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Armi italiane in Turchia, attivisti occupano la sede di Leonardo a Napoli

Di Madi Ferrucci
Pubblicato il 24 Ott. 2019 alle 22:40 Aggiornato il 10 Gen. 2020 alle 20:12
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Armi italiane in Turchia, attivisti occupano la sede di Leonardo a Napoli

Un gruppo di attivisti della “Rete Kurdistan” questa mattina ha occupato la sede di Leonardo a Napoli, la società italiana che nel 2007 ha concesso all’azienda turca Tai (Turkish Aerospace Industries), una licenza di coproduzione degli elicotteri italiani AW 129 Mangusta che potrebbero essere utilizzati in Siria contro i curdi.

“Leonardo è il principale partner militare italiano della Turchia ed è coinvolta nella fornitura di componenti e progetti di cooperazione militari con Erdogan. Il tutto continua mentre la Turchia invade la Siria del Nord, colpendo e massacrando I popoli del Rojava”, dichiarano i contestatori.

Gli attivisti erano circa una trentina e sono entrati nello stabilimento esponendo una grande bandiera curda con la scritta “Erdogan assassino” e “Stop vendita armi alla Turchia”.

”Le forniture della Leonardo alla Turchia sono in aperta violazione della Costituzione e della legge 185/90 che vieta esportazione di armi ai paesi coinvolti in aggressioni militari che violano lo Statuto dell’ONU”, hanno scritto gli attivisti su uno dei loro volantini.

La legge 185 del 1990

La legge a cui fanno riferimento, infatti vieta l’esportazione di armi verso Paesi in stato di conflitto. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio il 16 ottobre ha firmato un atto interno alla Farnesina per bloccare le vendite future di armi alla Turchia da parte dell’Italia ma per quanto riguarda i vecchi contratti già in essere ha avviato solo un’istruttoria che dovrà valutare ordine per ordine cosa bloccare e cosa no.

Le organizzazioni della Rete Disarmo però denunciano che un’indagine istruttoria sulle vecchie forniture significa di fatto non bloccare nell’immediato quei 426 milioni di euro di armi ancora da consegnare ed è per questa ragione che le proteste stanno continuando.

Le altre proteste contro l’export di armi

Molte sono state le iniziative degli ultimi giorni contro l’export delle armi dell’Italia verso la Turchia. Il 23 ottobre di primo mattino alcuni militanti della rete “Rise Up for Rojava” si sono incatenati all’ingresso della sede di Rheinmetall, produttrice dei cannoni Oerlikon da 25mm pronti a partire dall’Italia verso la Turchia in base a un ordinativo del 2016 richiesto dall’azienda turca Aselsan Elektronic.

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L’export di armi dell’Italia verso la Turchia

L’Italia dal 2016 al 2018  ha ricevuto autorizzazioni per l’esportazione di  761,8 milioni di euro di armamenti verso la Turchia. 362 milioni solo nell’ultimo anno. A certificarlo è la relazione di Camera e Senato dello scorso aprile.  Questa cifra, come riportato nello stesso documento, “colloca la Turchia “tra i primi 25 Paesi destinatari di licenze individuali di esportazione nel 2018”, per la precisione tra i primi tre, dopo il Qatar e il Pakistan.

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Se invece teniamo conto del dato complessivo a partire dal 2015 le autorizzazioni concesse per l’esportazioni di armi salgono a 890,6 milioni di euro. Nel 2018 le armi effettivamente consegnate erano poco più della metà per un valore di 463,8 milioni di euro, il che significa che l’altra metà deve ancora arrivare a destinazione. Più della metà degli ordini quindi devono ancora essere inviati e se il blocco dell’export riguarderà solo “i prossimi contratti”, circa 426, 8 milioni di euro di armamenti sarebbero ancora autorizzati a partire indisturbati.

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