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Sul caso Vannini non difendo i Ciontoli ma la verità (di Selvaggia Lucarelli)

Mai, negli ultimi anni, un caso di cronaca aveva sollevato un’onda emotiva e mediatica così potente. Chiunque abbia provato a fare un’analisi della vicenda, anziché un polpettone di ipotesi, testimonianze surreali e suggestioni emotive, è stato crocifisso

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 18 Set. 2020 alle 12:36 Aggiornato il 19 Set. 2020 alle 11:37
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Immagine di copertina

Il caso Vannini si avvia verso la sua conclusione, almeno nelle aule di giustizia. La sentenza del processo d’appello bis, prevista per il 30 settembre, appare abbastanza scontata. Il procuratore aggiunto ha chiesto 14 anni per omicidio volontario per Antonio Ciontoli e una pena di 9 anni e 4 mesi per concorso anomalo in omicidio per la moglie Maria Pezzillo e i due figli, Federico e Martina. Poi ci sarà la Cassazione e sulla storia dovrebbe calare il sipario. Scrivo “dovrebbe” perché dubito che la sentenza appagherà la sete mediatica e asciugherà la bava sulle bocche di chi chiede la morte dei Ciontoli, che sia sociale o fisica, sui social o al bar.

Mai, negli ultimi anni, un caso di cronaca aveva sollevato un’onda emotiva così potente. Ma quando all’onda emotiva di partecipazione al dolore della famiglia Vannini, nata pura e genuina, si è affiancata quella mediatica, la morte di Marco Vannini è diventata altro. Un circo triste, rabbioso, cattivo, in cui tanti programmi tv (Le Iene, Quarto grado, Chi l’ha visto…) hanno mescolato – a seconda dei casi – investigazioni fantasiose, opinionismo trash e spettacolarizzazione della notizia, mirando agli ascolti molto più che alla verità o alla giusta informazione.

Chiunque abbia provato ad occuparsi di questa vicenda con la distanza emotiva che occorre per cercare una verità asciutta, al netto dell’inevitabile dolore per la morte di un ragazzo buono e incolpevole, è stato travolto dalla ferocia dei forconi, degli insulti, delle minacce. Chiunque abbia provato a fare un’analisi della vicenda, anziché un polpettone di ipotesi, testimonianze surreali e suggestioni emotive, è stato crocifisso.

Perfino Franca Leosini, una che in tanti anni ha intervistato persone colpevoli di aver ucciso genitori, figli, mogli, bambini, mariti anche con cinica premeditazione, è stata investita dalle offese più barbare perché ha concesso ad Antonio Ciontoli il diritto di parola.

Io, che mi sono permessa di sostenere una banalità, ovvero che qualunque cosa si pensi della famiglia Ciontoli, le minacce di morte, gli insulti, le aggressioni verbali e le petizioni perché la figlia sia condannata a morte sociale sono sbagliate, mi sono ritrovata seppellita da minacce, insulti e articoli schifosi e fuorvianti di chi – giornalista – gioca sul titolo “La Lucarelli difende i Ciontoli”.

Certo, magari ho addirittura sparato io. La Petrelluzzi, che ha osato esprimere contrarietà per la petizione affinché Martina Ciontoli venga cancellata dall’Ordine degli infermieri e non possa più lavorare, ha dovuto fare i conti per la prima volta in decenni di onorata carriera con la ferocia del web.

I Ciontoli sono radioattivi. Ti avvicini a loro senza un cappio e sei subito “complice”, “amico”, “sostenitore”, “difensore”. Sei nemico di colei che certa brutta tv ha ribattezzato “mamma Marina”, sei dalla parte sbagliata, sei dalla parte di una famiglia di assassini. Ed è inutile provare a spiegare che tutti, emotivamente, siamo dalla stessa parte, quella di Marco. È però legittimo commuoversi, partecipare, empatizzare, ma non tifare. Perché il tifo allontana dalla verità e la verità, in questa storia, è stata spesso sacrificata in nome della vendetta e della narrazione giornalistica d’impatto.

