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Le chat di classe ai tempi del Coronavirus

Sfogo di una mamma alle prese con registri elettronici e messaggi di madri complottiste

Di Giulia Castellini
Pubblicato il 5 Mar. 2020 alle 11:16 Aggiornato il 9 Mar. 2020 alle 14:15
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Immagine di copertina
Credit: Pixabay

Sono state, sono e saranno giornate complicate, giornate che sembrano interminabili anche se in cuor nostro tutti ci auguriamo finiscano al più presto, e nemmeno sappiamo, dall’alto del nostro inguaribile ottimisimo o della più nera disperazione, quando sono iniziate.

C’è un nemico invisibile da combattere lì fuori che non si sa da dove arrivi, prima sembrava colpa della Cina, che con questa sua mania di festeggiare il Capodanno in differita e in sovrapposizione con la più nostrana fashion week ci aveva contagiato tutti, fino all’imprevisto ribaltone degli ultimi giorni: la colpa è nostra, siamo noi il nemico invisibile a noi stessi, e la colpa non è più stata dei topi, ma della pizza.

La collocazione geografica di Codogno ha preso il posto del Molise nelle nostre mappe mentali ed immaginarie, la zona rossa è un’Itaca al contrario e le lunghe Esse sono il richiamo delle sirene.

Serve restare uniti (ad almeno un metro di distanza però) e serve trovare una spalla affidabile e informata, qualcuno con cui sfogarsi, qualcuno con cui parlare lucidamente riguardo al diffondersi dell’epidemia e delle notizie, che poi se ci pensate sono i due lati della stessa medaglia che ci ucciderà.

Noi mamme, come Ulisse, per continuare la metafora mitologica di cui sopra, possiamo fare affidamento in questo sul fedele Argo, che nel 2020 non è più un cane pur conservandone la stessa ottusa e sincera fedeltà: è il registro elettronico che ci informa, tutti i giorni e senza sconti, di quello che succede a scuola anche in assenza della cosa più importante, cioè la scuola stessa.

E grazie ad Argo e ai moderni mezzi della scienza e della tecnica, le stesse che hanno permesso al mondo di diventare un posto così piccolo e prevedibile da essere messo a rischio da uno starnuto nel basso Lodigiano, ecco un fiorire di chat che (visti i tempi grami), si trasformano da “mamme della I B” in “mamme orfane della IB” o in “mamme di II E per sempre” per un senso di pessimismo sempre più dilagante.

All’insorgere dei primi casi di Coronavirus, le madri delle chat, le pazienti zero di “wazzup”, si sono affacciate molto timidamente al dovere di cronaca: “Scusatemi visto che l’ho sentito dal TG credo sia giusto informarvi che il virus è adesso è qui in Lombardia, vi chiedo umilmente scusa se uso questo strumento ma, dato che la chat viene usata anche per i compleanni, mi sento di mettervi in guardia perché lo dice anche la D’Urso che bisogna lavarsi bene le mani, insomma guardate che cosa succede solamente quando un figlio ha i pidocchi, pensate che disastro se gli viene la corona in testa”. Un concetto così complesso che manco la Meghan Markle aveva questa fretta di disfarsene, di ‘sta corona.

Con il passare dei giorni, nell’attesa logorante e sempre disillusa di una riapertura delle scuole, con il concretizzarsi di un calendario scolastico sempre più simile a quello islandese, i toni si sono fatti via via più cupi e il desiderio di una soluzione sempre più impellente, al punto da diventare ricercatrici scientifiche, che i vaccini mica hanno bisogno di azzeccare i congiuntivi :“Scusate a tutti, posso mandare qualche foto, per farti capire come è questo corona virus?”.

E quindi sulla chat delle mamme mi arriva uno schema di omini stilizzati denominati A, B, C, D, E con un colore diverso in base alla loro pericolosità sociale (A viene dalle zone rosse, B ha incontrato gente che viene dalle zone rosse, C ha incontrato gente che conosce gente che viene dalle zone rosse e così via) e con ipotesi di incroci tra di loro: A che incontra B e non sa che B ha incontrato un tizio A di Codogno ma nemmeno B lo sa e davanti a un resiliente e quasi arrogante gruppo D che non ha un cazzo da fare nella vita e sicuramente può permettersi un filippino che altrettanto sicuramente è diventato un 2B nell’andare a controllare in metropolitana alla fermata Affori che i campi da tennis privati di Puppi Visconti fossero effettivamente chiusi, io mi sento sempre meno madre e sempre più appartenente al silente gruppo E: “E-sco dal gruppo”.

Ma non si può, non è educato perché nel 2020 passino la quarantena e l’isolamento ma non sia mai che ti perdi il santo del giorno da parte della solerte rappresentante che ricorda tutti gli onomastici e tutti gli scioperi di Milano Ristorazioni.

Si tace qualche giorno, lo schema non ha evidentemente portato a una diminuzione dei contagi, poi la madre zero non ce la fa più e rompe il silenzio di nuovo, con un pretesto qualsiasi: “Scusate ma non dovrebbero darci qualche compito? È uno scandalo che non abbiano nulla da fare!” e quindi ecco arrivare i compiti, ma da lì a breve “No ma ragazze hanno troppi compiti, più che altro a colorare le cornicette minimo devono stare a casa un mese!”. Detto fatto, Conte è in diretta Facebook ad annunciare che per renderci più agevole il compito di temperare i pastelli valuterà di tenere chiuso fino alla fine di marzo.

