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L’Occidente ha perso la guerra in Afghanistan e a vincere sono stati i talebani

La guerra in Afghanistan era iniziata per sconfiggere quelle stesse persone con cui, 18 anni dopo, gli Stati Uniti sono costretti a negoziare per uscire da uno dei conflitti più lunghi della loro storia e a cui ha preso parte anche l'Italia

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Talibani afghani nella provincia di Nangarhar. Credit: Noorullah Shirzada/ AFP

La notizia che gli Stati Uniti e i talebani avevano raggiunto una bozza di accordo dopo sei giorni di negoziati a Doha, in Qatar, per la pacificazione di un paese che da 18 anni vede le truppe americane e internazionali impantanate in una guerra senza fine è stata salutata come un evento storico, ma ha destato non poche preoccupazioni.

Il trovato accordo è giunto come un fulmine a ciel sereno per molti alleati degli Stati Uniti, Italia compresa, che hanno appreso la notizia direttamente dai media, scoprendosi impreparati ad una possibile risoluzione del conflitto afghano e al disimpiego delle truppe americane.

È in questo contesto che arriva la richiesta della ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, al Comando operativo di vertice interforze di valutare l’avvio di una pianificazione per il ritiro del contingente italiano in Afghanistan in un arco temporale di 12-18 mesi. Un segnale chiaro che le priorità internazionali dell’Italia – e non solo – sono ormai cambiate, che il mondo non è lo stesso di 18 anni fa e che è tempo di ammettere che in Afghanistan la coalizione internazionale non ha vinto.

Ma chi sono i talebani e perché il nostro paese ha ancora un contingente in Afghanistan? Andiamo con ordine.

I talebani: breve storia dagli anni Novanta ad oggi

Il nome taliban (plurale di taleb) indica gli studenti delle scuole coraniche e dagli anni Novanta è stato utilizzato dai media per indicare i combattenti di fede islamica che agivano sotto la guida del mullah Omar, il loro capo religioso.

Il gruppo si afferma come forza politica e militare nel 1994, dopo la fine della Repubblica democratica dell’Afghanistan del presidente Najibulah, sostenuta dai sovietici e causa dell’invasione del paese da parte dell’Urss (1979-1989): in quei dieci anni, i sovietici, intervenuti per salvare la Repubblica loro alleata, dovettero combattere contro i gruppi armati locali sostenuti tra gli altri anche dagli Stati Uniti.

Nel 1989 i sovietici sono costretti a lasciare il paese, ma la Repubblica regge fino al 1992: da quell’anno in poi l’Afghanistan resta privo di un potere centrale e i signori della guerra si spartiscono il territorio, imponendo con la forza il loro potere.

Dal 1994 entrano in scena i talebani: sono studenti coranici cresciuti per lo più nei campi profughi pakistani e che possono contare proprio sull’aiuto finanziario del vicino Pakistan, interessato al ripristino delle vie di comunicazione dell’Afghanistan, fondamentali per la sua economia.

I talebani appartengono all’etnia pashtun, maggioritaria nel paese asiatico, e sono noti per aver creato una società basata su un’interpretazione rigida della sharia, la legge coranica, e per aver permesso a diversi gruppi terroristici di usare il paese come base di addestramento. Tra questi, il più importante è senza dubbio al Qaeda di Osama bin Laden.

L’anno di affermazione di talebani è il 1996: i combattenti guidati dal mullah Omar sconfiggono i quattro signori della guerra più importanti del paese (Gulbuddin Hekmatyar, Ahmad Shah Massoud, Ismail Khan e Abdul Rashid Dostum) e conquistano le principali città afghane. L’unica forza che dal 1996 continua a combattere i talebani è l’Alleanza del Nord, che vede riunite diverse fazioni avverse ai religiosi e che dal 2001 confluisce in parte nelle forze militari ufficiali.

Il regno del mullah Omar, che nel 1997 prende il nome di Emirato islamico dell’Afghanistan, dura fino al 2001, anno dell’invasione statunitense decisa dal presidente G. W. Bush dopo l’attentato dell’11 settembre rivendicato da al Qaeda, che proprio in Afghanistan aveva la sua base. Ha inizio così l’operazione Enduring Freedom, guidata dagli Usa e a cui prende parte anche l’Italia, e che sarà sostituita a partire dal 2006 dalla International Security Assistance Force (ISAF) della NATO, il cui compito è assistere le istituzioni politiche provvisorie afghane nate nel 2001.

