innata e attrezzarsi per l’autunno con interventi farmacologici che possano proteggere le porte d’ingresso del virus come, per esempio, il naso”.

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