“Colpa delle donne che non se ne vanno al primo ceffone”: bufera su Franca Leosini

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 16 Giu. 2020 alle 11:58
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Franca Leosini: “Colpa delle donne che non se ne vanno al primo ceffone”

“La responsabilità ce l’ha anche lei come tutte le donne che non mollano il marito al primo schiaffone”, lo ha detto Franca Leosini nell’ultima puntata di Storie Maledette, su Rai Tre. Durante la trasmissione, andata in onda domenica 14 giugno, la giornalista ha dialogato con Sonia Bracciale, condannata a 21 anni di reclusione come mandante dell’omicidio dell’ex marito Dino Reatti, accusato di anni di maltrattamenti ai suoi danni.

Le affermazioni della presentatrice hanno scatenato le reazioni delle associazioni che si battono in difesa delle donne vittime di violenza. Una di queste è D.i.Re – Donne in rete contro la violenza – che ha accusato Leoisini di “perpetrare stereotipi e pregiudizi nei quali affondano le radici della violenza maschile contro le donne”.

“Un concentrato di insinuazioni, stereotipi sessisti, giudizi moralistici, colpevolizzazioni per la violenza subita, e giustificazioni del maltrattante in prima serata Tv. Si chiama vittimizzazione secondaria, succede ancora continuamente nelle aule dei tribunali, dove le donne che denunciano la violenza non sono credute”, nota Antonella Veltri, presidente di D.i.Re.

“Un programma del genere non sarebbe andato in onda se la RAI applicasse le raccomandazioni del GREVIO, il Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne del Consiglio d’Europa, che nel suo Rapporto sull’applicazione della Convenzione di Istanbul in Italia ha segnalato quanto i media continuino a perpetrare stereotipi e pregiudizi nei quali affondano le radici della violenza maschile contro le donne”, conclude Veltri.

“Da anni i centri antiviolenza subiscono le richieste da parte giornalistica di dare storie delle donne, meglio se le donne stesse, chiedendoci di fare da tramite per raggiungerle”, afferma Manuela Ulivi, presidente di CADMI, Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano. “Lo scopo è sempre lo stesso: mostrare gli orrori subiti, le miserie vissute, ma con tutte le ‘precauzioni’ del caso: anonimato, volto coperto, voce alterata, finendo per nascondersi loro come se dovessero vergognarsi, o peggio fossero responsabili della violenza subita dagli uomini”.

“Al di là dell’incompetenza con cui una giornalista si permette di parlare a una donna che ha subito violenza senza avere una formazione e gli strumenti di base per affrontare un discorso tanto delicato, quanto complesso”, prosegue Ulivi, “ciò che emerge prepotente e insopportabile è l’eterno giudizio verso le donne che non se ne sono andate per tempo dal violento. Neppure quanto vengono ammazzate, si smette di giudicarle”, ha aggiunto Ulivi.

Rispetto ai toni utilizzati in trasmissione, la nota di D.i.Re prosegue: “Si chiama vittimizzazione secondaria, succede ancora continuamente nelle aule dei tribunali, dove le donne che denunciano la violenza non sono credute”.

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