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Gaza, perché lo scontro tra Israele e Hamas è sempre più vicino

"Siamo pronti allo scontro", "Condurremo azioni molto dure": parole pesanti quelle pronunciate dal premier israeliano Netanyahu e che presagiscono un nuovo intervento militare nella Striscia di Gaza, in attesa dei negoziati per l'Accordo del secolo che il presidente Trump è pronto a svelare

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Credit: AFP/Majdi Fathi

La tensione al confine tra Israele e Gaza sembra ormai diventata così comune da passare inosservata, quasi data per scontata dall’opinione pubblica internazionale che non vive sulla propria pelle un conflitto definito dagli esperti “a bassa intensità”, ma pronto a esplodere da un momento all’altro.

Per capire cosa sta succedendo in quella zona del Medio Oriente da decenni al centro di una lunga e sanguinosa contesa bisogna analizzare una serie di episodi e di dichiarazioni che, presi singolarmente, sono facilmente sottovalutabili.

Israele mobilita l’esercito

“Siamo pronti allo scontro”. Queste poche parole, pronunciate dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, sono il primo indizio per capire quanto alta sia la tensione in questi ultimi giorni.

Sono dichiarizioni pesanti a cui hanno fatto eco quelle del ministro della Difesa, Avigdor Lierbarman, da sempre inviso ai palestinesi per il suo sostegno all’espansione delle colonie ebraiche nei territori occupati.

“Siamo al massimo livello di preparazione dalla Guerra dei sei Giorni”, ha commento Lieberman, facendo riferimento allo scontro del 1967 a seguito del quale Israele aumentò la sua espansione territoriale ai danni dei palestinesi, argomento da sempre al centro dei negoziati di pace tra le due parti.

Le dichiarazioni di Netanyahu e di Lieberman sono come sempre dirette ad Hamas, il movimento che dal 2006 controlla Gaza e contro cui l’esercito israeliano continua a scontrarsi lungo il confine.

Proprio la fine delle ostilità è ciò a cui il governo israeliano mira, pena l’inizio di nuove, violente operazioni militari in una fascia di terra da cui è impossibile scappare e in cui non è possibile condurre attacchi “chirurgici” e privi di danni collaterali.

“Se non mettono fine agli attacchi contro di noi, li fermeremo in un modo diverso e doloroso, molto doloroso. Siamo molto vicini a condurre un diverso tipo di attività, un’attività che includerà azioni molto dure”, ha dichiarato Netanyahu. “Se ha un minimo di consapevolezza, Hamas smetterà di attacare e metterà fine a questi disordini, adesso”.

Non contento, il premier ha ribadito il suo messaggio anche il 14 ottobre, dopo aver annunciato un nuovo disegno di legge per la riforma dell’esercito e della leva obbligatoria, che dovrebbe essere estesa anche agli ultraortodossi.

Repetita iuvant, come dicevano i latini.

Dalle minacce ai fatti

Alle minacce verbali degli esponenti del governo hanno fatto presto seguito anche azioni concrete che hanno esasperato ancora di più la vita degli abitanti di Gaza, prima tra tutte l’interruzione delle forniture di gas imposta venerdì 12 ottobre.

L’intento dichiarato è quello di proteggere la sicurezza dei militatri israeliani, ma è chiaro che l’obiettivo ultimo è far rivoltare la popolazione contro Hamas, in un momento in cui la sua popolarità inizia a vacillare.

“Finché le violenze nella Striscia di Gaza non cesseranno del tutto, compreso il lancio di aquiloni incendiari e il rogo delle gomme vicino alle comunità israeliane, la fornitura di carburante e gas non sarà rinnovata”, sono state le parole del ministro della Difesa Lieberman.

A destare sospetto, anche la chiusura mercoledì 10 ottobre di alcune strade al confine con Gaza per permettere alle forze dell’ordine di condurre “attività e operazioni di sicurezza nell’area”, su cui non sono stati forniti ulteriori dettagli. Non è un segreto invece che Israele stia aumentando la presenza dei militati lungo il confine, con il pretesto di garantire maggiore sicurezza ai suoi cittadini.

