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Esclusivo TPI – Il governo ha messo fuorilegge la Cannabis light per mano della ministra Gelmini

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Mentre nel resto d’Europa si va nella direzione opposta, da noi - grazie alla conferenza Stato-regioni - è stato fatto un passo indietro sul progressismo culturale. La Cannabis a basso contenuto di Thc diventa illegale con il consenso delle lobby farmaceutiche, delle associazioni cattoliche e della destra

Cannabis light illegale: spunta la norma nella conferenza Stato-Regioni

La Cannabis light, quella a basso contenuto di Thc, torna a essere illegale al pari di altre sostanze stupefacenti. Finora in Italia era venduta in tutti gli shop specializzati, nelle tabaccherie e nei distributori automatici, ma a modificare lo stato delle cose sono state le nuove regole sulla produzione votate il 12 gennaio dalla Conferenza Stato-Regioni, insieme al ministero dell’Agricoltura.

Il decreto approvato, al punto 4, fa sottostare «la coltivazione delle piante di Cannabis ai fini della produzione di foglie e infiorescenze o di sostanze attive a uso medicinale» al Testo Unico sugli stupefacenti, tabella 309/90, a prescindere che vi siano o meno sostanze psicoattive al di sopra dei limiti della legge sulla filiera agroindustriale della canapa del 2016. In virtù di questa interpretazione dalla data di efficacia del decreto, tutti i coltivatori e i rivenditori di infiorescenze di “cannabis light” diventeranno passibili delle sanzioni derivanti dall’apparato penale del DPR 309/90 che ne vieta la coltivazione senza un’autorizzazione da parte del Ministero della salute.

Tutto il settore è in fibrillazione perché questo repentino stravolgimento equivale a ingenti perdite economiche. Secondo Luca Fiorentino, CEO dell’azienda leader nel campo Cannabidiol Distribution, «Tutta la filiera rischia di chiudere da un giorno all’altro perché di fatto per la legge italiana diventiamo degli spacciatori veri e propri. Avverranno molteplici – inutili – sequestri in tutta Italia, subiremo processi e intaseremo i Tribunali di mezzo Paese senza una ragione logica. Di fatto, è un importante assist alle case farmaceutiche, che diventano le uniche a poter produrre fiori, condannando a chiudere 3mila imprese, di cui la maggior parte imprese agricole».

A spiegare il guadagno delle case farmaceutiche sono i dati (di cui avevamo parlato anche nel numero di TPI del 1 ottobre scorso). Una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Journal of Pain ha evidenziato come circa il 45 per cento dei consumatori di cannabis scelga il prodotto come alternativa ad un farmaco. Gli effetti sui consumi sono immediati: dove la cannabis viene legalizzata, tendono a diminuire le prescrizioni di farmaci calmanti, antidepressivi e angelsici, una riduzione calcolata, dall’Università della Georgia, in circa -10 per cento. Non sorprende, quindi, che tra gli oppositori alla legalizzazione della cannabis, ci sia anche una parte di questa industria. Un riscontro immediato di questa teoria è l’incidenza di donazioni (negli Stati Uniti) e delle pressioni e azioni di lobbying (in Italia) da parte di case farmaceutiche, verso la “causa proibizionista”.

«Per noi imprenditori», continua Fiorentino, «rimane esclusivamente la produzione della pianta e del seme per fibra, quindi per fare, ad esempio, lavorazioni tessili. Ma di fatto il 90 per cento del settore si regge sul fiore. E parliamo del prodotto che si trova in moltissime tabaccherie italiane, in tutti i negozi che si trovano nelle città, nei distributori automatici. È un settore che vanta 15mila operatori che lavorano. Di cui l’80 per cento ha meno di 33 anni, per cui parliamo di uno degli ambiti che più dà lavoro ai giovani».

Quello che stupisce è il tempismo. Questa modifica viene introdotta in un momento storico cruciale: la cannabis vera e propria è stata legalizzata a Malta, Lussemburgo, la Germania ha messo nel programma di governo la legalizzazione e in Italia la Cassazione ha dato il via libera al referendum sulla legalizzazione che si terrà in primavera e che aveva raccolto più di 600mila firme. Insomma, una contraddizione vera e propria. I promotori del referendum Cannabis, Marco Perduca e Leonardo Fiorentini sono molto duri e spiegano a TPI: «Questo gravissimo riportare l’orologio indietro avviene a pochi giorni dalla prima riunione del tavolo tecnico tra Ministero della Salute e associazioni di pazienti cannabis, voluto dal sottosegretario Andrea Costa per ascoltare le esigenze di approvvigionamento quantitativo e qualitativo. Perché delegare alla Conferenza Stato Regioni un provvedimento che, letteralmente, fa di tutta l’erba un fascio rischiando di mettere fuori gioco l’intera filiera delle infiorescenze e prodotti a base di CBD? L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha più volte raccomandato l’esclusione delle proprietà del CBD dalle sostanze vietate, alcune di queste sono state raccolte dalla Commissione Droghe dell’Onu che a dicembre del 2020 ha cancellato la cannabis dalla IV tabella della Convenzione 1961 col voto favorevole dell’Italia. Infilare con un Decreto Ministeriale questa sottomissione di produzione alle norme della 309/90 oltre che andar contro il buon senso, è giuridicamente molto discutibile. Ci appelliamo ai Ministri competenti perché modifichino il Decreto all’art. 1 comma 4. Nel caso contrario organizzeremo una risposta coordinata tra pazienti e imprenditori per mandare in soffitta definitivamente provvedimenti anti-scientifici e ideologici».

Sulla regolamentazione rispetto a cosa poteva esser coltivato e come, c’era un vuoto normativo, che lasciava dubbi sulla possibilità di garantire le quantità e qualità di cannabinoidi terapeutici necessari per decine di migliaia di persone: prodotti con una determinata soglia di CBD vanno trattati come farmaci, quelli al di sotto come integratori, come già succede oggi per molte altre sostanze anche in altri Stati dell’Ue. Ma il vero punto è l’incoerenza: da una parte si convocano i pazienti per la cannabis terapeutica, dall’altra si prospetta la galera per chi produce CBD. Molte Regioni come Emilia Romagna, Puglia, Veneto e Piemonte, a parole (e non solo), avevano espresso il loro parere favorevole a investire sulla produzione di canapa, quindi votando questa norma sono andate addirittura contro se stesse. Questo vuol dire rinunciare a 15mila posti di lavoro. Ma soprattutto rinunciare a un’Italia al passo con l’Europa su uno dei temi più sentiti del decennio.

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