Ben poco di quello che si è visto in tv è entrato nelle aule di giustizia. Quei testimoni così pronti a parlare alle telecamere dei loro programmi preferiti, erano meno pronti a riferire le stesse cose nelle aule di tribunale. Quelle piste suggestive, con moventi passionali o di antipatia, nelle aule di giustizia non sono mai state neppure prese in considerazione. La verità è sempre stata quella assurdamente semplice e drammatica: Antonio Ciontoli ha sparato a Marco Vannini per stupidità e incoscienza.

L’accusare i figli Federico e Martina, a seconda del filone del momento, ha avuto tre effetti: 1) ha allontanato dalla verità, 2) ha permesso a certa tv e stampa di cavalcare la vicenda e confezionare servizi orientanti e con buoni risultati di share, c) ha incarognito le folle, ancora di più.

E così tutte le altre fantasie indecenti per alimentare la fiamma già altissima dell’odio, dalle testimoni sul treno all’intervento dei servizi segreti (intervento efficacissimo, per giunta), ai vicini di casa che svuotano il sacco dopo anni, a “non c’era la macchina” a “c’erano altre persone in casa” (perizia di tale fantomatica società denominata Emme Team, una bufala), alle prostitute e “Federico e Marco non si erano simpatici”, “Martina era gelosa”, “Martina è incinta” e così via. Tutta fuffa, o inutile ai fini processuali o inventata di sana pianta. Utilissima, però, per scrivere nuove pagine del romanzo criminoso e poco importa se il romanzo è popolato da esseri umani e non da personaggi di fantasia.

Vi ricordate di Vannicola, quello che vendeva borse a Tolfa, quello che a Le Iene ebbe servizi su servizi dedicati con musichette suggestive? Quello che “Il maresciallo Izzo mi ha detto che ha sparato Federico”… Tutto archiviato. E dalle intercettazioni ambientali era pure venuto fuori che la sua compagna, apparsa anche lei a Le Iene, si rallegrava della pubblicità che ne aveva ricavato il loro negozio di borse e pensava di aprire un franchising. Si accordava anche con Vannicola sul dire agli inquirenti che erano separati di fatto, mentendo (cosa che poi faranno).

Nello specifico, Giulia, la compagna di Vannicola, come riportato nell’archiviazione, parlando al telefono con tale Assuntina, dice in un messaggio vocale di essere consapevole della bomba mediatica che sta dando risalto alla merce da loro prodotta e di essere in trattativa per l’acquisizione un marchio già esistente. Davide Vannicola dice che bisognerebbe aprire una pagina Facebook (Ndr sfruttare la vicenda a fini commerciali).

In data 25 maggio, come trascritto nell’archiviazione, Giulia si accorda con Vannicola sulla versione da dare agli inquirenti e cioè che deve dichiarare di essere separato (consapevole delle falsità delle affermazioni) “perché sua moglie ha chiesto la separazione molto impaurita dalla vicenda”. Poi aggiunge che siccome gli inquirenti tenteranno di contestare la veridicità di questa separazione, lei e Vannicola non dovranno più lasciarsi andare ad effusioni in pubblico e lui deve cancellare le foto insieme da Facebook.

“Mi raccomando, ricordati che la separazione l’ho chiesta io e tu hai dormito nella cameretta di Sara in questi giorni!”, dice Giulia Massera a Vannicola. Le false notizie sono architettate per rendersi credibili in un’ottica di possibile richiesta di risarcimento futura. Agli atti alcune telefonate di Giulia con Giulio Golia de Le Iene (che la chiama “Giuliè”) in cui lei lo aggiorna su alcune loro azioni e con Riccardo Casamassima, carabiniere del caso Cucchi, che lo consiglia sul da farsi (con Vannicola).

E poi addirittura l’intervento del ministro della Giustizia – caso più unico che raro – che promuove un’azione disciplinare nei confronti del pubblico ministero Alessandra D’Amore, colei che aveva condotto le indagini, perché “potrebbe aver violato i doveri di diligenza e laboriosità creando un danno ingiusto ai genitori del ragazzo”. Immaginate se il ministro Bonafede dovesse intervenire contro i pm ogni volta che un’indagine viene messa in discussione dall’accusa e dalla tv (tra l’altro la pm è stata assolta dal Csm e Bonafede è stato gentilmente invitato a non intromettersi).