Altro elemento che vale la pena considerare, e a cui prestare attenzione nei giorni a venire, l’attività di comunicazione che le forze armate, le IDF, conducono attraverso i social e che mira a giustificare il ricorso alla forza contro la Striscia e a creare un senso continuo di tensione e pericolo, presentando gli israeliani come le vere vittime del conflitto.

Ultimo, piccolo indizio, la nomina di giovedì 11 ottobre del generale di brigata Ofer Winter a segretario militare per il ministero della Difesa. Evento che suscita qualche domanda, se si pensa che Winter ha servito come comandante della brigata Givati durante l’operazione Margine protettivo, la campagna militare iniziata l’8 luglio 2014 nella Striscia e conclusasi il 26 agosto.

Gli scontri al confine

Le minacce di Netanyahu contro Hamas giungono dopo mesi di tensione e continui scontri tra le IDF e i palestinesi lungo il confine e mostrano quanto il governo israeliano, pur possendendo uno degli eserciti più potenti del Medio Oriente, sia stanco di combattere un conflitto logorante e a bassa intensità.

La disparità delle forze in campo infatti è evidente, come dimostra il numero di palestienesi uccisi o rimasti feriti, ma l’incapacità di Netanyahu e di Lieberman in primis di mettere fine alle manifestazioni che dal 30 marzo 2018 interessano il confine stanno indebolendo il governo, accusato dall’opposizione di estrema destra di essere “troppo debole” nella sua risposta contro i “terroristi”.

Dal 30 marzo i palestinesi si riuniscono lungo il confine per reclamare il loro diritto a fare ritorno alle loro terre in quella che ha preso il nome di Grande marcia del ritorno, conclusasi ufficialmente il 15 maggio, ma che in realtà continua ancora oggi.

La situazione ha continuato quindi a degenerare, portando a 204 il numero dei palestinesi uccisi dall’inizio della Marcia, dopo che venerdì 12 ottobre altre 6 persone hanno perso la vita lungo il confine.

L’Accordo del secolo

Mettere a tacere l’opposizione non è l’unico obiettivo politico che Netanyahu può raggiungere con una nuova guerra contro Gaza.

Da mesi circolano indiscrezioni sull‘Accordo del secolo ideato dall’amministrazione Trump per risolvere il conflitto israelo-palestinese, un piano già rigettato tanto da Hamas quanto dall’Olp di Abu Mazen perché non contempla il diritto al ritorno e riconosce Gerusalemme come capitale del solo Stato ebraico.

Una nuova guerra nella Striscia permetterebbe a Israele di mettere all’angolo Hamas, facendolo arrivare al tavolo dei negoziati ancora più indebolito e con alle spalle una popolazione stremata e costretta a sopravvivere – più che vivere – in una prigione a cielo aperto sempre più martoriata e che secondo l’Onu diventerà “inivivbile entro il 2020”.

L’Accordo del secolo punta invece a favorire investimenti nella Striscia per migliorare l’economia e le condizioni di vita dei gazawi, grazie soprattutto al sostegno finanziario dei ricchi Stati del Golfo: una prospettiva sicuramente più allettante per la popolazione rispetto a quella attuale, che vede i gazawi privi di qualsiasi futuro.

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La solitudine di Hamas

Altro elemento importante da tenere presente quando si guarda al conflitto israelo-palestinese è la solitudine di Hamas, in contrasto all’appoggio che Stati Uniti e Arabia Saudita (storico sostenitore della causa palestinese ma alleato – almeno per il momento – di Netanyahu grazie alla condivisa avversione nei confronti dell’Iran) forniscono a Israele.

Il differente riconoscimento che i due contendenti hanno a livello internazionale potrebbe avere degli effetti anche su un possibile e sempre più probabile conflitto armato. Non bisogna dimenticare cosa successe con l’Operazione Piombo fuso (2008-2009), quando Israele poté colpire la Striscia per più di 10 giorni prima che l’Onu si decidesse a chiedere che si arrivasse ad un cessate il fuoco.

Considerando la scarsa popolarità di Hamas e il desiderio di Stati Uniti, Israele e Stati arabi – ognuno per il proprio tornaconto – di giungere ad una pace, in molti potrebbero chiudere un occhio su un nuovo attacco di Israele contro Gaza, con buona pace di chi in quei pochi chilometri è costretto a viverci.