Covid ultime 24h
casi +10.593
deceduti +541
tamponi +257.034
terapie intensive -49

“Siete tutti miei nonni!”: i bambini “adottano” gli anziani soli nelle case di riposo

Di Flavio Pagano
Pubblicato il 11 Apr. 2020 alle 12:50 Aggiornato il 11 Apr. 2020 alle 12:52
2.2k
Immagine di copertina

“Siete tutti miei nonni!”: i bambini “adottano” gli anziani soli nelle case di riposo

L’iniziativa si chiama Posta per nonni ed è stata subito un successo: «Adotto voi come nonni», scrive Nicola, uno dei tanti ragazzini che hanno aderito, «perché i miei non li ho più…». In uno slancio toccante sembra rivolgersi a tutti i nonni del mondo, quasi che, ribaltando il rapporto tra adulto e bambino, voglia adottarli in blocco.

Anche i bambini, infatti, come fossero inconsapevolmente medici e infermieri, sono scesi in trincea per fare la loro parte in questa guerra dell’umanità contro la morte, la paura e la solitudine. Un male, la solitudine, che non colpisce nessuno più di un vecchietto rimasto solo in una casa di riposo, ma che l’entusiasmo di un bambino sa curare meglio di qualsiasi farmaco. Il legame di sangue non conta più, e il nonno diventa quasi un’astrazione socratica: il “nonno in sé”, totem del legame profondo che, fra luci e ombre, sentiamo con le nostre radici: mentre intorno a noi il massacro di anziani causato dal Covid-19 rinnova, e ribalta anagraficamente, l’orrore biblico della strage degli innocenti.

La lettera di Lorenzo, 12 anni: “Cari nonni…”

Con lo stesso tono scrive Lorenzo, rivolgendosi agli ospiti della Ca’ Arnaldi di Noventa vicentina: «Ciao cari nonni, sono Lorenzo, ho 12 anni e adesso vi scrivo questa lettera pensando di parlare con i miei nonni…». In un mondo che spesso ostenta disprezzo per ciò che è vecchio, e appare ingordo soltanto di novità e di rapidità, la tragedia della pandemia e dell’isolamento forzato svela un miracolo dell’umano: dal dolore, nasce la poesia. E la speranza ricolora il disincanto. Per gli anziani il distacco dai propri cari è sofferenza quotidiana: e per quelli con demenza – che ogni giorno lo riscoprono come fosse la prima volta –  è martirio.

Ma l’esercito di nipoti imprevisti accorre in loro aiuto, e gli strappa un sorriso: «Voglio dirvi quanto siete speciali», continua Nicola, «siete persone uniche, amorevoli e insostituibili (…) sempre pronti ad aiutarci nelle difficoltà e a viziarci. Tutti i nonni hanno l’argento nei capelli e l’oro nel cuore.»

Paola Benetti, pedagogista ed educatrice professionale presso il centro servizi Cà Arnaldi di Noventa vicentina, con il sorriso fiero di chi ci mette l’anima, racconta: «Mi occupo di anziani non autosufficienti e con demenza, e dal 2012 ho avviato progetti con le scuole di Noventa Vicentina, per fare incontrare anziani e ragazzi. In questo momento particolare, in cui gli anziani non possono più avere contatti con i loro cari, abbiamo ideato la Posta per nonni: ed è stato un successo. Ogni giorno riceviamo lettere che fanno sentire ai nostri ospiti che nessuno li ha dimenticati: e per loro quest’amore è un dono preziosissimo.»

In realtà, l’intero settore dell’assistenza agli anziani è sottoposto a uno stress enorme. Il professor Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, e fra le massime autorità in questo campo, descrive la situazione con parole lucide e indica la strada: «La sofferenza che in queste settimane provano le nostre comunità, non deve farci dimenticare il preciso dovere, come medici e come studiosi, di pensare al domani. Moltissimi gruppi sono al lavoro, anche perché da più parti si sostiene che la “bestia” resterà negli anfratti del nostro vivere sociale e che solo il vaccino potrà ridarci sicurezza e libertà: quali sono, quindi, gli spazi che ci restano per pensare a un futuro buono per gli anziani? Dovremo iniziare dal ricostruire un sistema di cure vicino alle persone e alle loro case. Lo scandalo dell’abbandono in solitudine di migliaia di famiglie non dovrà ripetersi, e ciò sarà possibile solo se ricostruiamo una rete attorno a ogni cittadino, una rete leggera, pronta però a diventare pesante e efficiente nel momento del bisogno. Dovremo pensare alle famiglie coraggiose che assistono a casa i loro cari affetti da demenza e da altre malattie croniche invalidanti. E ripensare il ruolo del medico di famiglia, aumentandone le responsabilità e i compiti. Nessuno, nella nostra società che tenta di dirsi civile, dovrà morire da solo!