Evidentemente il caso Vannini, viaggia su una corsia speciale. Che non è più, a mio avviso, quella del dolore per una morte ingiusta e della ricerca della verità. La verità, per chi scrive, è ugualmente orribile e ingiusta anche senza la ricerca disonesta di complotti e omissioni.

Antonio Ciontoli ha sparato per gioco, con l’assurda incoscienza che lui stesso si è sempre attribuito. Ha raccontato un mucchio di bugie (il pettine, il colpo d’aria) perché pensava che quel proiettile fosse nel braccio di Marco. Ha sottovalutato in maniera imperdonabile la gravità di quella ferita. Quella ferita era piccola come la bruciatura di una sigaretta e non sanguinava copiosamente. Poche gocce di sangue in tutto. Questa non è solo la verità accertata, ma anche la peggior maledizione che sia capitata, perché se Marco avesse perso sangue a fiotti, quell’ambulanza sarebbe arrivata e chi lo soccorreva avrebbe capito tutto. Probabilmente, lo stesso Ciontoli, non avrebbe potuto raccontare bugie sceme. L’emorragia, invece, è stata interna.

Marco è stato doppiamente sfortunato: perché ha incontrato l’arroganza e l’incoscienza di Ciontoli, quella notte, che pensava di poter riparare a quell’incidente senza compromettere il suo lavoro, senza perdere la reputazione, senza finire magari su un giornale. Perché quel proiettile è entrato nel cuore senza che nessuno se ne accorgesse. E nessuno assolve Ciontoli o la famiglia, perché è evidente che ciascuno di loro ha una sua colpa da pagare.

Chi però sostiene che tutti volessero la morte di Marco o comunque la ritenessero un’opzione accettabile, è offuscato dal giudizio morale, che è un’altra cosa. Se avessero voluto la morte di Marco, non avrebbero comunque chiamato l’ambulanza. Avrebbero aspettato che morisse. Se Ciontoli avesse pensato unicamente a salvare il suo lavoro e avesse capito che Marco stava morendo, non avrebbe agito in quel modo. La morte di Marco avrebbe distrutto la sua vita e il suo lavoro, non lo avrebbe tutelato.

Se Ciontoli, arrivato in ospedale, avesse capito che Marco aveva un colpo al cuore e stava morendo, non avrebbe chiesto al dottore, in quel modo maldestramente osceno, di nascondere che gli era partito uno sparo. Sarebbe stato folle, anche solo pensare che qualcuno potesse nascondere la morte per un colpo al cuore. Ha continuato a pensare che fosse un colpo al braccio, che la cosa si potesse perfino nascondere con la complicità dei medici e che lui potesse tenersi il suo lavoro. Deplorevole, colpevole, schifoso, tutto quello che si vuole, ma non certo il piano lucido di chi ha capito cosa stava succedendo.

La famiglia lo ha assecondato nella sua follia di quella notte. Tutti colpevoli, certo, ma di questo. Cercare altro, in una vicenda che è stata sviscerata fino all’osso, non è ricerca di verità, ma di vendetta. I giudici, che nel primo processo d’appello sono andati nella direzione della verità orribile ma asciutta, sono stati perseguitati sui social, sono state pubblicate le loro foto, si sono cercate le identità. Poi quella sentenza è stata annullata e se l’appello bis andrà nella direzione suggerita dal pg, si è tornati all’altra verità, quella dell’omicidio volontario, a cui io, che non tifo ma ho semplicemente letto le carte del processo, non credo.

Credo, in compenso, che sia legittimo avere l’idea che si vuole su questa vicenda. Comprendo il dolore e la partecipazione, compendo la rabbia della famiglia di Marco. Una cosa però sia chiara: io non difendo una famiglia, un uomo, sua moglie, due ragazzi di 20 anni. Difendo un principio di verità, che i giornalisti e alcuni narratori televisivi, in questa storia, hanno dimenticato. E per loro, come al solito, non ci sarà processo.

Leggi anche: 1. Omicidio Vannini, la Procura chiede 14 anni di carcere per la famiglia Ciontoli / 2. Caso Vannini, “La vita in diretta” rivela dove vivono i Ciontoli. E loro diffidano il programma

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