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Catanzaro, 24enne muore in auto. La Procura: “Uccisa dall’airbag Takata difettoso”

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Credit: Facebook

È stato l’airbag difettoso della sua auto a uccidere Martina Guzzi, 24 anni, morta lo scorso 28 maggio in un incidente stradale a Catanzaro. Lo sostiene la relazione preliminare richiesta dalla Procura calabrese.

Il documento, secondo quanto riporta il Corriere della Sera, “esclude altra lesività traumatica riconducibile all’incidente”.

La ragazza potrebbe essere la prima vittima italiana del malfunzionamento degli airbag prodotti dalla giapponese Takata (fallita nel 2017) e forniti a molte case automobilistiche, tra cui Stellantis, Honda, Volkswagen, Audi, Skoda, Bmw, Toyota.

I problemi riscontrati in questi airbag hanno portato alcune di queste aziende a intraprendere una massiccia campagna di richiamo delle auto. In Italia si sta rivelando particolarmente macchinosa, in particolare, la campagna avviata da Stellantis.

Martina Guzzi guidava una Citroen C3 di proprietà del suo ragazzo. Nei giorni precedenti l’incidente, il giovane aveva ricevuto una lettera di richiamo da Stellantis e aveva scritto alla casa automobilistica – che controlla Citroen – dicendosi disponibile alle verifiche e all’eventuale cambio di airbag. “Ma da loro nessuna risposta”, riferisce Andrea Rubini, amministratore delegato della Gesigroup, azienda che tutela i diritti della famiglia della vittima.

“Si può concludere che la morte sia in nesso di causalità diretta con un malfunzionamento del sistema di detonazione dell’airbag”, si legge nella relazione della Procura di Catanzaro, che si è avvalsa della consulenza di Isabella Aquila, direttrice della Scuola di specializzazione di Medicina Legale, e dell’ingegner Roberto Arcadia, dell’Ufficio della Motorizzazione civile.

Secondo il documento, l’airbag “a seguito dell’urto, proiettava ad alta energia cinetica un corpo metallico con modalità di urto e lesività assimilabili a ferita d’arma da fuoco”.

LEGGI ANCHE: Usa, donna chiama la Polizia e il vicesceriffo le spara: arrestato e licenziato. Il video che lo inchioda

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