Occorre riorganizzare le residenze per anziani

Dovremo inoltre riorganizzare le residenze per anziani. La crisi le ha dipinte come lazzaretti in abbandono: ma il personale ha spesso mostrato livelli altissimi di abnegazione, competenza e generosità. In molte occasioni chi aveva la responsabilità di guidare un sistema spesso allo sfascio ha dimostrato di considerare le case di riposo come luoghi dove si andava per morire e così sono state private di qualsiasi protezione contro il virus, di aiuti dall’esterno, anzi si sono fatti tentativi di utilizzare i loro letti per portarvi altri pazienti. Una lotta tra poveri… Gli operatori si sono comportati come leoni nella difesa di migliaia di vecchi abbandonati. Occorre riorganizzare gli ospedali, perché siano pronti ad accogliere nei reparti di terapia intensiva ogni cittadino, indipendentemente dall’età. E non vogliamo, soprattutto, vedere i medici e gli infermieri nella condizione drammatica di dover scegliere nel corso del loro lavoro. Molto dovrà cambiare, per vivere senza la paura che la “bestia” ritorni. Ma, se dovesse tornare, dobbiamo dimostrare di saper essere una comunità pronta a difendere prima di tutti i più fragili e i più poveri.»

Infine, abbiamo chiesto a Michele Farina, geniale inventore dell’Alzheimer Fest e firma prestigiosa del Corriere della Sera, di spiegarci che cosa di noi stessi e del nostro mondo, ha messo in luce l’emergenza enorme della pandemia, rispetto agli anziani: «In Italia ci sono almeno 4.630 residenze per anziani», spiega Farina, «contando quelle regolarmente censite. Ci vivono (e ci lavorano) centinaia di migliaia di persone. È un arcipelago immenso, in gran parte sconosciuto al di fuori. Ogni isola ha il suo cielo: ci sono quelle che vantano e offrono grandi bellezze, quelle dove prevalgono gli orrori e il male di vivere. Ogni isola ha una propria, diciamo così, costituzione materiale, al di là di principi, leggi e regolamenti. Anche in questo arcipelago sono arrivate le navi del Coronavirus, e i conquistatori hanno trovato pane e carne fragile per i loro denti. Ogni isola ha cercato di reagire (o di arrendersi) in base alla propria costituzione materiale, allo spirito di chi le dirige e di chi ci lavora (il famoso capitale umano). In mezzo alle correnti di notizie che arrivano da ogni parte, credo sia difficile generalizzare. Al di là della conta delle vittime (anche il vento della morte soffia dove vuole, e spesso risparmia i mascalzoni per colpire i buoni), oltre lo scoperchiamento di singoli atti eroici o criminali, è importante riconoscere che quell’arcipelago era (prima dell’epidemia) e continua ad essere (ora più che mai) una nazione parallela – e spesso dimenticata – sulla mappa degli interessi della nostra società. Quando tutto questo sarà finito, si dovrà mettere mano a un censimento serio, una ricognizione tipo Google Map: le isole del male di vivere dovranno essere messe nelle condizioni di cambiare, o di essere cancellate dalla mappa. Quelle che hanno a cuore le persone, dovranno essere premiate (sostenute). Ma il mondo intorno non potrà più fare finta di niente, girare al largo come se l’arcipelago dei vecchi fosse Il triangolo delle Bermude. Così facendo si lascia vela libera ai pirati, a chi vede negli anziani solo un business d’argento.

La mia amica Laura, operatrice della casa di riposo FOCRIS di Saronno, ha paragonato la loro isola infiltrata dal Coronavirtus a una cristalleria, a una di quelle madie dove in molte case si conservano i servizi buoni, le posate d’argento, i cristalli. Stanno cercando con fatica e con amore di salvare tutti i “bicchieri”, con pochi aiuti e poca riconoscenza dalla società di fuori. “E presto il servizio sarà distrutto”, grida Laura affranta. Marcella e Giancarlo non ce l’hanno fatta. Ma la signora Edera, 99 anni, è guarita dalle ferite del Coronavirus. Grazie anche alle cure amorevoli di chi ha intorno. Ecco: in mezzo al vento di (giuste) denunce su negligenze e orrori nelle case/isole di riposo, vorrei che si riconoscesse anche lo sforzo sovraumano di tutti coloro che stanno cercando, con dolore ed entusiasmo, di salvare i bicchieri nella cristalleria, gli anziani di porcellana, il servizio buono di questo straziato Paese.»

La forza e il coraggio delle vecchie querce nel momento di difficoltà

E mentre l’Italia intera (e non solo, perché la sua immagine ha fatto il giro del mondo) s’è innamorata di Italica, la vecchietta di 102 anni che ha battuto il virus dopo settimane di terapia intensiva, noi dobbiamo augurarci che l’amore per i nostri nonni non sia soltanto una fiammata generata da questo momento di forti passioni e turbamenti. Nella difficoltà abbiamo conosciuto, ancora una volta, la forza e il coraggio delle vecchie querce che ci diedero la vita e la cui ombra ci resta preziosa. Tutti conosciamo l’ebbrezza e il dolore d’appartenere al tempo: ma nessuno come un anziano – che quel tempo l’ha vissuto da ogni prospettiva – ne conosce prodigi e tranelli, e sa farsi custode delle più grandi verità dell’esistenza.

Leggi anche:

1. Monza, nella Fondazione Don Gnocchi 16 bambini disabili positivi al Coronavirus. Ma i genitori non lo sanno / 2. Save the Children contro il Coronavirus: “Aiutiamo i bambini a continuare a studiare” / 3. Coronavirus, Giovanni Muciaccia spiega la situazione attuale ai bambini | VIDEO

2.2k
Accesso

Se non ricordi la tua password o in precedenza usavi un account social (Facebook, Google) per accedere, richiedi una nuova password.