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In quell’anno infatti i politici afghani esiliati si riuniscono a Bonn, in Germania, e danno vita ad un governo ad interim guidato da Hamid Karzai, che può contare sull’appoggio degli Stati Uniti. Nel 2004 Karzai vince le prime elezioni afghane ricoprendo la carica di presidente fino al 2014, anche se la validità delle successive elezioni è stata spesso messa in dubbio. Ad oggi, il ruolo di capo di Stato è invece nelle mani di Ghani, anche lui sostenuto dagli Usa, incapace di controllare tutto il territorio afghano e la cui legittimità non è riconosciuta dai talebani.

Perché l’Italia opera in Afghanistan

L’Italia entra in Afghanistan nel 2001 come membro dell’operazione Enduring Freedom, la coalizione multinazionale nata per sconfiggere il terroristi di al Qaeda a seguito dell’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre. Dal 2006, il controllo del paese asiatico passa da Enduring Freedom alla International Security Assistance Force (ISAF) della NATO, il cui  compito è assistere le istituzioni politiche provvisorie nate a seguito degli Accordi di Bonn del 5 dicembre 2001.

Il 31 dicembre 2014 la missione ISAF termina e viene sostituita dal primo gennaio successivo dalla Resolute Support (RS), sempre sotto l’egida della NATO. Si tratta di una missione no combact e dai numeri ridotti che si pone l’obiettivo di fornire addestramento, consulenza ed assistenza alle Forze e alle istituzioni afghane.

Attualmente, l’Italia contribuisce alla RS con un massimo di 900 militari, 148 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei. Il personale italiano è dislocato a Kabul e a Herat, dove opera all’interno dell’attività di addestramento, assistenza e consulenza delle forze di sicurezza locali dell’ovest dell’Afghanistan denominata TAAC-W, Train Advise Assist Command.

L’Italia fa anche parte della missione di polizia controllata dell’Unione in Afghanistan (EUPOL Afghanistan) iniziata nel giugno 2007 per formare la polizia locale e a cui partecipano i carabinieri italiani.

Dopo 18 anni di conflitto, 54 soldati morti e una spesa che si aggira intorno ai 7 miliardi di euro, il governo italiano nella figura della ministra Trenta valuta un ritiro delle truppe italiane, anche se la decisione finale del disimpiego spetta al Parlamento.

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Il ritiro è una sconfitta?

Sì, la guerra in Afghanistan è stata persa dall’Occidente e il ritiro delle truppe italiane e il sempre più probabile abbandono degli Stati Untiti ne sono una prova. E forse è il momento di rassegnarsi alla sconfitta.

L’invasione dell’Afghanistan e l’avvio delle missioni NATO avevano l’obiettivo dichiarato di sconfiggere il terrorismo, rappresentato alternativamente da al Qaeda, talebani e ultimamente anche dall’Isis. Peccato però che adesso i talebani, dopo momenti di forte perdita del potere come nel post 2002 (anno dell’operazione Anaconda), abbiano il controllo del 35 per cento del territorio e rimangano un interlocutore imprescindibile nei colloqui di pace, come dimostrato anche dagli incontri di Doha, a cui non ha invece preso parte il governo Ghani.

I talebani infatti continuano a rifiutare di sedersi allo stesso tavolo del presidente, di cui non riconoscono la leadership e che in futuro sarà costretto a condividere il potere con quelli che per quasi 20 anni sono stati considerati dei pericolosi terroristi che gli Stati Uniti avevano promesso di distruggere. Con buona pace della “democrazia” e dei diritti delle donne, che difficilmente avranno spazio in futuro. 

Il ritiro dell’Occidente da un paese senza un governo stabile e in parte nelle mani dei talebani rischia infatti di lasciare spazio proprio al terrorismo, i cui rappresentanti potrebbero trovare nuovo rifugio in Afghanistan, come è successo in passato. I talebani hanno promesso agli Usa che non permetteranno che il paese torni ad essere una base del terrore (unica concessione che Washington è riuscita a strappare) e attualmente non sono in buoni rapporti con l’Isis, ma se la situazione dovesse cambiare e le promesse fossero disattese l’Afghanistan ci presenterà presto o tardi il conto, che rischia di essere molto salato.