Non c’è più nulla di inedito o intentato, più nulla da inventarsi e anche le madri più grevi, alla vigilia della terza settimana di passione (con le baby sitter che per non diventare vettori di contagio smettono di usare la linea verde della metropolitana e girano in Porsche), capiscono che bisogna passare a metodi di comunicazione più efficaci e risolutivi.

Così, per avere notizie fresche e inedite, iniziano a sostituire i decreti del ministero con le notizie di Lercio.it o le fonti delle mamme della seconda e a cercare di attirare diversamente l’attenzione delle madri più distratte, stanche e bipolari, quelle che oltre a un lavoro a partita iva hanno più di un figlio di età diversa.

Si passa ad altri linguaggi, una comunicazione resa efficace dalla potenza dell’immagine o del sonoro: i meme e le note vocali inoltrate.

Nell’arco di una giornata giuro che mi è arrivato lo stesso messaggio vocale di una nota pediatra del lodigiano che diceva di preoccuparsi moltissimo (però con la voce della Litizzetto) e contemporaneamente quello del ministero della Difesa che diceva che il rischio è zero (però con la voce di Topo Gigio) da almeno 15 chat diverse, tra cui, per citarne alcune “madri del flauto tibetano” “madri dell’orto” “saggio di danza 2020 rsvp”, il mio ex che cerca sempre di ricucire e la mia migliore amica che è ipocondriaca e ha comprato un Lacie da 50giga di memoria per archiviarli tutti e lasciarli come monito agli unici che sopravviveranno a questo presente distopico: i bambini e la regina Elisabetta.

Dall’altra parte della barricata, anche le maestre e gli insegnanti delle scuole di vario grado cercano di passarsela come possono, assegnando sempre ad Argo, il fido registro elettronico, compiti via via più fantasiosi e variegati, nel dubbio che noi a casa, una volta svaligiati gli scaffali di legumi a scadenza centennale, possiamo correre il rischio di annoiarci e di trasformare questo tempo regalato, inatteso, inedito, in tempo di qualità. Non sia mai.

I compiti “creativi” assegnati ai bambini: dai timbri fatti con gli ortaggi di ispirazione montessoriana, così che io possa sigillare il mio testamento con un rosso radicchio trevigiano, alle serre di erba gatta (utili in caso la carta igienica nei supermercati finisse alla prossima razzia fobica), alle interminabili ore di flauto per esercitarsi con “Stairway to heaven” (famosa per la lunghezza e per gli inni a Satana, fondamentali in questi giorni per arrivare a sera), su tutto questo ho sorvolato e anzi ho abdicato al tanto decantato smartworking (che vuol dire farsi il culo tanto quanto in ufficio in una situazione di disagio per fare lavori che saloteranno e usando il wifi di casa pagato da noi), dedicando i pomeriggi ad aiutare le mie figlie invece del mio 740.

Ma all’ennesima notifica di Argo, oggi ho reagito brandendo l’unica arma disponibile, la più potente, la più temuta: ho chiesto l’aiuto del pubblico da casa e l’ho fatto scrivendo per la prima volta in vita mia sulla chat di classe, sentendomi percorrere da quel brivido di onnipotenza che sicuramente ha provato anche Enola Gay, se oggi potesse raccontarcelo scrivendo nel gruppo “parlami di Hiroshima”.

La professoressa di educazione tecnica ci chiedeva di uscire (in conformità con le recenti indicazioni del noto virologo Burioni) a comprare un panetto di DAS color cotto, non grigio perdio eh, cotto, e di costruire ASSIEME AI NOSTRI FIGLI tanti mattoncini di misure precise, stendendo l’argilla umida sul tavolo con un mattarello e tagliandole poi con un taglierino appuntito.

Assieme ai nostri figli.

Assieme ai nostri figli.

Assieme ai nostri figli.

Quando l’ho letto ho sollevato lo sguardo dallo smartphone stile Nicholson in Shining, solo che lui al confronto era bonario.

Assieme ai nostri figli. Stendere con il mattarello. Argilla bagnata. Sul mio tavolo in rovere pagato con un onesto lavoro da libera professionista. Con un taglierino.

Assieme ai nostri figli con un taglierino.

Ho scritto alla professoressa, l’ho ringraziata per l’impegno, e le ho detto a nome delle madri che cercano di farcela sempre come possono, che cercano di capire cosa succede, di restare lucide, di non avere troppa paura anche se un po’ è lecita, che cercano di spiegare ai ragazzi cosa succede, di scindere l’attualità dalla menzogna e dalla mitomania, a nome di quelle che credono nei congiuntivi, di quelle che fanno i salti mortali per dilatare il tempo, per nascondere le occhiaie e le preoccupazioni di fine mese, a nome delle madri della zona rossa e di quella gialla, le ho detto che mi sembrava troppo e che non lo avremmo fatto. E che cazzo.

Ho silenziato la chat, perché ho capito che esprimere debolezza e solidarietà e rabbia, spiazza.

Poi sono arrivati i primi “grazie” e i primi “come stai?Come va?”. Siamo tornati umani, non più madri di classe.

E a questo dovrebbero servire i gruppi, a trasmettersi forza e non a toglierla in un momento storico che suona come un inno all’individualismo e alla paura. Altrimenti dobbiamo trovare un modo decente e dignitoso per toglierci di scena.

Ci sono le chat e chi le segue e chi le alimenta. Ci sono i complottisti e i tuttologi. E poi, poi c’è Jack Frusciante: io.

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