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La pandemia è la fine dell’amore?

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L’associazione nazionale divorzisti segnala che nel 2020 le richieste di separazione sono aumentate del 60 per cento rispetto al 2019. Infedeltà coniugale, anche virtuale, violenza familiare e altre cause. Non ci sono dati a riguardo, ma è plausibile ritenere che anche nell’ambito della semplice convivenza o nelle relazioni la situazione non sia diversa. Altrettanto si può dire delle coppie che vivevano separate, magari in regioni diverse, in cui pandemia e restrizioni abbiano giocato un ruolo.

E’ d’altronde la prima volta nella storia dell’uomo moderno, in democrazia, che l’autorità impone restrizioni nel movimento al punto da costringere l’allontanamento forzato o per paradosso la convivenza forzata i cittadini. La pandemia di Covid sembra però avere scoperchiato un vaso di Pandora strettamente collegato alle profezie di Nietzsche. Abbiamo accelerato una rivoluzione nichilista in cui in tanti, tra noi, hanno perso l’afflato di vita necessario alle pulsioni, alla creatività, alla speranza per il futuro, all’empatia, infine, all’amore. E l’amore sembra l’agnello più pregiato sacrificato alla salute. Con tutte le conseguenze che ne verranno.

Gli indizi sono ovunque. Da un anno siamo precipitati in una sorta di apatico limbo, in cui le giornate non hanno differenze, in cui il sabato di festa “del villaggio” è uguale al grigio lunedì. Senza una ciclicità, ma di fronte a un unico vuoto quotidiano, si perdono le sensazioni, il sentire della natura del risveglio della vita, il gusto, gli odori. Manca, di fatto, quella propulsiva speranza per il futuro che è propedeutica per ogni forza creativa, sessuale, di pulsione.

Ma il peso più grande è sopportare l’assenza di empatia collettiva. Come le piante hanno bisogno di sole e acqua, noi abbiamo bisogno di contatto, di collettività. Eliminando l’interazione umana, la pandemia ci sta dimostrando quanto ci riveliamo deboli e disuniti nella solitudine.

Anche in questo caso sono di conforto i filosofi, o gli artisti: Schopenhauer sosteneva che la nostra felicità accade molto più nelle nostre teste che nelle nostre tasche, ma è evidente che anche la situazione economica e politica abbia contribuito a un calo delle pulsioni generalizzato, “Ti distrugge lo stress e dimentichi il sess”, citava Arbore in uno dei momenti invece più colorati, uniti, chiassosi, empatici della storia della nostra Repubblica. Lo stesso Nietzsche ci faceva notare che “solo un animale o un Dio possono vivere soli”.

Partiamo da una situazione che era già in atto da tempo, avevamo già notato nelle nuove generazioni il desiderio di auto isolamento, ai limiti della patologia. Perché andare nel mondo significava confrontarsi con l’altro, unico modo di crescere, e parte dei nostri giovani già da prima della pandemia riteneva più sicuro l’approdo virtuale, dove il vero scambio non esiste, dove non vi è necessità di aprirsi, e scoprire la propria fragilità.

Se guardiamo i social network, il panorama è distopico e folle. Mettiamo foto di feste di compleanno in cui siamo gli unici invitati, molti di noi si sono dati coraggio per la prima volta e hanno realizzato video di raggelante imbarazzo in cui mettiamo a nudo i nostri sentimenti davanti a uno smartphone, alcuni hanno provato a mostrare la propria attività lavorativa online con improbabili risultati, oppure, sempre più frequentemente, diamo sfogo a balletti improvvisati nel baratro di egocentrismo e desiderio di comunicare. Spesso riprendiamo foto del passato, ci salutiamo con tragica comicità “come va? Non te lo chiedo neanche”, ci specchiamo in riunioni virtuali in cui la domanda più ovvia è “riesci a sentirmi?”, o “mi vedi?” salvo che poi passiamo il tempo della conversazione a guardare noi stessi.

Festeggiamo quando “entriamo in zona gialla“, ci commuoviamo con peso insostenibile dell’anima quando vediamo un concerto del passato in cui le persone erano a contatto l’una con l’altra. Ma saremo ancora in grado di amare dopo la pandemia? O Vorremo “buttare” tutto ciò che ci ricollega ad essa, e anche chi ha trovato conforto in una relazione in questi tempi, guarderà il partner con lo stesso amore, visto che lui o lei saranno collegati psicologicamente a uno dei momenti più brutti della loro vita?

Se prendiamo il lato positivo della situazione, questa pandemia ci ha messo di fronte a noi stessi, e in alcuni casi c’è stata una rivoluzione positiva dentro ciascuno. Abbiamo capito le priorità. Ma è evidente anche camminando per strada in un giorno di “assembramenti” che siamo cambiati. Ora abbiamo paura del prossimo. Il contatto virtuale, i social, gli anestetici o psicofarmaci, sono tutti surrogati placebo dell’unica cosa di cui abbiamo veramente bisogno, il contatto umano. Qualche anno fa scrissi, attraverso le parole di un mio personaggio di finzione, la Josephine di “Young Europe”: “l’unica cosa che conta è chi tocchi e da chi sei toccato”. E’ vita senza contatto con il prossimo? Da un anno non possiamo abbracciare persino i nostri cari. Possiamo dare loro amore senza contatto fisico? In questo momento storico è davvero possibile amare davvero qualcuno?

“L’instabilità sembra diventata una cifra di pensiero, non ci impegniamo più a rispettare scadenze, non programmiamo più”, parole della attrice Federica Cacciola, intervistata a riguardo. In periodo di guerra, nelle grandi tragedie, nascevano grandi sentimenti, grande letteratura, grandi passioni. La pandemia è l’arma finale per ottenere l’opposto. Fidanzarsi in questo momento significa vivere in una ombra di un eterno futuro prossimo “quando potremo viaggiare”, “quando saremo liberi”. Già, quando?

Si potrebbe invocare il fatto che finalmente abbiamo ripreso possesso del nostro spazio privato, del sacrario di noi. Se non fosse che in nessuna epoca come questa siamo stati vittime di quello che Shoshana Zuboff chiama “Il capitalismo della sorveglianza”. Ogni nostro gesto, indirizzo Internet, frase detta o pensata, grazie agli algoritmi, viene utilizzata per imporci prodotti, e infine, pensieri. Non è un caso che il più grande successo di intrattenimento recente sia “La regina degli Scacchi”. Una bambina di fronte a se stessa e alla sua solitudine.

L’eterno ritorno dell’uguale, l’inferno secondo Nietzsche. Se non ci rendiamo conto che questo momento è disperato, non potremo analizzarlo, non potremo liberarcene. Stiamo facendo l’errore del sfuggire dalla rabbia, dal dolore, da urlare, e ci alieniamo in Comfort food e intrattenimento, quando forse sarebbe giusto che ci abbandonassimo alla disperazione, per poterne uscire, per poter metabolizzare. Altrimenti saremo l’epoca che sarà ricordata per avere ucciso l’amore.

Leggi anche: Mignonnes, il film più femminista della storia del cinema ma odiato dalle femministe

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